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Silvia Sardone e quel retaggio dell’alone viola

2 ' di lettura

I senatori esultanti come se la propria squadra del cuore avesse fatto il gol del vantaggio all’ultimo minuto. Peccato si tratti stavolta di un brutto autogol. Due giorni fa il Ddl Zan è stato soffocato nella culla di Palazzo Madama. A decretarne la fine è stata la “tagliola” richiesta dalla Lega e da Fratelli d’Italia, che blocca il disegno di legge per almeno sei mesi, più i franchi tiratori. Quelle scene di festa per l’annullamento delle tutele delle minoranze hanno colpito molti, con diversi post di sdegno riguardo anche a quella ingiusta esultanza. Tra i post inneggianti al blocco del Ddl Zan però, si è riuscito a fare anche peggio: evocare un retaggio davvero pericoloso.

Tweet medioevali

L’eurodeputata leghista Silvia Sardone, per festeggiare la fine del disegno di legge contro l’omotransfobia, ha pubblicato un post sul suo profilo Twitter in cui c’è un immagine di Enrico Letta e Alessandro Zan con una didascalia che recita “Punita l’arroganza di Letta. Ddl Zan affossato”. A colpire non è tanto la frase ad effetto, ma quell’alone viola che contorna il promotore della legge e deputato PD Alessandro Zan.

Il post di Silvia Sardone

Per i più giovani quel contorno colorato può non significare nulla, ma chi guardava la tv negli anni ’90 non farà fatica a ricordare un celebre spot sull’AIDS. Arrivata sugli schermi televisivi nel 1989, quella campagna pubblicitaria colpì tutti coloro che la guardavano. Era un mix perfetto: scene degradanti in bianco e nero e in sottofondo l’inquietante canzone di Laurie Anderson “O Superman (for Massenet). La scelta di associare l’alone al solo Zan, sembra non casuale e ci porta indietro di decenni. Vi spiego il perché.

Perché l’omosessualità fa ancora paura?

Alessandro Zan è omosessuale, e fin qui nessuna notizia. Marchiarlo invece, è un atto comunicativo più meschino che strategico. Quando si cominciò a parlare di AIDS nei primi anni ’80, per l’opinione pubblica del tempo si trattava di una malattia che solo i gay potevano prendersi. Anche i grandi giornali testimoniano il clima culturale di quel periodo, come in questo celebre titolone del NYT: “Rare cancer seen in 41 homosexuals” (The New York Times, 3 luglio 1981). Salvo poi comprendere che in quanto virus, l’AIDS non guardasse in faccia nessuno. Negli anni a seguire, grazie alle diverse pubblicità progresso, le persone sono state erudite sulle modalità di trasmissione del virus e sui comportamenti precauzionali a evitare il contagio. Quanto al contagio mentale invece, è fermo come una roccia e non si riesce a curare.

Quell’azione comunicativa fa ricorso al sublime di un certo tipo di pubblico non certo immune ai messaggi televisivi (tutt’ora la televisione è il medium con più seguito di pubblico in Italia) e associa in modo inequivocabile l’AIDS all’omosessualità, ricalcando un preconcetto menzognero e pericoloso. Su una cosa Silvia Sardone sta avendo senz’altro successo: lasciare ai margini una comunità che da decenni lotta per dei diritti minimi.

Nessun valore, antico valore

Vedere i festeggiamenti scalmanati dei senatori, gioiosi per aver affossato delle priorità basilari è esecrabile e vigliacco, sopratutto per tutti coloro che sono morti o sono stati malmenati a sangue perché hanno osato esprimere se stessi. Quei gesti però possono portare a malattia e morte – dice Sardone – gridando pericolo. Dal 1990 l’AIDS non è più considerata una malattia mortale, piuttosto cronica in alcune aree, e tuttavia un vasto pubblico ritiene gay, lesbiche o transgender pericolosi. I loro rappresentanti politici, di riflesso, si fanno promotori di messaggi distorti sulle famiglie non convenzionali, acclimatando l’odio. Il prossimo passo quale sarà? Forse, associare coloro che hanno votato a favore del referendum sull’uso della Cannabis a quelle persone che in un vecchio spot contro la droga avevano gli occhi totalmente bianchi? Signore e signori, benvenuti nel 2021. Avanti Cristo però.

Raffaele Pitzalis

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