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Perché la Legge 194 non ha reso le cose più semplici per le donne che scelgono l’aborto

6 ' di lettura

In Italia non è passato molto tempo da quell’epoca in cui l’unico ruolo possibile per una donna era quello di madre e di moglie. Una figura sottomessa ad un sistema patriarcale, costretta a rispettare i codici di una società che la voleva angelo del focolare. Le donne italiane non potevano avere ambizioni lavorative o voce in capitolo su ciò che riguardava il loro corpo. Sembrano nozioni di un’epoca lontana, ma in realtà si tratta di pochi decenni fa. Ancora oggi la discussione sulla condizione della donna e sui suoi diritti resta attuale. A riaccendere la questione sono stati i recenti provvedimenti di due regioni italiane: Marche e Umbria. Entrambe hanno preso provvedimenti contrari alla legge 194 sull’aborto, ostacolando la fruibilità della pillola abortiva.

I fatti ricordano la condizione delle donne italiane nella prima metà del novecento. Anni in cui la scelta di non avere figli, o la difficoltà riscontrata nel crescerli, veniva considerata sintomo di follia e poteva portare persino all’internamento nei manicomi. Donne contro natura, secondo la logica che attribuiva loro la sola mansione riproduttiva.

L’ennesimo passo indietro: le Marche

La regione Lazio ha recepito le nuove linee guida per l’uso della pillola abortiva Ru486 al di fuori degli ospedali. Le donne potranno decidere se sottoporsi all’IGV (interruzione volontaria di gravidanza), con tale pillola, anche in day-hospital, eliminando l’obbligo del ricovero di tre giorni previsto dalla normativa precedente. La volontà è quella di rimuovere i vari ostacoli all’accesso alla metodica farmacologica, possibile nelle fasi iniziali della gravidanza, nell’ottica di assicurare a tutte le donne un servizio efficiente che consenta discrezione e il minore stress possibile.

Parte del vantaggio sta infatti nell’evitare l’accesso agli ospedali, soprattutto in piena pandemia, per quello che è un processo relativamente veloce e poco invasivo. Questione non condivisa nelle settimane precedenti dalla regione Marche, che ha comunicato ufficialmente di non voler rispettare le direttive del ministero. Il centrodestra, attualmente a capo del consiglio regionale, si è quindi opposto all’aborto farmacologico nei consultori e alla somministrazione della pillola.

La mozione sull’applicazione della legge 194 e sul diritto di aborto, presentata da Manuela Bora (Pd), nasceva dall’elevato numero di obiettori e dal contrasto verso le linee guida del ministero della salute. Attualmente, le strutture marchigiane che somministrano la pillola abortiva si trovano solo in tre città: Senigallia, Urbino e San Benedetto del Tronto. Per Carlo Ciccoli (Fratelli d’Italia) l’unica battaglia che deve essere portata avanti è quella per la natalità, “perché rischiamo di essere sostituiti da altre etnie”, ha affermato. 

Umbria

Le Marche si accodano all’Umbria nell’opposizione all’aborto farmacologico. A giugno scorso, infatti, la giunta regionale umbra di centrodestra, aveva abrogato una legge regionale che permetteva di eseguire l’IVG farmacologico in day hospital. Successivamente alle polemiche e pareri del Consiglio Superiore di Sanità, la regione aveva dovuto rivedere la propria posizione. È stata quindi approvata una nuova delibera per regolamentare l’aborto farmacologico, eliminando in particolare l’obbligo di ricovero ordinario in ospedale.

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Alessia Morani, sottosegretaria allo Sviluppo Economico si è espressa in merito al provvedimento marchigiano, condannando la posizione assurda presa “per voler riportare le Marche al Medioevo dei diritti”.

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La notizia ha causato una forte reazione da parte di molti (e molte) cittadini marchigiani, partiti, gruppi ed associazioni, che hanno riempito le piazze in difesa della legge 194.

Cosa è la legge 194?

La tutela della maternità e il diritto all’aborto sono sancite dalla storica legge del 22 maggio 1978. Tale legge garantisce la tutela della salute psicofisica della donna e la possibilità di accedere all’interruzione volontaria della gravidanza. Prima di allora, l’ IGV era considerata reato dal Codice Penale italiano. Qualsiasi medico scegliesse di praticare un aborto, seppur con il consenso della paziente, rischiava da due a cinque anni. La donna stessa correva il rischio di essere reclusa dagli uno ai quattro anni. Non era raro che le donne stesse, o con l’aiuto di “mammane”, praticassero tali procedure illegalmente per l’epoca. Elevato era anche il numero medici o infermieri disposti ad andare contro la legge, spesso dietro un ingente compenso.

La pena per chi aveva praticato la procedura aumentava se all’aborto seguiva la morte della donna. La morte della donna era un rischio molto alto e fu proprio l’elevato numero di casi finiti in tragedia che portarono l’argomento nel dibattito pubblico. Nonostante il tema fu esposto pubblicamente, l’opinione pubblica e della stampa continuavano ad essere in contrasto, non mostrando segni d’incontro. Spesso, il dibattito civile fu molto più acceso di quello politico, proseguendo al di fuori del Parlamento.

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Il primo disegno di legge prevedeva la legalità in caso di rischio fisico o psichico della madre o in caso di probabilità di malformazioni.  I medici avevano piena libertà di giudizio sulla necessità o meno della procedura. Nel 1975 l’articolo 546 del Codice Penale (che prevedeva la reclusione per chi praticasse l’aborto con o senza il consenso della donna incinta) venne dichiarato parzialmente illegittimo. Ciò permise di distinguere tra chi “è già persona” e chi “persona ancora deve diventare”. La tendenza generale iniziale era voler rendere l’aborto legale solo in due casi: il grave rischio di salute per la madre e lo stupro.  Naturalmente l’autorità sulla necessità o meno dell’intervento era però riservata ad un medico e non alla donna interessata.

Un nuovo capitolo per i diritti delle donne si apre nel 1978. Vene presentato un nuovo testo: la legge 194, intitolata Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Con tale legge viene in primis garantito alla donna di poter decidere di abortire entro i 90 giorni di gravidanza. Trascorso tale termine, l’IGV resta possibile se sussistono gravi casi fisici o psichici. Se minorenni, devono avere l’autorizzazione di entrambi i genitori o del giudice tutelare.

Costantemente discriminate

Un nuovo capitolo sì, ma ancora pieno di discriminazioni. Qualche mese fa ha fatto molto discutere lo scandalo del cimitero Flaminio di Roma dove sono state scoperte centinaia di croci bianche sopra piccole sepolture. Una croce dopo l’altra, per ogni feto con sopra nome e cognome della donna che ha voluto o dovuto interrompere la gravidanza. La questione ha scatenato una polemica di forte impatto emotivo che ha coinvolto associazioni delle donne, Garante della Privacy, ospedali e servizi cimiteriali. Quasi nessuna delle donne interessate alla questione era a conoscenza della sepoltura.

Sepoltura svolta con rito religioso, come se si trattasse di un individuo nato e deceduto. Firmando un modulo dove veniva richiesto all’ospedale di occuparsi dello “smaltimento” del feto “secondo le normative vigenti”, le donne coinvolte non si aspettavano di certo un cimitero dedicato ai non nati. L’evento si somma agli episodi di colpevolizzazione della donna, rappresentata come insensibile assassina, attribuendo deliberatamente una personalità e una volontà al feto. Una tecnica comune che ha il solo effetto di incrementare la sofferenza di quello che è già un processo difficile, a cui spesso precedono periodi di lunga riflessione.

E nel resto del mondo?

Per comprendere la situazione italiana è utile osservare il contesto mondiale. Il dibattito sull’aborto è presente in tutto il mondo. Sono ancora molti infatti, i Paesi in cui questo diritto è inesistente e nei quali le donne che desiderano abortire rischiano il carcere.
Ha destato particolare scalpore il recente caso della Polonia, dove la già restrittiva legge sull’aborto ha subito ulteriori limitazioni. Per le donne polacche l’aborto era ancora possibile in caso di pericolo di vita per la madre, stupro o malformazione del feto. Almeno fino allo scorso ottobre, quando un provvedimento della Corte costituzionale di Varsavia ha reso l’aborto illegale per la quasi totalità dei casi. Il provvedimento ha infatti stabilito l’interruzione di gravidanza per malformazione del feto come incostituzionale. Fattore rilevante se si considera che riguarda il 96% circa dei casi di aborto legale nel paese nel 2019.

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Un duro colpo per un paese in cui i diritti civili lasciano ancora molto a desiderare, soprattutto se paragonati al resto d’Europa. Nelle settimane successive alla sentenza si sono susseguite manifestazioni in cui le donne polacche reclamavano il loro diritto di scelta. Il Parlamento Europeo si è espresso in merito specificando che la legge “mette a rischio la salute e la vita delle donne”. Eppure le voci contrarie alla condanna europea non sono mancate, specialmente negli ambienti più conservatori, fra cui alcuni esponenti della Lega. L’eurodeputata Simona Baldassarre ha infatti definito il parlamento europeo come “sotto scacco dalla sinistra”. Fra le colpe dei parlamentari, secondo Baldassarre, quella di definire l’aborto un diritto umano.

Sempre all’interno dell’Unione, in altri otto Paesi l’interruzione volontaria di gravidanza è ostacolata da durissime restrizioni. Se poi si volge lo sguardo fuori dai confini del vecchio continente, la situazione si complica. L’Argentina ha offerto un esempio positivo lo scorso anno, rovesciando una legge in vigore dal 1921 e rendendo l’aborto legale. Nonostante ciò, in moltissimi altri stati nel mondo l’aborto rimane un reato, come in America Latina. In Honduras, ad esempio, tutti i casi di aborto posso essere puniti persino con dieci anni di carcere.

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Un problema di salute pubblica

Dietro gli ostacoli imposti al diritto di interruzione di gravidanza si celano spesso motivazioni di stampo politico-ideologico, sostenute principalmente dai partiti più conservatori. Tuttavia, quello che sembra sfuggire a molti è l’elemento fondamentale di tutela della salute dei cittadini. L’aborto è infatti prima di tutto una questione di salute pubblica. A ricordarlo è anche l’UE che spiega come “la limitazione del diritto all’aborto ha come conseguenza l’aumento di aborti illegali e più pericolosi”. I cosiddetti “aborti clandestini” infatti, tali sono perché una migliore alternativa non è disponibile.

Un fenomeno ancora diffuso in un Paese con un altissimo numero di medici obiettori come l’Italia. I racconti di aborti abusivi e svolti senza alcuna tutela non sono pochi. A parlarne nel dettaglio è stata la ginecologa Silvana Agatone, dell’ospedale Pertini di Roma, in un interessante articolo di Elle. La ginecologa ha spiegato come i metodi utilizzati per abortire clandestinamente si sono “aggiornati” negli anni. Superati i metodi più noti “oggi l’aborto è il più delle volte “fai da te”. Meno cruento, ma non per questo più sicuro, ingerendo farmaci come il Cytotec, un anti ulcera che a dosi massicce compromette la gravidanza.”

L’aborto, se non tutelato, non cessa di esistere. Piuttosto si adegua, generando una vera e propria crisi sanitaria. Quello che viene visto come un fenomeno moderno, portato dall’emancipazione femminile, che si oppone al valore della famiglia, tanto decantato dalle fazioni più conservatrici, è in realtà sempre esistito.

La prima testimonianza scritta di un aborto risale al 1550 a.C. e da allora le donne hanno scelto di interrompere la gravidanza, quando possibile, per diversi motivi. Nella cultura greco-romana (spesso citata dalle fazioni più nazionaliste) era largamente diffuso a tutte le classi sociali, accettabile sia da un punto di vista legale che morale.
Comprensibili i motivi, forse non molto diversi da oggi. Problemi di salute psico-fisica, concepimenti causati da circostanze violente o semplicemente incapacità di crescere e accudire una nuova vita, per colpa di scarse risorse economiche.

Quello che invece è cambiato nei secoli è l’approccio che le varie legislature hanno adottato nei confronti dell’aborto, mosse dal costante dibattito sull’inizio vita, se alla nascita o dai primi istanti del concepimento. Decisioni prese in base a questioni filosofiche che non sempre comprendono la realtà delle dirette interessate.

Sofia Ciriaci, Federica Morichetti

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