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Ex-Ilva, grigio acciaio: la storia infinita di una città sacrificata (Parte 2)

8 ' di lettura

Continua il nostro racconto di Taranto. L’acciaieria Ex-Ilva ha infatti inciso profondamente la storia della città, cambiandone i connotati: quelli del territorio, in cui si presenta come una macchia nera velenosa, e quella di moltissimi cittadini, a cui la malattia ha stravolto le sembianze. Il grigio acciaio di Ex-Ilva è diventata una questione ambientale e sanitaria di una gravità senza precedenti. E il cielo si fa più grigio sopra Taranto.

In principio fu il divieto di pascolo

A comprendere per prima – seppur già tardivamente – la gravità della situazione ambientale all’interno del complesso ex-Ilva di Taranto, fu la Regione Puglia. Nel 2010, prendendo atto dei livelli insostenibili di diossina e policlorobifenili nei terreni, con l’Ordinanza della Giunta Regionale n.176 dispone il divieto di pascolo sui terreni ricadenti entro un raggio di non meno di 20 km attorno all’area industriale di Taranto. Ma il disastro ambientale e sanitario di Taranto ha radici profonde. Già nel 1964, ben prima della fine della costruzione dello stabilimento, l’allora Ufficiale Sanitario di Taranto Alessandro Leccese, in un convengo di medicina sociale, denunciava quella che allora sembrava solo una catastrofica ipotesi: il possibile inquinamento da benzoapirene, berilio e molto altro, che metteva in pericolo l’ambiente e la salute dei cittadini.

Ad avere per primi coscienza della dannosità dell’impianto siderurgico furono però i pescatori, che già nel 1962 iniziavano a protestare, convinti che le idrovore dell’Ilva avrebbero causato danni gravi alla pesca e alla mitilicoltura, fiore all’occhiello della città. La rivista Taranto oggi domani invece, nel luglio 1971 denunciava l’alto grado di inquinamento atmosferico soprattutto nel quartiere Tamburi, a ridosso della fabbrica: i parchi minerali si trovano a 170 metri dalla zona residenziale, le cokerie a 730 metri e il muro di recinzione a 135 metri dalla casa più vicina del quartiere, che conta oggi circa 15000 abitanti. Ancora, nel 1980, un articolo del Corriere del Giorno riportava un deciso aumento delle morti per mesotelioma nella provincia di Taranto nel decennio 1970-79, se confrontato con il decennio precedente.

Le proporzioni del dramma sanitario e ambientale nel capoluogo ionico, a partire dai primi anni ‘90, erano evidenti sia alla popolazione che ai medici che constatavano un aumento di malattie da mesotelioma, leucemie, patologie tumorali e malattie della tiroide – scrive Angelo Bonelli in “Goodmorning diossina”, libro che ricostruisce la vicenda di Taranto – Nonostante vi fossero segnali preoccupanti dal punto di vista sanitario, collegati alla grave situazione di inquinamento ambientale, le istituzioni si dimostravano immobili e latitanti”.

ex-Ilva Taranto
Taranto dall’alto. La zona ricoperta dall’ex-Ilva più scura, adiacente al quartiere Tamburi. Colpo d’occhio impressionante. Fonte Google Maps

Come sostiene il rapporto «Il disastro ambientale dell’ILVA di Taranto e la violazione dei diritti umani», redatto dalla Fédération Internationale des Droits de l’Homme (FIDH), insieme all’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani, Peacelink e HRIC, fino al 2005 la popolazione viene tenuta all’oscuro della situazione legata all’inquinamento delle zone circostanti l’Ilva e all’impatto ambientale delle industrie. Prima dell’aprile 2005 infatti, non c’era stata alcuna notifica riguardante la presenza di diossina. Fu poi l’associazione ambientalista Peacelink a denunciarne il ritrovamento nel formaggio e negli animali che ha portato poi alla delibera della Regione, e non le autorità della città pugliese.

Il rapporto causa-effetto non c’è

Fino a quel momento avevano avuto spazio tutti quelli che dicevano “Vabbè, saranno aumentati i tumori però il rapporto causa-effetto non c’è, potrebbe essere che i tarantini fumano” – ci racconta ancora Annamaria Moschetti, presidentessa della Commissione Ambiente dell’Ordine dei medici di Taranto – La produzione dell’acciaio immette nell’aria una serie di sostanze che sono cancerogeni certi, e non c’è un livello di questo cancerogeno che sia innocuo per la salute umana. Ma se noi immettiamo su una popolazione sostanze certamente dannose per la salute, è forse necessario aspettare per capire che non deve capitare?” Secondo il principio di precauzione, anche in assenza di una piena evidenza scientifica, di fronte a un danno grave bisogna intervenire. “Per quale motivo abbiamo dovuto aspettare un giudice per stabilire un rapporto di causa ed effetto fra le malattie e le emissioni? – incalza la pediatra – Si è dovuti arrivare a dimostrare che sostanze certamente cancerogene hanno prodotto il cancro, è bizzarro. La storia di Taranto è cronaca di una morte annunciata. Non una storia sanitaria, ma una specie di esperimento sociologico”.

A Taranto si muore di cancro

Bisognerà aspettare infatti il 2012, e con esso la perizia epidemiologica commissionata dalla Procura all’interno delle indagini preliminari al processo “Ambiente Svenduto”, per poter affermare la «forte evidenza scientifica» nella correlazione tra le emissioni nocive dell’Ilva e l’esplosione dell’insorgere di patologie cardiovascolari e respiratorie, tumori e leucemie nella popolazione. La stessa perizia inoltre aveva evidenziato che, tra gli operai in forza allo stabilimento, si registravano i seguenti dati:

  • +107% di tumori allo stomaco
  • +71% di tumori della pleura
  • +50% di tumori della prostata
  • +69% di tumori della vescica
  • +64% delle malattie neurologiche
  • +14% delle malattie cardiache
ex-Ilva Taranto
Fonte studio SENTIERI

I dati vengono poi confermati dallo Studio SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), commissionato dall’Istituto Superiore di Sanità, il quale ha accertato che:

  • L’incidenza di tumori infantili è aumentata del 54% rispetto alla media regionale
  • La mortalità infantile è dell’11% superiore alla media regionale
  • I tumori per gli abitanti dei territori Taranto e Statte sono del 20% superiori alla media provinciale nella popolazione femminile e del 30% per quella maschile.

La perizia chimica porta dati ancor meno incoraggianti: l’Ilva, nel solo 2010, ha emesso oltre 4.000 tonnellate di polveri; 11.000 tonnellate di diossido di azoto e 11.300 tonnellate di anidride solforosa, 338.5 tonnellate di IPA, 52 grammi di benzoapirene, 14.9 grammi di benzodiossine e policloro-dibenzo-diossine. Queste sostanze vengono assunte dai cittadini sia per via respiratoria sia per via alimentare attraverso la contaminazione degli alimenti.

Lorenzo Zaratta

Simbolica a tal proposito è la storia del piccolo Lorenzo Zaratta, morto a soli 5 anni nel luglio 2014 a causa di un tumore al cervello diagnosticatogli a tre mesi dalla nascita. Alcuni campioni organici hanno testimoniato come nel cervello di Lorenzo ci fossero tracce di ferro, acciaio, zinco, silicio e alluminio, derivanti dal fatto che – durante la gravidanza – la madre lavorasse nel quartiere Tamburi. “Alcuni metalli e alcuni inquinanti è come se avessero un’impronta digitale, si può sapere esattamente da quale fabbrica vengono, e questo è uno dei casi in cui si è potuto dimostrare – ci ha spiegato Massimo Ruggieri, presidente di Giustizia per Taranto – L’avvocato della famiglia di Lorenzo è uno dei nostri attivisti e ha subito messo le sue conoscenze legali a disposizione di questa famiglia e di questo bambino, che è stato “adottato” dal movimento ambientalista tarantino”. La sicura correlazione tra i metalli trovati nel cervello di Lorenzo e la provenienza dai camini dell’Ilva è ribadita anche dalla dottoressa Moschetti: “L’Istituto Superiore di Sanità ha detto che nel latte materno delle mamme di Taranto c’è un’elevata concentrazione di diossine che hanno un marker di produzione siderurgica. Dato che lì di siderurgico c’è solo quello, non sarebbe dovuto saltare tutto di fronte ad un’informazione del genere?”

L’inquinamento incide sul QI dei bambini

L’Unione Europea inoltre, ha finanziato un progetto di studio chiamato APGAR: Air Pollution, Growing brAin and cognitive disordeR in children, che stabilisce come livelli elevati di inquinanti atmosferici – principalmente IPA e benzo(a)pirene, presenti in gran quantità nell’aria tarantina – abbiano un effetto devastante sulla struttura cerebrale e sulle prestazioni cognitive dei bambini, che arrivano a perdere 10 punti di QI se paragonati a chi vive lontano dalle emissioni stesse: “Perché quando è uscito questo studio l’Asl o il Ministero della Salute non ha chiuso tutto? – fa notare Moschetti – Qui ci sono i destini delle persone in gioco. Se guardiamo alla distribuzione demografica della popolazione, vediamo che nel quartiere Tamburi ci sono prevalentemente persone di livello socioeconomico basso. Sono persone, bambini, che già di per sé partono con uno svantaggio, mentre l’obiettivo di una nazione civile, dovrebbe essere quello di ridurre le disuguaglianze”.

Wind days

A ciò vanno ad aggiungersi continuamente fattori peggiorativi. Viene riscontrato un significativo aumento della mortalità nei giorni successivi ai cosiddetti «Wind Days», quando il vento proveniente da Nord-Ovest supera i 7 nodi al secondo per più di tre ore consecutive, proprio a Taranto: una città sul mare, continuamente esposta al vento. L’Arpa Puglia ha quindi disposto particolari misure nei casi di giorni ventosi, che vengono applicate dall’Asl: l’invito cioè per la popolazione residente nei quartieri adiacenti all’Ilva a chiudere le finestre e non svolgere attività all’aria aperta. Con l’arrivo del Covid-19 si è creato un ulteriore corto circuito: apriamo le finestre per evitare la circolazione del virus o le chiudiamo per evitare l’ingresso delle particelle velenose? Nei quartieri adiacenti alla fabbrica, inoltre, si trovano anche scuole primarie e secondarie, per cui il Sindaco di Taranto nel 2012 dispone il divieto di giocare nelle aree verdi, oltre ad altri divieti come quello di tumulare salme nel cimitero adiacente agli impianti e il divieto di utilizzo delle acqua di falda per qualsiasi scopo.

Ultimi sviluppi

Dal 2016 è stato attivato, ad opera di Ispra e Arpa Puglia un sistema di campionamento costante delle diossine nell’aria. “Prima del 2012 – ammette Ruggieri – le centraline [di rilevamento] non erano neanche funzionanti, erano guaste o non si sapevano i risultati, si è giocato molto su questo”. I primi due anni di rilevazioni hanno evidenziato un sostanziale rispetto del limite di tossicità. Tuttavia, nel corso del 2017 si è registrato, per circa sei ore, un valore di 1.5 ng/TE/Nm3, cinque volte superiore al limite di 0.3 nanogrammi di tossicità equivalente per normal metro cubo di diossine. Una quantità così alta non si aveva da più di cinque anni. L’acciaieria è ancora in grado di produrre delle emissioni particolarmente dannose.

Nel 2017 la rivista Ecotoxicology and Environmental Safety ha pubblicato uno studio (chiamato Angiogenic activity in vivo of the particulate matter) sulla tossicità attuale delle polveri di Taranto, nel quale rileva che, a parità di massa, le PM10 di Taranto presentano una maggiore tossicità rispetto a quelle di altre città, a causa della diversa «qualità chimica» delle polveri. Di conseguenza, il limite di legge annuo di 40μg/m3 di polveri sottili non sarebbe sufficiente a Taranto per evitarne gli effetti dannosi e tutelare la salute dei cittadini, anche tenendo presente che il limite posto dall’Oms è di soli 20μg/m3. Secondo i dati del registro Ines, invece, negli ultimi anni a Taranto è stato immesso in atmosfera il 93% di tutta la diossina prodotta in Italia e il 67% del piombo.

Sempre nel 2017, l’ong Manitese, assieme all’associazione Cittadini Reattivi pubblica un reportage dal titolo «I bambini di Taranto vogliono vivere». Al suo interno i contributi degli ospiti sono unanimi. Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink e storico attivista afferma: “La sorpresa fu scoprire che impianti industriali come Ilva potevano emettere 1000 volte più diossina di un inceneritore e in termini di concentrazione, 1000 volte di più di quanto emesso da un’acciaieria tedesca. Capimmo così che le norme erano state costruite secondo criteri di ingiustizia”.  A quali norme si riferisce? Naturalmente, a tutti i decreti «salva-Ilva». In particolare il DM 46/2019, emanato in marzo dall’allora Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, di concerto con i Ministeri dello Sviluppo Economico, della Salute e delle Politiche Agricole Alimentari guidati rispettivamente da Luigi Di Maio, Giulia Grillo (M5S) e Gian Marco Centinaio (Lega). Il decreto stabilisce un nuovo regolamento relativo agli interventi di bonifica e ripristino ambientale delle aree destinate alla produzione agricola e all’allevamento. Il provvedimento contiene il valore massimo consentito di diossina nei terreni perché sussista l’obbligo di bonifica fissato a 6ng/kg. I valori riscontrati a Taranto sono tuttavia generalmente inferiori. Si viene dunque a creare un paradosso per cui, ai sensi dell’Ordinanza Regionale, gli animali non possono pascolare perché si infettano ma il Governo non dispone la bonifica di quei terreni.

Se morire non conta

Solo quelli citati in questo approfondimento sono centinaia di pagine di documentazione scientifica che rende evidente un solo fatto: l’acciaieria inquina e provoca malattia e morte. Se si sceglie di immettere sostanze nocive nell’aria, si accetta anche il rischio sociale che ne deriva. Le leggi servono a marcare il limite da non valicare perché l’emissione ingeneri tale rischio. Qualcosa non torna allora, a Taranto. Perché il rapporto industria-società-scienza viene continuamente ridimensionato affinché si mantenga uno strano status quo in cui la morte sembra un fattore non determinante. Non conta.

Appare chiaro in certi video in cui genitori spezzati dal dolore della perdita di un figlio, si presentano al cospetto del ministro di turno, per chiedere una svolta. Non vorremmo mai trovarci nei panni di quel ministro, obbligato ad addormentare la propria coscienza, venire fuori da sé e mantenere intatto solo l’involucro dell’istituzione, gigante sì, ma d’argilla. Un’industria di proporzioni gigantesche, la più grande d’Europa, con la produzione di acciaio e l’immissione certa di sostanze dannose per la salute posta a ridosso delle case e di una grossa popolazione. Nessuno può farne una narrazione dissimile. È cronaca. Qualcuno ancora parla di allarmismo, di eccesso nella “sindrome del disastro”, ma nel frattempo niente muta. Forse lo pensano perché se due eventi sono associati, non vuol dire che uno causi l’altro. Così avvenne anche per il tabacco, quando fu evidente che fumare provocasse il cancro. L’industria è sopravvissuta, al netto di uno stratagemma pericolosissimo che alterò lo stato di verità, quanto bastò perché la gente continuasse a comprare le sigarette. Fu sufficiente infatti che i grandi capitalisti finanziassero degli studi che mettevano in discussione le evidenze scientifiche che dimostravano la pericolosità delle sostanze contenute nelle sigarette, perché l’indignazione passasse e il vizio non cessasse di esistere.

Qui si tratta di salvaguardare l’economia di una nazione. E si baratta in vite umane. Il tumore stravolge il corpo, il viso cambia, si perdono i capelli. I bambini hanno ripercussioni sulle loro capacità cognitive. Lo dice la scienza, lo testimoniano le storie di vita di Taranto. Ma non basta. Perché tanto muoiono i poveri. Ex-Ilva – esperimento sociale a Taranto – provoca anche fattori di giustizia sociale notevoli. A ridosso degli impianti non vivono i professionisti benestanti, che non hanno certo l’attico vista fumi, quelli sono distanziati. A guardare la distribuzione demografica della popolazione, nel Rione Tamburi le persone di livello socioeconomico elevato non ci sono. Sono prevalentemente persone di livello socioeconomico basso. “Abbattere le disuguaglianze dovrebbe essere l’obiettivo di uno Stato democratico – ribadiamo quanto sostenuto da Annamaria Moschetti – non solo per un desiderio empatico di fare la cosa giusta, anche nel bieco interesse di tutti, ma perché laddove le disuguaglianze sono minori, la qualità della vita di tutti migliora”.

Raffaele Buccolo, Sofia D’Arrigo, Mario Mucedola

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