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Perché le api sono importanti e cosa succederebbe se sparissero

3 ' di lettura

“Bee Movie”, nonostante sia un film piuttosto sessista e “inquietante”, ha una morale di fondo giustissima: senza api, il mondo andrebbe in rovina in pochissimo tempo. Anche se la pellicola parla di un ape e di un’umana che si innamorano – l’ape diventa addirittura avvocato di se stessa per difendersi dalle multinazionali del miele accusate di averlo rubato ai suoi simili –, si spera che i bambini più piccoli abbiano comunque colto il messaggio, e cioè che le api sono importantissime per l’ecosistema del pianeta.

Perché le api sono importanti?

Semplicemente, perché le api sono gli agenti impollinatori migliori: tutte le piante, per riprodursi, hanno bisogno di essere fecondate, ma non potendo muoversi devono ricevere il polline “da terzi”. Il problema è che la fecondazione avviene principalmente grazie agli insetti che stanno scomparendo.

L’ape, chiaramente, è inconsapevole del suo ruolo: attirata dai colori dei petali, si posa di fiore in fiore per prelevare il nettare da portare all’alveare, e così facendo deposita nell’ovario il polline che ha raccolto precedentemente nella sua peluria. Ovviamente non ci sono solo loro – anche farfalle, mosche e coleotteri sono agenti impollinatori, senza dimenticare vento e pioggia –, ma le api coprono quasi tutto il lavoro.

Per sensibilizzare sul tema, la catena di supermercati Whole Foods Market ha tolto dagli scaffali tutti i prodotti che sparirebbero senza api

Cosa succederebbe se le api sparissero?

Senza le api, l’impollinazione diminuirebbe spaventosamente; senza impollinazione, le piante comincerebbero a riprodursi di meno e a sparire, gli erbivori perderebbero sostentamento e di conseguenza anche tutta la catena alimentare e l’intero pianeta. Di certo, soffriremmo noi che quelle piante le mangiamo.

Senza piante, per esempio, ci sarebbero problemi con l’assorbimento della CO2 – come se ora non ce ne fossero già abbastanza –, ci sarebbero guai con la siccità, con il dissesto idrogeologico – niente alberi che tengono saldo il terreno – e in generale con il delicatissimo equilibrio del pianeta. La Terra, coi suoi meccanismi, è una macchina pressoché perfetta, ma se un ingranaggio si rompe crolla l’intero sistema. E non si può riavviare spegnendo e riaccendendo.

Potremmo dire, in maniera provocatoria, che al pianeta non importerebbe niente se le api sparissero: la crosta terrestre non si spaccherebbe e la Terra non inizierebbe a vagare senza meta nel vuoto cosmico; semplicemente, la vita si adatterebbe alle nuove condizioni, evolvendosi e cambiando di conseguenza, magari trovando soluzioni più efficienti per impollinare le piante. Gli unici che non sono in grado di adattarsi così velocemente e in maniera pacifica a un disastro apocalittico simile siamo noi.

Per avere un’idea più chiara: quali piante sparirebbero

  • Le mandorle

Solo in California ci sono circa 400mila ettari di mandorleti. Gli apicoltori partono da ogni Stato per trasportare le loro arnie e impollinare i fiori, spesso svegliando le api prima della fine del letargo e mettendole a rischio. Milioni di insetti di provenienze diverse, infatti, si trasmettono più facilmente malattie e virus, senza dimenticare i pesticidi che coprono i mandorli. I mandorleti che dipendono dalle api per vivere stanno uccidendo le api stesse, causando una reazione a catena: niente più latte vegano, torrone e pollo alle mandorle.

  • Il cacao

Non solo la coltivazione e l’industria del cacao sono disumane e schiaviste, ma le api e i moscerini sono i principali responsabili dell’impollinazione dei suoi fiori. 

  • Il pomodoro

Le piante del pomodoro si riproducono da sole, ma hanno bisogno di vibrazioni per far cadere il polline dai fiori – quindi il vento o l’agitarsi degli insetti dentro i fiori stessi. Senza le api si può fare tutto il lavoro a mano, ovviamente, ma costa di più e fa perdere molto più tempo.

  • Il tè

In pratica, la pianta del tè è impollinata quasi ed esclusivamente dalle api. Senza di loro, gli inglesi sarebbero disperati.

Altri cibi vari ed eventuali che si basano perlopiù sull’impollinazione delle api: mele, pere, kiwi, angurie, meloni, anice, cardamomo, fragole, pesche, cetrioli, ciliegie.

Perché lei api spariscono e quali sono i rimedi

La sindrome dello spopolamento degli alveari (CCD, ovvero Colony Collapse Disorder) è un problema sin dal 2006, quando si riscontrò per la prima volta in Nord America. Le cause sono diverse, anche se al momento non del tutto comprese. Le varie teorie proposte in questi anni potrebbero essere o meno tutte valide: il cambiamento climatico che modifica gli ecosistemi e i suoi equilibri; virus e parassiti vari che colpiscono le api come una pandemia; pesticidi sempre più potenti e sempre più usati. Quale che sia il motivo, la moria delle api è un dato di fatto incontrovertibile.

Il 21 ottobre 2016, su Netflix, venne pubblicata la terza stagione di “Black Mirror”. L’episodio “Odio universale” aveva un elemento piuttosto interessante, e cioè api robot che impollinavano i fiori al posto di quelle vere, ormai estinte.

Due anni dopo, Walmart depositò alcuni brevetti per api robot simili, e così l’Università di Delft, in Olanda. Nello stesso anno, invece, un’università polacca pubblicò uno studio iniziato nel 2012 che spiegava come B-Droid – di base un’altra ape robot – potesse aiutare l’impollinazione. Harvard, nel 2013, presentò RoboBee, una specie di insetto a forma di virus che avrebbe dovuto fare la stessa cosa.

Ci siamo arresi?

Tutto questo interesse verso un problema sicuramente attuale e presente – problema che nel futuro potrebbe diventare davvero irrisolvibile – è encomiabile. Dopotutto, cercare soluzioni e migliorare la vita è lo scopo ultimo della scienza. Eppure, questo affaccendarsi per creare api robot e insetti artificiali sembra quasi suggerire che il destino sia inevitabile.

Davvero le api sono ormai segnate a tal punto da rendere necessari questi rimedi robotici? Oppure RoBee e B-Droid sono solo precauzioni e piani B? È meglio trovare soluzioni per salvare le api e preservare la biodiversità e gli equilibri degli ecosistemi, oppure ammettere implicitamente che sono condannate – e condannarle – cercando dei sostituti che non pungono?

Queste soluzioni distopiche alla “Black Mirror” sono certamente un progresso positivo – nuova tecnologia, nuovi studi, nuove applicazioni –, ma cosa dovremmo pensare quando in pratica andranno a sostituire degli esseri viventi?

Alessandro Mambelli

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