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Sulle inchieste che non sorprendono più

2 ' di lettura

Lobby nera è la video-inchiesta realizzata dal team Backstair di Fanpage.it in cui un giornalista si è infiltrato per tre anni e ha scoperchiato i legami tra neofascisti e il partito Fratelli d’Italia.
Mettendo da parte il terremoto politico che ha scatenato e riflettendo a mente fredda sul contenuto, si nota che è perfettamente in linea con le altre inchieste. È presentato lo scandalo politico di un partito che per forza di cose ricadrà e chiamerà in causa la sua personalità di spicco (in questo caso la leader Giorgia Meloni) per non aver vigilato sui membri del suo partito. Ma quanto stupisce davvero che una realtà politica di centro-destra come Fratelli d’Italia abbia al suo interno nostalgici fascisti, camerati, avvezzi al saluto romano e alle battute di black humour su ebrei e neri? Sono ambienti e realtà al limite della democrazia e della decenza. È facile trovarvi gli estremisti, le cosiddette “mele marce”. Non si scoperchia nessun vaso di Pandora.

Questa analisi non intende sminuire il grande lavoro dietro l’inchiesta di Fanpage.it, ma vuole interrogarci. Provare a dare ascolto a una domanda scomoda, un tarlo che piano piano si è fatto spazio diventando un pensiero fuori dal coro.

Dov’è la notizia?

Il giornalismo (soprattutto quello italiano) è essenzialmente povero di inchieste. Complice la crisi dell’intero comparto redazionale, il personale ridotto e il poco tempo a disposizione. Se una redazione deve scegliere tra pubblicare cinque articoli o una lunga inchiesta preferisce il più delle volte la prima opzione, perché è più importante puntare sulla copertura complessiva e a breve termine. A investire tempo e denaro in un’inchiesta a cui si dedica un impegno costante e duraturo, ci si pensa poi.
Il nodo riguarda le poche indagini giornalistiche che vengono portate avanti. Non si differenziano nei contenuti, ma tendono a uniformarsi e a presentare temi più ridondanti che originali.

Frame dalla copertina del video “Lobby nera”

Fondamentalmente l’inchiesta deve fondarsi su un argomento poco scandagliato, anzi, meglio se sconosciuto.

Deve portare alla luce fatti per cui il cittadino non ha i mezzi e gli strumenti per poterli conoscere, ma di cui i giornalisti e le giornaliste, come veri privilegiati, dispongono.
Bisognerebbe tenere presente che ormai per destare l’attenzione di un lettore informato e tempestato da inchieste ci vuole qualcosa di più. Infatti, lettori e spettatori hanno passato il tempo – soprattutto negli ultimi anni – a imbottirsi di programmi televisivi e hanno masticato testate cartacee e online piene zeppe di inchieste di tutti i generi.

Ciò che ci vorrebbe è un’inversione di tendenza, uno svecchiamento nei temi e negli argomenti.

Non si tratta di essere sensazionalistici o di fare a gara per l’inchiesta più acchiappa click. È, semplicemente, questione di argomenti, di idee più nuove e meno viste e ri-viste. Semplificando: non si cerca più il compitino, anche se costruito alla perfezione e frutto di un grande lavoro, ma l’inchiesta fuori dagli schemi. L’inchiesta più singolare tra tutte le inchieste che colpisce e stupisce, quella che non ti aspetti. L’inchiesta che ti sorprende e che appena la vedi o la leggi ti fa dire: “Non ne sapevo niente!” piuttosto che: “Avevo già sentito parlare di una cosa simile da qualche parte…”

Ritornando all’inchiesta di partenza, presa in esame proprio perchè fresca e uscita da poco, viene da chiedersi: cosa c’è di tanto inedito nello scoprire la presenza di una lobby nera all’interno di un partito con numerose evidenti influenze estremiste? Niente (o quasi).

Sara Ausilio

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