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11 settembre: per la prima volta l’Occidente ricorda gli attentati lontano dall’Afghanistan

4 ' di lettura

Esattamente venti anni fa il mondo viveva il giorno più lungo e drammatico dell’epoca moderna. Era l’11 settembre 2001, una di quelle date destinate a diventare un vero e proprio spartiacque, capace di tracciare in maniera netta e inequivocabile una distinzione tra un prima e un dopo. Chi ha vissuto quei momenti ricorda perfettamente dove fosse e cosa stesse facendo quando tutto è iniziato; chi invece non c’era, o era troppo giovane per comprendere cosa stesse accadendo, ha comunque impresse nella memoria le immagini di quel giorno.

Quanto accaduto è tristemente noto: in quella che era cominciata come una tranquilla mattina di fine estate, su ordine del suo leader Osama Bin Laden l’organizzazione terroristica Al-Qaeda prese il controllo di quattro aerei di linea, dirottandoli affinché si schiantassero su edifici-simbolo del potere e della potenza americana. Due aerei colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, facendole crollare sotto lo sguardo inerme di tutto il mondo; un terzo volo si abbatté invece sul lato ovest del Pentagono mentre un quarto aereo, diretto a Washington – presumibilmente con l’obiettivo di colpire la Casa Bianca o il Congresso –, precipitò nelle campagne di Shanksville (Pennsylvania) grazie a un’eroica rivolta dei passeggeri. Il bilancio degli attacchi fu terribile: 2.996 vittime – inclusi 19 terroristi – e 6.400 feriti. Per numero di persone coinvolte e impatto, ancora oggi gli attentati dell’11 settembre rappresentano il più grande attacco terroristico della storia. E sicuramente l’evento più sconvolgente e traumatico che gli Stati Uniti, e l’intero Occidente, abbiano mai vissuto.

Le conseguenze degli attacchi

In seguito agli attentati l’amministrazione Bush, con il sostegno e l’aiuto della NATO, diede inizio alla cosiddetta «guerra globale al terrorismo», un insieme di operazioni militari e di intelligence finalizzate all’individuazione e allo sradicamento di organizzazioni e gruppi terroristici. L’obiettivo era – ed è tuttora – impedire che eventi come quelli dell’11 settembre accadano ancora.

Le risorse e gli sforzi occidentali si concentrarono subito su un Paese specifico: l’Afghanistan, all’epoca governato dai talebani e direttamente legato agli attentati dell’11 settembre per l’ospitalità e la protezione che da anni offriva ad Al-Qaeda e allo stesso Bin Laden. In un primo momento, sia pur con poca convinzione, gli Stati Uniti provarono ad ottenere dai talebani la consegna di Bin Laden, l’uomo su cui ogni americano – e in primis il Presidente Bush – desiderava sfogare i propri sentimenti di vendetta; in breve tempo, però, gli USA ritennero irraggiungibile un accordo e scelsero la via delle armi. Gli interventi militari iniziarono ufficialmente il 7 ottobre 2001 e portarono, nel dicembre dello stesso anno, alla ritirata dei talebani e alla fuga di Bin Laden – la sua latitanza sarebbe poi durata fino al maggio 2011, quando venne individuato e ucciso dalle forze speciali statunitensi.

Tuttavia, la rapidità e l’efficienza con cui Stati Uniti e alleati riuscirono a imporsi nelle prime fasi del conflitto si dimostrarono presto illusorie: negli anni successivi, infatti, grazie soprattutto agli aiuti e ai finanziamenti del vicino Pakistan, i talebani hanno ripetutamente ostacolato i processi di «State Building» e «Peacekeeping» portati avanti nel Paese dalle potenze occidentali, costringendole a un ingente dispendio di uomini e risorse e trascinando gli Stati Uniti nella guerra più lunga della loro storia.

Afghanistan: missione (in)compiuta?

Oggi la guerra in Afghanistan è ufficialmente finita, almeno per l’Occidente. Ma il ritiro delle truppe internazionali, conclusosi in maniera rocambolesca lo scorso 30 agosto, ha lasciato dietro di sé un forte senso di frustrazione e fallimento. E questo non solo perché gli alleati se ne sono andati lasciando il Paese nelle mani degli stessi talebani a cui lo avevano sottratto vent’anni prima, ma anche e soprattutto per le modalità con cui ciò è avvenuto. La fine dell’occupazione, prevista dagli accordi di Doha del febbraio 2020, si è infatti svolta all’insegna del caos e della confusione, con le potenze occidentali che si sono mosse in ordine sparso per lasciare il Paese il più in fretta possibile. La sensazione è stata quella di una fuga improvvisata e totalmente disinteressata alle sorti del popolo afghano, che adesso assiste impotente alla cancellazione di buona parte dei progressi e delle conquiste ottenuti in materia di diritti, democrazia e libertà con l’occupazione occidentale.

Certamente la rapida avanzata dei talebani – ampiamente prevista, ma immaginata su tempi decisamente più lunghi – ha complicato le operazioni di ritiro, ma questo non basta a giustificare la pessima gestione della situazione a cui abbiamo assistito. Una gestione che però, a detta di molti, era l’inevitabile conclusione dei vent’anni di occupazione: il disastroso finale di una guerra fallimentare.

Aeroporto di Kabul, 16 agosto 2021

Questo giudizio è sicuramente eccessivo, ma ha il merito di evidenziare la questione su cui, soprattutto nella giornata di oggi, tutto il mondo si interroga: la missione occidentale in Afghanistan è stata un successo o un fallimento? Come spesso accade, la semplicità della domanda è direttamente proporzionale alla complessità della risposta. Per comprenderlo è sufficiente ricordare che la guerra in Afghanistan non è solo figlia di un’epoca e di un mondo completamente diversi da quelli di oggi, ma è anche un conflitto i cui obiettivi e protagonisti – a cominciare da chi sedeva nello Studio Ovale – sono cambiati più volte nel corso del tempo. Dato che il successo o il fallimento di un’azione si misura sulla base del raggiungimento o meno dello scopo per cui è stata compiuta, questo secondo aspetto rende particolarmente difficile esprimere un giudizio definitivo sulle vicende afghane.

Ciononostante, un resoconto degli obiettivi raggiunti e mancati dall’Occidente in quasi vent’anni di occupazione è comunque possibile farlo: il terrorismo è ancora una minaccia concreta e forse, con la nascita dell’ISIS nel 2014, anche più preoccupante di un tempo; lo stesso vale per Al-Qaeda, che oggi, col ritorno dei talebani al potere, potrebbe nuovamente trovare protezione e margini di manovra in Afghanistan; Osama Bin Laden invece non rappresenta più un problema; gli investimenti occidentali nel Paese hanno permesso di realizzare infrastrutture, servizi e sviluppi economici significativi; le operazioni di «State Building» e «Peacekeeping» hanno garantito diritti, istruzione ed emancipazione a milioni di afghani, ma adesso rischiano di scomparire sotto i colpi del nuovo regime.

Il bilancio, dunque, è fatto di innegabili fallimenti, oggettivi successi e importanti progressi dal futuro incerto. Come vada interpretato tutto questo, dipende dalle opinioni di ciascuno. Quel che è certo è che, nonostante i costi e i problemi lasciati irrisolti, non si è trattato di un intervento inutile. Forse, semplicemente, non era ancora il momento di andarsene.

Giulia Battista

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