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Woolaroo: perché le lingue si estinguono e come le salviamo

4 ' di lettura

Woolaroo, la nuova App di Google, si prefissa come obbiettivo quello di salvare alcune lingue in pericolo di estinzione, fra cui il siciliano

Le lingue parlate attualmente nel mondo si aggirano fra le 6.000 e le 7.000, anche se circa un terzo sono a rischio estinzione. Di queste ultime, secondo l’Unesco, 538 sono gravemente in pericolo, e molte sono ormai parlate solo da pochissime persone. Conoscendo bene questa situazione, Google e altri partner hanno avviato un progetto di salvaguardia per alcune lingue sull’orlo dell’oblio. Stiamo parlando, ovviamente, di Woolaroo.

Parliamo un po’ di lingue

Idealmente, tutte le lingue derivano da una sola primigenia lingua. Oggi sappiamo che l’unico passaggio evolutivo da scimmia a ominide è avvenuto nella Rift Valley, in Africa, e che la nuova specie ha continuato a migliorarsi fino a diventare noi. Presumibilmente, quindi, quest’unico tipo di uomo doveva parlare un’unica lingua, e averla portata con sé mentre si diffondeva in tutto il mondo.

La facoltà di linguaggio è una caratteristica solamente umana. L’Homo Sapiens, infatti, è l’unica specie che ha un apparato fonetico abbastanza sviluppato per poter articolare suoni complessi e vari, anche se non si sa bene come funzioni il tutto. Gli studiosi suppongono che agli albori dell’umanità dovesse esserci una lingua comune, perché la società era troppo complessa per poter sopravvivere senza; sin da Paleolitico, inoltre – con le migrazioni di cui si diceva –, queste lingue devono aver cominciato a differenziarsi e dividersi.

Le lingue, storicamente, hanno conosciuto una svolta con l’invenzione della scrittura, perché finalmente si poteva sugellare per “l’eternità” la parola orale. Come tutti sanno, i primi utilizzatori della nuova tecnica sono stati i Sumeri, ma è grazie ai greci e ai latini che l’alfabeto si è diffuso in tutto il mondo.

Le famiglie linguistiche e la loro distribuzione nel mondo

Perché le lingue si estinguono?

I motivi per cui le lingue si estinguono sono sostanzialmente tre. Il primo è l’eliminazione fisica di tutti i parlanti di un determinato idioma – pensiamo, per esempio, al genocidio delle popolazioni della Tasmania a opera degli inglesi. La seconda ragione, invece, consiste nell’impedire alle persone di usare la propria lingua.

Il caso più classico e famoso di “impedimento linguistico” è la colonizzazione. I britannici, una volta giunti in Africa, in Australia e in India, hanno imposto l’inglese come lingua amministrativa e politica, tanto che non conoscerla precludeva di partecipare a determinate attività. I parlanti locali, quindi, erano di fatto costretti a dimenticare la loro lingua in favore di un’altra. Questa forzatura si lega a doppio filo con tutta una serie di tematiche più ampie, come la discriminazione razziale, l’oppressione, il potere e la politica, dimostrando come le lingue non siano separate dalla Storia dell’umanità. La riprova è il “terzo metodo di estinzione”.

Il cosiddetto “ciclo delle tre generazioni” può cancellare una lingua in poco meno di un secolo. Questa situazione si viene a creare specialmente con gli emigrati e coi dialetti: i figli dei parlanti nativi conoscono anche un’altra lingua rispetto a quella madre – l’italiano in favore del dialetto, appunto –, quindi non usano quella dei genitori. I loro figli, di conseguenza – a parte qualche parola della prima –, conoscono solo il nuovo idioma.

Tornando a riflettere sul secondo motivo di estinzione di una lingua

Dall’imposizione di una lingua su un’altra, forse, possiamo dedurre alcune cose sull’evoluzione linguistica stessa. Come abbiamo visto, in molti luoghi è colpa di un dominio politico oppressivo – quello dell’Impero Britannico, per esempio –, ma una lingua può imporsi a quelle preesistenti per altre ragioni, come migrazioni o contatti culturali. Molto spesso, in queste situazioni – basti pensare all’inglese nell’italiano di oggi –, le lingue corrono il rischio di impoverirsi; eppure, è anche in questo modo che si evolvono. Il latino, benché imposto in seguito a conquista militare, si è infatti mischiato agli idiomi locali dando origine alle lingue romanze – e questo non è un male.

L’egemonia dell’inglese nel mondo

Ne “La scopa del sistema” di David Foster Wallace c’è un passaggio in cui si parla di una “donna grassa”. Uno dei personaggi dice che tutto quello che possiamo sapere della vita di questa donna è solo ciò che le parole spese per lei ci dicono, e che in generale una persona è solamente quello che gli altri dicono di lei; o ancora, che tutto quello che potremmo conoscere di questa persona sono solo le parole con cui lei descrive se stessa. In conclusione, tutto ciò che possiamo sapere del mondo è solo quello che le parole ci dicono, e quindi la realtà che conosciamo – o crediamo di conoscere – è fatta nientemeno che di linguaggio. Ecco perché riflettere sulle lingue e su come cambiano – basti pensare alla questione della schwa – altro non è che riflettere sulla società, sulla politica e su chi siamo come esseri umani.

Ecco perché Woolaroo

Come detto, al mondo le lingue stanno scomparendo a ritmo allarmante. Paradossalmente, proprio uno dei responsabili, e cioè Google – Internet parla inglese –, ha avviato un processo per salvaguardare questi idiomi.

Woolaroo è una funzione interna a Google Arts & Culture che di base funziona con la tecnologia di Google Lens. Quest’ultima è un App che permette di fotografare qualcosa e successivamente interagire con lo scatto. Per esempio, è possibile copiare il testo – se sull’immagine è presente, come in un documento –, oppure trovare immagini similari tramite la funzione di “ricerca immagini”. E ancora: fotografare piante e animali per sapere di cosa si tratta, scannerizzare codici a barre per cercare il prodotto sugli e-shops, decriptare i QR Code.

La lingua Māori dell’omonimo popolo è una di quelle più a rischio

Come funziona Woolaroo?

Woolaroo, di fatto, implementa una nuova funzione in Lens: selezionata la lingua madre di partenza e fotografato un oggetto, l’App traduce il nome di quell’oggetto in una delle dieci lingue in via d’estinzione supportate al momento. Per ora, queste lingue sono: Yddish, Rapa Nui, Māori, Nawat, Tamazight, Siciliano, Yang Zhuang, Yugambe, Greco calabrese e Creolo della Louisiana. Nel dettaglio: la Yugambeh è una lingua aborigena australiana parlata dall’omonimo popolo; l’Yiddish è la lingua degli ebrei ashkenaziti; il Tamazight è la lingua della regione Tamazgha, in Nordafrica. Il Rapa Nui è parlato dal popolo Rapa Nui dell’Isola di Pasqua; il Nawat è una lingua parlata nell’area occidentale di El Salvador; il Creolo della Louisiana è parlato nell’omonimo Stato americano. Il Māori è parlato dal popolo Māori della Nuova Zelanda; il Greco calabrese è parlato dal popolo Griko; la Yang Zhuang è una lingua thai parlata nella regione sudoccidentale di Guangxi, in Cina. Il Siciliano… è facile.

Sicuramente è un’iniziativa encomiabile, soprattutto per la sensibilizzazione sulla questione dell’estinzione linguistica – e conseguentemente culturale – di questi popoli. Si spera che nel futuro possano aggiungersi molte altre lingue – com’è intuibile, dieci sono pochissime rispetto a quelle a rischio estinzione –, e che Woolaroo diventi più accessibile. Al momento, infatti, trovarla dentro al caos di Google Art & Cultures è praticamente impossibile e usarla da browser è complicato. Idealmente, dovrebbe essere un App a parte facilmente scaricabile.

Alessandro Mambelli

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