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Venezia da difendere

2 ' di lettura

Se c’è una città italiana che più delle altre è cambiata durante il periodo di pandemia questa è senza dubbio Venezia. La chiusura ha restituito la città ai suoi abitanti, che prima erano costretti a fare i conti con affitti altissimi, turisti che intasavano le calli, e grandi navi che facevano tremare le fondamenta della città e della comunità. Ma Venezia è poesia, decadenza e malinconia.

Da piazza San Marco al ponte dei Sospiri: gli scorci più famosi di Venezia senza le folle di turisti assumono un aspetto diverso. La città sembra brillare di luce propria, la sua bellezza non ha bisogno di flash.

Turismo

Urlando “Venezia non è Disneyland”, i movimenti sociali che si oppongono alle grandi navi in laguna, da anni denunciano le conseguenze del turismo di massa: flussi di persone riempivano talmente le calli, si è arrivati a contare 100.000 presenze al giorno nei periodi di punta. Per anni si è pensato che la soluzione fosse porre dei tornelli per limitare i turisti che percorrono i ponti della laguna. Tuttavia, questo provvedimento non risolve una tendenza decennale: più aumentano le attività turistiche, più la città si svuota la città dei suoi abitanti.

Il Covid-19 è piombato su una realtà già fragile: la città si stava risollevando dopo l’Acqua Granda (allagamento) di novembre 2019. Si stima che negli ultimi 70 anni gli abitanti di Venezia siano passati da 174.808, nel 1951 a 51.208 nel 2020. Complice un turismo di massa alle stelle, un’economia basata sul commercio e politiche di tutela del territorio insufficienti, sta venendo a mancare il tessuto sociale urbano a favore dei processi di globalizzazione. Percorrendo le calli storiche si notano molte serrande abbassate, che rimandano a una precarietà tangibile, a un tempo sospeso in balia delle onde, nell’attesa che tornino i turisti.

Mestieri

Eppure, Venezia non è solamente coacervo di attività commerciali di rendita: ci sono mestieri che si tramandano da secoli. Lo squero di San Trovaso è uno dei più antichi ancora in funzione. La parola significa cantiere in dialetto veneziano, è infatti uno spazio preposto alla costruzione e riparazione delle imbarcazioni. Quello di San Trovaso risale al Seicento e oggi si occupa soprattutto di produzione e riparazione delle gondole, servendosi ancora di tecniche centenarie.

Storia

Il Ghetto Ebraico di Venezia è il più antico d’Europa. Grazie agli scambi commerciali che la Repubblica intratteneva con oriente e occidente, gli ebrei giunsero in Laguna attorno all’XI secolo. Soltanto nel 1516 però, il governo della città decise che la popolazione ebraica dovesse stabilirsi in una specifica area, in particolare quella dove un tempo erano situate le fonderie, “geti” in veneziano, da cui deriverebbe la parola “ghetto”.
Il governo della Serenissima volle che gli ebrei vivessero in una sola zona della città, senza poter uscire né di notte, né durante i giorni festivi per i cristiani. Avendo poco spazio a disposizione, essi costruirono le case con piani molto bassi, in modo da ospitare più persone. Le cornici delle finestre molto ravvicinate tra loro ne sono testimonianza.

La crisi del turismo dettata dalla pandemia potrebbe essere l’occasione giusta per porsi alcuni obiettivi: riportare residenti in città utilizzando appartamenti sfitti; gli edifici preposti ad alberghi potrebbero ospitare imprese sociali. Il vuoto lasciato dal Covid-19 potrebbe essere colmato da politiche che coniughino giustizia sociale, economia e giustizia climatica, per fare in modo che ci sia un’alternativa alla rendita dettata dal turismo di massa. Venezia è una bellezza antica che va difesa e tutelata dalla logica del capitale.

Erica Marconato

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