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#SalgoaSanremo – Commento finale

4 ' di lettura

Fiuuuu, l’abbiamo scampata bella. Erano le 2.30, si era chiusi in casa e Fedez e Francesca Michielin stavano per vincere il Festival di Sanremo. Il reato di traffico d’influencer non mi era mai stato così chiaro. Ho atteso la proclamazione del vincitore con le palpitazioni ma alla fine il duo social non ce l’ha fatta ed il trionfo è stato tutto dei Maneskin. Che è un po’ come esultare se vince il PD per “arginare la destra” quando tu sei di Rifondazione.

Più musica, meno gag

La serata non era iniziata nel migliore dei modi, e si percepiva chiara la voglia di chiudere tutto il più presto possibile, come se avessi da spolverare una mensola e decidessi di soffiarci sopra per fare prima. Solo che poi soffiare la polvere fa starnutire: questo piccolo inconveniente lo tradurremo sotto il nome di Fiorello e Ibrahimovic, che tra una cosa e l’altra iniziano a rubare minuti allo spettacolo. Poco prima delle undici arriva sul palco la Dea della musica italiana: Ornella Vanoni. Ci si aspetta tutti grandi cose da lei, non so un “vaffanculo” in diretta a qualcuno, invece mantiene la calma e l’intonazione e – quando interpreta “Una ragione di più” – si distingue chiaramente anche da casa il rumore che fa il corpo di Renga che, umiliato, prova a togliersi la vita bevendo un mix letale di Rossese di Dolceacqua e Tavernello Gold.

In tutta onestà, quando dopo l’apparizione mistica di Ornella, riprende la gara, le esibizioni si susseguono e tutti finalmente appaiono sciolti e rilassati, cantando con convinzione e soprattutto poche stecche. Per ritornare a vedere un po’ di carica positiva nello show bisogna aspettare la mezzanotte e mezza quando sul palco sale Umberto Tozzi, evidentemente sobrio per via del fatto che Renga ha prosciugato tutte le riserve del bar dell’Ariston. Umbertone infila una serie di successi uno dietro l’altro e alla fine ben si spiega come mai abbia venduto 80 milioni di copie nel mondo e gruppi come ad esempio i The Cure siano fermi a 30: la gente ha bisogno di musica leggera, anzi leggerissima.

Tutto stravolto ma non stravolgente

La stella della serata è indubbiamente Max Gazzè, che si presenta sul palco travestito da Clark Kent e a metà esibizione si trasforma in Superman, lanciandosi sulle poltrone dell’Ariston per provare a volare ma inciampa. Riappare quindi mortificato dopo alcuni secondi. Torna verso il palco, non prima di aver rubato la bacchetta al direttore d’orchestra, in un minuto dadaista che ricorda felicemente il raptus di Piero Pelù dell’anno scorso, quando il toscano rubò la borsetta alla signora seduta tra il pubblico.

Poche altre emozioni ci portano dritti (oddio, insomma) alla classifica finale, che vede in fondo Random e Aiello e quarti i nostri beniamini Colapesce-Dimartino, che vanno a tanto così dall’azzeccare la loro previsione. Il duo siculo aveva pronosticato per sé il quinto posto: una posizione in più premia sicuramente il loro sforzo artistico ma anche il nostro, per averli seguiti con ardore. Rimangono in tre: Ermal Meta, Maneskin e Fedez-Michielin. Mentre il Codacons si sfrega le mani pregustando l’ennesima querelle per campare di luce riflessa alle spalle della Ferragni, ecco che il verdetto sovverte tutti i pronostici. Ermal Meta terzo, Fedez-Michielin secondi, vincono i Maneskin.

Nel segno dei Maneskin

Era dal 1993, quando il trofeo andò ad Enrico Ruggeri con “Mistero”, che non si sentivano delle chitarre distorte al primo posto in classifica e, comunque la si pensi sulla band romana, va riconosciuto il fatto che siano ragazzi giovanissimi che hanno molto da dare, qualche angolo ancora da smussare ma di sicuro personalità da vendere. Risulta ancora più significativa una vittoria del genere nell’anno in cui il 60% del cast era formato da trapper o rapper, segno che puoi avere tutte le visualizzazioni su YouTube del mondo ma devi costruirti qualcosa di reale se vuoi trovare la tua strada nel mondo della musica. E anche in ottica Eurovision i ragazzi avranno qualcosa da dire.

Si va a dormire con una certezza: da domani bisogna cominciare a progettare il Festival dell’anno prossimo e non ci sarà l’Ama-ter. Cristo è grande e ci toglie davanti Amadeus ma cerchiamo di azzeccare le scelte per l’anno prossimo, ad iniziare dai presentatori. Noi di Salgoalsud siamo pronti, preparati, devoti e – ciliegina sulla torta – abbiamo una redazione a netta maggioranza femminile.

Cara mamma Rai, se ci vuoi di sicuro ci paghi di meno di Ciuriiiii. (Mario)

Siamo solo umili commentatori

Invisibili, minuscoli, fuori da ogni dibattito, ma gli unici capaci di far risalire un brivido lungo la mia schiena. Apro questo breve commento con un verso dei Coma Cose e la loro Fiamme negli occhi:

A un certo punto della serata, dopo l’esibizione di Colapesce e Dimartino, ho realizzato che sarebbe stata difficile una previsione netta degli esiti di gara. In genere, non tutti gli applausi hanno la stessa intensità, non tutti i cantanti ci credono allo stesso modo e in genere, la ripartizione delle quote di votazione tra sala stampa, giuria e televoto, aveva bilanciato a sufficienza il risultato. Per questa ragione, ero convinta che Michielin e Fedez relegati fuori dalla top ten o quasi fino a venerdì, non avrebbero potuto insidiare il podio. Invece, è arrivato l’appello della Ferragni? E chi può dirlo…Terrò per me i pensieri sull’opportunità del gesto, limitandomi a considerare che se non altro è stato tremendamente kitsch. C’erano canzoni più meritevoli, ma le canzoni passano in secondo piano quando si punta sui personaggi. Dice bene Mario, quando sottolinea che le visualizzazioni su You Tube possono sfondare l’audiweb, ma non sono la realtà.

I Maneskin sono ventenni spregiudicati che fanno della rabbia un’emozione potentissima di espressione. Non rappresentano una novità per chi un poco segue il mondo della musica, piuttosto inquadro la loro vittoria come una sensata conclusione di un Festival abbastanza insolito. In queste sere, complice la noia dietro le quinte (i cantanti tornavano immediatamente nelle loro stanze in hotel), si erano resi protagonisti di siparietti su Twitter al limite della polemica, per i tempi di conduzione e la consegna scriteriata dei fiori. Hanno avuto il merito però di non tradire mai l’immagine che danno di loro sul palco, con quella che sono capaci di comunicare bersagliando Fiorello. Mettiamoci poi che altri anni alle 2 di notte gran parte del loro pubblico imperversava nelle discoteche o nelle piazze, senza pensare di spendere 0,51 cent per supportare i loro beniamini, e il gioco è fatto. Le vittorie di pubblico non si misurano solo con lo share, ma riconoscendo che Sanremo adesso interessa anche alla gen Z – noi l’avevamo sostenuto qua -. (Sofia)

Mario Mucedola, Sofia D’Arrigo

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