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Matteo Messina Denaro e Biagio Conte: due vite a confronto

3 ' di lettura

Due vite e due mondi, in poche ore. E per Palermo una giornata ricca di emozioni contrastanti. Lunedì 16 gennaio: alle ore 8:20 veniva

arrestato alla clinica privata La Maddalena il boss da trent’anni latitante Matteo Messina Denaro e più tardi, alle ore 19:00, veniva portata in Cattedrale la salma del missionario Biagio Conte. La gente si è stretta prima in un applauso, poi in un pianto senza fine. Due figure vicine e lontane quelle appena citate, di una somiglianza vissuta con così tanta differenza che è possibile trovare nei due eventi una strana coincidenza.

Il 26 aprile 1962 nasceva a Castelvetrano, in provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro, soprannominato Diabolik o “u siccu”. Un anno e mezzo dopo, il 16 settembre 1963, nasceva invece a Palermo Biagio Conte, chiamato Fratello Biagio, il san Francesco di Palermo. Entrambi hanno scelto l’eremitaggio. Ma se il primo tentava di sfuggire alla giustizia, il secondo tentava di scoprire quale fosse il senso vero della sua vita. Per trent’anni il boss ha abitato nascondigli spesso sotterranei non troppo lontani dalla sua città natale, non rinunciando al lusso e agli agi, mentre per altrettanti anni il missionario Biagio Conte ha abitato nella luce della fede, dai boschi alle strade della sua città, povero in mezzo ai poveri. La “Missione” di Messina Denaro era quella di guidare Cosa Nostra al posto di Totò Riina, arrestato nel 1993. Dopo gli attentati del 1992 che videro anche la morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nelle stragi rispettivamente di Capaci e di via D’Amelio, il neo-boss continuò con quelli in via dei Georgofili a Firenze, a Maurizio Costanzo e al Palazzo del Laterano a Roma e al Pac a Milano. Ha investito nell’economia legale, controllando le imprese e favorendo la corruzione in tutti quei settori sia pubblici che privati.

Diversa era la Missione di Biagio Conte: una volta scoperto che la sua vita era per gli altri, si dedicò ad accogliere le persone in difficoltà. Iniziò distribuendo coperte e cibo ai senzatetto della stazione centrale di Palermo, finendo per diventare egli stesso uno di loro. Con lo sciopero della fame riuscì ad ottenere un locale abbandonato in Via Archirafi, poi luogo di rifugio per senzatetto, immigrati ed ex detenuti e un terreno abbandonato in Via dei Decollati in cui costruì una Chiesa. In una traversa di Via Lincoln vennero ospitate le ragazze madri e le immigrate con bambini piccoli. Richiese i terreni confiscati alla mafia per poterli coltivare e così sfamare la gente.

Il cancro al colon ha colpito entrambi, ma mentre il primo – nonostante la trentennale latitanza riceveva le migliori cure in clinica sotto il naso di alcuni e davanti agli occhi di altri – oggi sopravvive in carcere sotto stretta sorveglianza, il secondo di cancro ci è morto. Due scelte di vita radicali opposte quindi: un fiero pluriomicida da un lato e un umile servitore d’amore dall’altro. Alla notizia dell’arresto tutti sono giunti in città, pure la premier Giorgia Meloni, per complimentarsi con i carabinieri del Ros. Tutti i giornali ne hanno parlato e alcuni hanno visto nell’accaduto addirittura la fine della mafia.

Qui non si nega la straordinarietà dell’evento (anche per il ritardo), e neppure la sua importanza. Ma, purtroppo, Matteo Messina Denaro non è “l’ultimo padrino”. Nessuno al momento può affermare con certezza il suo ruolo all’interno di Cosa Nostra, se fosse ancora visto dalle famiglie come capo. Non è difficile invece credere che se qualcuno non lo abbia sostituito già da tempo, lo ha fatto adesso con il suo arresto. Non è pessimismo il mio, è solo che la mafia è una cosa troppo complessa.

Palermo è sempre stata la città degli opposti, dove la bellezza è circondata dall’immondizia, dove tra chi “vucìa e abbannìa” c’è chi resta in silenzio. I sentimenti di orgoglio e rispetto sono così forti nel palermitano da diventare esageratamente pericolosi. Abbiamo la sfiducia negli occhi, ma anche la speranza nel cuore. Quest’ultima, così calda, ci fa tendere la mano anche a chi la mano la nasconde. Palermo è tutto e niente. È città-porto, abbraccia il più straniero, lo tutela, lo difende. È violenza e paura. La mafia è così insita nell’atteggiamento, così maleducata, che porta a credere in nuove generazioni. Le vite sciolte, ammazzate, esplose, soprattutto le vite coraggiose, hanno portato ad altro coraggio. Come quello di Biagio Conte che lottando per la legalità ha servito una comunità che non dimenticherà mai, ma che riprenderà dove ha lasciato.

Fabiola Veca

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