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Perché le serie tv diventano un fenomeno di costume (e cosa comporta)

6 ' di lettura

Negli ultimi anni moltissime serie tv sono diventate un fenomeno di costume. È innegabile che siano entrate nella vita della maggior parte delle persone, molto più di quanto facessero un tempo. E tutto grazie alle piattaforme di streaming

Fra il 1996 e il 2008, David Foster Wallace scrisse – senza poterlo finire – il romanzo “Il re pallido”. In una scena del libro uno dei personaggi dice che è impossibile scegliere davvero un programma tv se decine di canali ne propongono sempre di diversi; sosteneva che non è una scelta se gli elementi fra cui scegliere sono così tanti da non riuscire neppure a sapere quali sono. Pensando a tutte le piattaforme di streaming che esistono oggi, non è così assurdo definire quelle parole quasi come profetiche.

Streaming Wars – La tv colpisce ancora

Ormai parlare di serie tv significa parlare di piattaforme streaming. In Italia, poi, il problema non si pone neanche: fra il 2020 e il 2021 (secondo i dati Auditel) due milioni e mezzo di persone hanno smesso di guardare la televisione in prima serata, mentre poco meno nelle altre fasce. A crescere, invece, è lo streaming, e il merito è dovuto anche al fatto che con bonus e rottamazioni molti italiani hanno potuto comprare smart-tv con cui guardare Netflix, Prime e Disney+. Sebbene un po’ provocatoriamente verrebbe dire a ragione, vista l’offerta della tv, è comunque innegabile che la tendenza sia questa: persino la Rai sta investendo su Rai Play con programmi creati ad hoc.

Negli Stati Uniti, invece – a parte piattaforme che in Italia non abbiamo, come Paramount+, Peacock e BritBox –, è stata clamorosa la mossa di Hbo. Il canale via cavo di WarnerMedia è talmente famoso da aver dato addirittura il nome alla piattaforma streaming che ospita, da quasi due anni, tutti i film Warner e le serie del canale, come “Il Trono di Spade”, “I soprano”, “Euphoria” e “Westworld”. Con prodotti simili verrebbe quasi da pensare che Hbo avrebbe potuto sopravvivere ugualmente, ma nonostante ciò si è lanciato nella streaming war.

Non solo: nel 2021 tutti i film Warner usciti al cinema sono sbarcati in contemporanea anche su HboMax – questo il nome della piattaforma –, sperando di attirare abbonati e diventare competitivi in fretta. Lo streaming, in breve, si è trasformato in un settore fruttuoso in cui tutti sperano di guadagnare, e questo perché la gente vuole sempre più serie.

Perché guardiamo le serie tv?

In generale, le serie tv hanno successo perché viviamo nell’epoca in cui viviamo. Quasi tutti hanno una connessione a Internet con cui poter guardare questi prodotti; le stesse persone, sui social, possono commentarli e generare traffico e dibattito; infine, è cambiato anche il pubblico. Studenti, giovani e millennials guardano le serie tv come una volta si leggevano i romanzi: ogni episodio è un capitolo, ogni serie è un’esperienza da fare in compagnia o da soli; si comincia una sera, si prosegue quella dopo e quella dopo ancora. Se tutti ne parlano, prima o poi il nostro feed si riempirà di meme e post a tema – anche se siamo spettatori casuali e non fervidi appassionati. Del resto, quasi 2 miliardi di ore di visualizzazioni per “Squid Game” significano che l’hanno vista proprio tutti.

Se le serie sono diventate una nuova tendenza è logico che tutti vogliano produrne sempre di più, autoalimentando il circolo vizioso in cui viviamo oggi. Le serie tv sono diventate così familiari che ci sembra impossibile pensare a un mondo precedente: più serie ci sono, infatti, più ne guardiamo; e più le guardiamo, più serie ci saranno. Di tutti questi prodotti, alcuni diventano fenomeni di costume e altri no.

Le serie tv diventano un fenomeno di costume

Certe volte succede perché un prodotto è bello, riesce a parlare a un determinato pubblico e suscita discussioni interessanti, anche a livello sociale. Certe volte, invece, è semplicemente studiato ad arte. In “Squid Game”, per esempio, tutto grida per essere virale: i vestiti dei giocatori e delle guardie facilmente riproducibili da cosplayers e in travestimenti di carnevale, i giochi semplici e rifacibili come quello del caramello, le maschere, la struttura del gioco. Probabilmente non è una coincidenza se le divise rosse ricordano quelle de “La casa di carta” – l’altra serie più vista sulla piattaforma –, come non è un caso che i Marvel Studios abbiano cominciato a produrre serie tv proprio quando la piattaforma di Disney è stata lanciata sul mercato.

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Tutte le serie Marvel di prossima uscita

Nel giro di un anno abbiamo avuto ben cinque serie Marvel, ed è probabile che altrettante ne vedremo nel 2022. Anche la Lucasfilm ha deciso di investire sulle serie tv di “Star Wars” – sia in live-action, sia in animazione –, e probabilmente continuerà a farlo. Disney, avendo fra le mani due dei brand più famosi e racimola-soldi del mondo – Marvel e Star Wars, appunto –, non aveva motivi per non sfruttarli.

Se le grandi case di produzione ci danno le serie tv – Disney, Netflix, ma anche Amazon e Apple –, noi spettatori le guardiamo; se sono serie sulle nostre cose preferite, come i supereroi Marvel o “Il Signore degli Anelli”, le guarderemo ancora più volentieri. Oppure seguiremo semplicemente il flusso e l’algoritmo e “bingeremo” ciò che la piattaforma ci propone, magari scoprendo un nuovo bel prodotto. Siamo arrivati al punto in cui non si capisce più chi comincia – se noi spettatori che guardiamo le serie e le trasformiamo in casi mediatici, o le case di produzione che immettono quelle serie sul mercato –, ma è innegabile che i prodotti tv suscitano clamore, discussione e tam tam.

Fino a qualche tempo fa, Netflix non rilasciava i dati di ascolto – o considerava visto qualsiasi prodotto guardato per almeno due minuti –, ma ora ci accontenta con dati ufficiali e un nuovo conteggio di visione basato sul numero totale di ore riprodotte nei primi 28 giorni di rilascio. Al momento, la serie tv più vista è “Squid Game” (1,6 miliardi di ore), mentre al secondo posto troviamo “Bridgerton” (625 milioni). Seguono “La casa di carta 4” (619 milioni) e “Stranger Things 3” (582 milioni).

Perché le serie diventano un fenomeno di costume?

In generale, diventano fenomeni di costume perché ormai il linguaggio seriale è popolare e adatto a raccontare belle storie orizzontali, coinvolgenti e – soprattutto – dotate di un vasto pubblico ingrossato sempre più da se stesso, da Internet e dal marketing. Il fatto che la visione di una serie sia più lunga rispetto a quella di un film, poi – anche se la serie viene rilasciata tutta insieme –, genera discussioni più durature e resta impressa più tempo. Dopo averla vista, infatti, sembra sedimentarsi dentro di noi più e meglio di quanto potrebbe fare un film. Il continuo rimasticare della Cultura Pop, poi, ce la ripresenterà spesso sottoforma di meme, citazione o battuta.

“Squid Game”, “La casa di carta” e “Il Trono di Spade”, però, sono eccezioni – successi troppo grandi per essere replicati di continuo –, e lo sono per i motivi più diversi. Tutte le altre serie famose, in realtà, diventano buoni successi perché la “bolla social” dei patiti di serie tv si è allargata a dismisura, dai più appassionati agli spettatori casuali, facendo parlare di loro serie e prodotti affini.

“Squid Game” è stato un caso eclatante. Un po’ sulla scia della scoperta della cultura coreana e in generale orientale, un po’ sulla scia di altre serie di successo, il prodotto è diventato in pochissimi giorni un fenomeno pop e sociale. Meme, Tik Tok, post su Instagram – chiunque sembrava averla vista e tutti ne parlavano. In parte, come detto, perché è una serie che si presta bene ad essere memata, discussa e “riprodotta”; in parte, invece, perché il passaparola è diventato una reazione a catena. Un utente medio, circondato da persone che avevano visto “Squid Game” e che ne parlavano, è stato contagiato e “costretto” a guardarla. Internet funziona così: se non si capiscono i meme che appaiono sul feed si è come esclusi, e bisogna rimediare.

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Alcuni esempi

“La casa di carta” ha conosciuto lo stesso destino. Gli outfit riconoscibili, “Bella ciao”, una trama coinvolgente e appassionante – nonostante la deriva da telenovela delle ultime parti –, una distribuzione intelligente. Ogni stagione, infatti, è uscita in due parti a distanza di sei mesi circa, “monopolizzando” l’offerta. Proprio sulla distribuzione, tra l’altro, si gioca una partita interessante, perché cambia da piattaforma a piattaforma.

Disney+, per esempio, rilascia le sue serie settimanalmente – come una volta –, obbligando di fatto gli abbonati a pagare almeno due mesi per vederle tutte. Questo, però, genera movimento e discussione: “WandaVision” ha tenuto incollati su Twitter milioni di utenti che si chiedevano cosa sarebbe successo, costruendo teorie assurde e ipotizzando finali allucinanti. Netflix, di contro, punta sul tutto e subito, creando una bolla immensa a ridosso dell’uscita che si spegne già qualche giorno dopo.

“Il Trono di Spade” è diventata la serie più famosa del mondo perché è durata quasi dieci anni, e di stagione in stagione raccoglieva sempre più spettatori: chi ne aveva sentito parlare dagli amici, chi era curioso, chi si appassionava a una storia di intrighi e politica. Certamente il finale ha rovinato tutto – chi potrebbe dire il contrario? –, ma è innegabile che la serie sia stata un fenomeno di costume immenso.

Certi altri prodotti, invece – magari più di nicchia –, sono diventati piccoli casi comunque importanti: “Euphoria” per il tipo di target e forse per Zendaya; “The Witcher” per il marketing e il fantasy ormai mainstream; “True Detective” e altri “classici” perché ormai l’immaginario pop si nutre anche di serie tv. Così come esistono certi film cult, oggi esistono anche le serie cult. Uno dei vantaggi delle piattaforme streaming è proprio quello di riproporre tanti vecchi prodotti – serie come “The Wire”, “West Wing” e “I Soprano” –, capolavori che vengono riscoperti e apprezzati anche da un nuovo pubblico.

Della serie: il finale de “Il Trono di Spade” fa schifo

Quale futuro?

Parafrasando Foster Wallace, quando si hanno decine di piattaforme streaming e centinaia di prodotti fra cui scegliere, non c’è una vera scelta; ciò che guardiamo non è quello che vogliamo vedere, ma quello che guardano o vogliono vedere tutti gli altri. I prodotti che illusoriamente pensiamo di scegliere, in realtà, ci vengono “imposti” dagli algoritmi che propongono sulla Home delle piattaforme quelli più visti o adatti a noi. Oppure guardiamo quelli che i post sui social ci dicono di vedere.

Quale sarà il futuro quindi? Le piattaforme produrranno sempre più serie finché la bolla scoppierà? Forse, più probabilmente, continueremo a guardare quelle più pubblicizzate dalle piattaforme e più discusse su Internet, lasciando le serie “di nicchia” ai pochi appassionati o a visioni inattese e inaspettate. In ogni caso, nessun timore: non saremo noi a scegliere cosa guardare, quindi non dovremo preoccuparci di nulla.

Alessandro Mambelli

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