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Vienna ha aperto un profilo OnlyFans per aggirare la censura sui quadri di nudo

3 ' di lettura

I social bannano i quadri di nudo perché la tecnologia non è in grado di riconoscere un’opera d’arte da una foto o è la la gente che si scandalizza per uno Schiele?  Una storia che racconta molto sulla nostra percezione di sesso e libertà sessuale.

Qualche tempo fa, l’ente turistico di Vienna ha deciso di aprire un account OnlyFans per i propri musei. Lo scopo è duplice: da un lato, c’è sicuramente la voglia di far parlare di sé e creare scalpore, magari riuscendo comunque a sensibilizzare le persone e invogliarle a capirci qualcosa; dall’altro, c’è la necessità di diffondere opere d’arte di nudo che sui social più classici sarebbero censurate. Tutta questa storia è esemplificativa di una situazione sociale in cui ci troviamo immersi da molti anni.

Che cos’è OnlyFans?

OnlyFans – secondo la definizione di Wikipedia – è un sito che “offre un servizio di intrattenimento tramite abbonamento”, i cui creatori “possono guadagnare dagli utenti che si iscrivono ai loro contenuti, i fan, appunto”. I contenuti di cui si parla sono diversi e molteplici – video-tutorial di fitness, clip musicali, video-ricette… eccetera eccetera –, ma se avete sentito parlare del sito, sicuramente sarà stato per via del “genere” per cui è più conosciuto e usato, e cioè l’intrattenimento per adulti. Su OnlyFans, infatti, il traffico maggiore è generato da pornostar, modelli e modelle, sex workers, dilettanti e non – persone che usano la piattaforma per guadagnare mensilmente e “in proprio”.

Controversie e problemi di OnlyFans

Il sito è nato nel 2016 e nel corso degli anni ci sono state alcune controversie. La più importante – per gravità, estensione e impatto – è quella sullo sfruttamento minorile. Nel documentario BBC Nudes4Sale, infatti, si spiega come il metodo di verifica dell’età di OnlyFans sia facilmente aggirabile, permettendo anche a chi ha meno di diciotto anni di iscriversi e postare contenuti. La scoperta è stata fatta perché un terzo dei profili Twitter usati per pubblicizzare la propria pagina e racimolare fan appartiene a minori.

Il punto, forse, non è capire di chi è la colpa – dei genitori, del sito, della società, dei minori stessi? –, ma piuttosto considerare come OnlyFans sia spesso preda di “furti” e leaks, con la conseguenza che molti video cominciano a girare su altri social – è successo recentemente a Denis Dosio su Twitter – o su siti non proprio “pudichi”. Si tratta, insomma, di casi piuttosto crudeli di revenge porn – cioè diffusione non consensuale di materiale privato –, ma finora non sembra esserci l’intenzione di impedirli. Senza contare che spesso molti abbonati si spingono un po’ troppo in là, minacciando o ricattando chi posta foto e video e destabilizzando di fatto il lavoro di queste persone.

Sex Work e sfruttamento

Eppure, c’è tutto un mondo di sex workers che con OnlyFans ci campa. In Nudes4Sale viene raccontata la storia di Lauren, una donna che si è licenziata per potersi dedicare ventiquattr’ore su ventiquattro al suo profilo OnlyFans. Come lei, tantissime altre persone di ogni genere, sesso ed età usano il sito per guadagnarsi da vivere.

Il profilo OnlyFans dei musei di Vienna

Nel caso delle pornostar, per esempio, si tratta anche di un modo per sganciarsi dall’industria del porno e mettersi “in proprio”. Da anni, infatti, è risaputo che il mondo del cinema a luci rosse è fatto di sfruttamento e paghe miserabili – spesso nei confronti delle donne –, mentre OnlyFans è un ottimo modo per sfruttare la propria fama e guadagnare cifre che prima sembravano impensabili. L’attrice Lana Rhoades, per esempio, ha raccontato in un’intervista di aver interrotto i contratti con tutte le case di produzione per postare solo su sul sito.

I problemi, in questo caso, sono la percezione e il modo in cui ancora si guarda al sex work – come a un tabù, stigmatizzandolo. In realtà, lavoratori e lavoratrici che decidono consapevolmente di postare le proprie foto di nudo non stanno facendo niente di male; casomai, in torto è il sito che permette furti e mancanza di moderazione.

La società e la percezione

Riallacciandoci all’inizio, è in questo scenario che ha preso forma l’iniziativa dei musei di Vienna. La portavoce Helena Hartlauer – si legge su Il Post – ha detto che l’obiettivo del profilo è “sensibilizzare su come i meccanismi di censura dei contenuti espliciti dei social network possano avere effetti paradossali quando si applicano a certi quadri e sculture”. Infatti, a Facebook e Instagram non importa se il seno ritratto è quello di una donna dipinta, di un selfie o di una foto caricata a tradimento – loro cancellano tutto.

Per quale motivo i social dovrebbero bannare i quadri di nudo? Davvero la tecnologia non è in grado di riconoscere un’opera d’arte da una foto? Oppure pensano che la gente si scandalizzi per uno Schiele o l’Olympia di Manet? Il problema, forse, è ancora una volta la percezione e l’atteggiamento patriarcale nei confronti del corpo femminile.

Da un lato ci sono sex workers che vengono spesso – eufemisticamente – tacciate di essere di facili costumi per il lavoro che fanno – chissà perché, quando la società deve accusare e denigrare qualcuno sull’argomento, se la prende sempre con le donne. Dall’altro lato, invece, gli algoritmi oscurano quadri vecchi di cento anni e seni femminili perché sui social è solo il corpo delle donne quello ad essere censurato. È la scoperta dell’acqua calda, certo, ma non è che forse abbiamo un problema?

È triste che certe persone debbano temere di fare il loro lavoro perché potrebbero trovare i loro video caricati illegalmente sui siti porno o che un museo debba aprire un account su OnlyFans perché Facebook censura i quadri di nudo ma non la disinformazione. Evidentemente certe mentalità sono ancora – purtroppo – arretrate e anacronistiche. La strada per educare e comprendere è ancora lunghissima e tortuosa.

Alessandro Mambelli

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