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L’evasione su Tik Tok: il controverso caso attorno all’app delle sfide

5 ' di lettura

Zhang Yiming, imprenditore cinese, ci aveva visto lungo per quanto riguarda il futuro della sua piattaforma Tik Tok. Oggi conta ben oltre 2 miliardi di utenti ed è infatti l’app più scaricata tra i giovanissimi. Yiming intuì la crescente influenza della Cina nel settore della tecnologia, decidendo così di lanciare l’app dopo l’acquisto del concorrente Musical.ly. L’obiettivo era ed è tuttora, quello di dar libera espressione alla propria immaginazione, come è evidente dal selling point “make every second count” (“fai che ogni secondo duri”). I video, infatti, con una durata compresa tra i 15 e 60 secondi, lanciano messaggi brevi ed efficaci. Per impostazione predefinita inoltre, tutti gli account sono pubblici e ognuno può auto-promuoversi e promuovere messaggi nella piattaforma.

TikTok e controversie

Nonostante la storia di Tik Tok sia recente, è già ricca di grattacapi. Il governo indiano, nel 2020, ha infatti deciso di bannare l’app dagli store, accusandola di aver contribuito a diffondere materiale pornografico e pedopornografico. Nel 2019 non sono mancate le sanzioni. Gli USA hanno infatti accusato il social di aver raccolto illegalmente dati sui minori, e l’azienda ha finito col pagare una multa di 5 milioni di dollari. Sono proprio i minori i protagonisti principali su Tik Tok, gergalmente chiamati “tiktokers”. Attraverso balletti o piccole prove di recitazione contano anche migliaia di seguaci.

Fra i contatti vengono lanciate continuamente sfide. Nella maggior parte dei casi challenge simpatiche, di abilità, ma in mezzo a queste spesso, alcune risultano meschine, nonostante si propongano come divertenti. Per accedere a Tik Tok, stando alle regole, occorre avere almeno 13 anni. Tuttavia, non è raro scorrendo la piattaforma, imbattersi in numerosi video di ragazzini di età inferiore a quella richiesta. Tra questi anche la piccola Antonella, bambina palermitana di dieci anni, alla ribalta nella cronaca degli ultimi giorni per la sua tragica morte, causata probabilmente da una sfida proprio su Tik Tok.

In seguito ai fatti di Palermo, il Garante ha accusato la piattaforma di non aver verificato correttamente l’età minima dei propri utenti. La stessa critica era arriva già nel dicembre scorso, quando ancora il Garante aveva puntato il dito contro l’applicazione per la poca attenzione riservata in tema di privacy e tutela dei minori.

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Cosa succederà ora in Italia?

Dopo il tragico caso di Palermo è seguito un provvedimento d’urgenza. Il Garante ha infatti disposto il blocco immediato provvisorio sull’uso dei dati degli utenti che in Italia e di cui non sia stata accertata l’età anagrafica con sicurezza. L’app non ha mai smesso di funzionare, ma deve adesso trovare il modo d’impedire la pubblicazione di nuovi contenuti da parte degli utenti con un’età non verificata.

La disposizione del Garante teoricamente durerà fino al 15 febbraio; successivamente, farà delle nuove valutazioni. La speranza è che i gestori possano utilizzare i dati già posseduti per verificare l’appartenenza di un utente a una certa fascia d’età. Usando i dati ottenuti dagli utenti infatti, spesso riescono ad ottenere molte informazioni personali, come il genere, la fascia d’età, il luogo di residenza. Questo nuovo sistema dovrebbe basarsi però , su dati già in possesso per evitare così che nel tentativo di risolvere una violazione della privacy si finisse per attivarne un’altra.

Le autorità garanti dei paesi membri non hanno il potere di sequestrare o oscurare alcune piattaforme che trasgrediscono alle disposizioni. Possono però, sanzionarle, emettendo multe amministrative e soprattutto salate. L’ammontare massimo arriverebbe infatti al 4% del fatturato globale dell’azienda multata, ovvero a poco meno di 900 milioni (considerando che l’azienda cinese che possiede Tik Tok nel 2020 ha fatturato 22 miliardi di euro).

Macabre sfide: i fatti di Palermo e Bari

La cintura che Antonella Sicomero – 10 anni – aveva stretta intorno al collo, – si ipotizza per la sua partecipazione al #blackoutchallenge su Tik Tok- non le ha lasciato scampo. Arrivata in Ospedale in condizioni gravissime, poche ore dopo i medici ne hanno dichiarato la morte celebrale. Si aggiunge alla lista anche un bambino di Bari di 9 anni. Trovato impiccato nella sua cameretta, con una corda stretta al collo, i pm non possono ancora escludere che sia morto durante la partecipazione alla challenge.

Proprio una sfida alla morte sarebbe l’obiettivo questi rischiosi eventi che affascino i piccoli che decidono di partecipare. Procurarsi uno svenimento (in gergo black out), comprimendosi la carotide, mentre riprendono tutto con il cellulare per poi postarlo in rete. Viene così ignorato un pericolo poco percepibile: se soffochi al punto di svenire, non c’è poi modo di reagire.

Una sorta di rito d’iniziazione per dimostrare qualcosa a sé stessi e soprattutto agli altri, tutto incentrato sul coraggio e sulla popolarità. Gli utenti, accecati dalla voglia di farsi notare e guadagnare followers, sono disposti a rischiare molto, o spesso, tutto. Prima, chi compiva un gesto particolarmente pericoloso, veniva considerato il “più popolare” della comitiva, ora questo corrisponde a chi possiede più likes e followers.

“Giochi” da sempre presenti ma con nomi diversi, diffusi soprattutto tramite passaparola dai ragazzi dell’era pretecnologica.  Decenni fa si chiamavano iper-ossigenazione, ovvero l’immissione di una quantità supplementare di ossigeno. L’arrampicarsi nel punto più alto di un edificio era all’ordine del giorno. Adesso è il “selfie estremo”, ovvero fotografarsi mentre ci si trova in un punto molto alto e instabile.

La doppia faccia del potere del web

Con il web e lo sviluppo sempre maggiore dei social, la visibilità di un contenuto è impressionante. “Black out”, “Pass-out game”, “Chocking game”: vari nomi per definire la macabra sfida e purtroppo, non l’unica. Qualcuno ricorderà il “Knock out challenge”, ovvero il pugno che ti mette ko. Si tratta di una moda in cui si sferra un colpo a pugno chiuso ad una persona sventurata che cammina per strada, all’improvviso.

Ancora Batmanning,ovvero fare leva sui cartelli stradali o sulle tubature, appendendosi a testa in giù. Eyeballing consiste nel gettarsi un alcolico (spesso vodka) negli occhi. L’ultimo folle “trend”, chiamato “Skullbreaker challenge”, è un vero e proprio scontro tre contro uno. La vittima è posta al centro, altri due soggetti ai lati. I laterali fingono di saltare per poi fare uno sgambetto alla vittima, che cade pericolosamente con la schiena per terra. Ed il terzo complice? Naturalmente impegnato nel riprendere la scena con il cellulare. Si tratta di fenomeni virali presenti da anni ma diventano popolari in alcuni momenti specifici, soprattutto con l’abbassarsi del target di età dei giovani attivi in rete.

Combattere la noia del lockdown

Durante il periodo del lockdown Tik Tok ha superato ogni record di incassi, dopo essere stata scaricata solo nel primo trimestre del 2020, ben 315 milioni di volte. Un numero impressionante dovuto al blocco forzato in casa degli utenti che hanno deciso di iniziare a giocare con l’app. Tra gli utenti non sono di certo mancati i giovanissimi, che spesso si divertivano e divertono tutt’ora nella piattaforma con i propri genitori. Ma altrettanto frequentemente avviene senza la supervisione di un adulto.

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Durante il confinamento internet è stato d’aiuto per avvicinare persone distanti. Ha permesso di raggiungere amici, compagni e tutti i cari. Un po’ per combattere la noia e tristezza della pandemia, un po’ per stare al passo con le tendenze dell’ultimo momento. Sono stati chiusi totalmente i luoghi fisici e spalancati i “luoghi” mediatici. Così facendo, la psiche umana ha ristabilito la sua sicurezza. Convinti di tenere al sicuro i propri cari, compresi i più giovani, dal pericolo di un virus sconosciuto, sono stati persi di vista altri rischi. I pericoli che erano sulla strada si sono così trasferiti (in misura ancora maggiore oggi, dopo mesi di restrizioni) nella rete.

Statistiche allarmanti

Da un sondaggio di Skuola.net, un giovane su cinque, nel passato, ha deciso di mettersi alla prova partecipando alla sfida. Incompresi i rischi caratterizzati da un secondo in più o in meno che separa la vita e la morte.Ma come vengono i giovani a conoscenza di queste sfide? Dal medesimo sondaggio emerge che: il 31% attraverso letture sul web, il 25% tramite video postati sui social, il 17% per il passaparola dei coetanei. Altrettanto allarmante la percentuale di soggetti al corrente dell’esperienza di qualcuno che ha sperimentato il brivido della morte apparente: il 30%, quasi 1 su 3.

Generazione Z

Sul web, oggi si assiste ad un vero e proprio esodo dove gli adolescenti (e non solo) portano sé stessi a 360°. Come se il web fosse l’incarnazione di un pifferaio magico che porta i ragazzi in un altro mondo. I social non vengono più considerate come realtà virtuali ma come vere e proprie vite reali abitate, mostrando un netto cambiamento con le generazioni precedenti.

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Mentre infatti per la generazione dei Millennial i social hanno avuto un’impronta fondamentale per osservare, per la generazione Z i social rappresenta il luogo dove “fare”, mettendosi alla prova. Quest’ultima generazione, composta dai nati dal 1997 ad oggi, trova nei social un luogo in cui potersi esprimere liberamente. Figli di una società competitiva e poco cooperativa, mettersi alla prova con le varie sfide del web per loro rappresenta il pane quotidiano.

La conoscenza e la presenza sono i due concetti chiave per salvare i ragazzi dalle esperienze negative -afferma la psicologa e psicoterapeuta Maura Manca- Dietro un qualsiasi innocuo video si può nascondere qualcosa che innocuo non è”. Costruire una saggezza digitale dunque, che non significa censurare in quanto tutti siamo alla ricerca dell’accettazione e del consenso di ciò che ci circonda. Il problema delle generazioni dei nativi digitali non è lo smartphone in sé, ma un inadeguato bagaglio di competenze che consentirebbero di distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è. Nel web, dove i pericoli non si vedono eppure sono presenti, la vulnerabilità prende piede. L’unico modo per aiutare gli adulti del domani è avvicinarsi a loro oggi, in questa età considerata fragile. Il lavoro da fare però è ancora tanto.

Sofia Ciriaci

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