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Sii bemolle. Adriano Urso: quando la resilienza uccide più del virus

3 ' di lettura

La narrazione fin troppo ovvia dei media su Adriano Urso

Sarebbe troppo facile esordire con un incipit mutuato dai maître à penser di Facebook, reciterebbe pressappoco così: “Adriano Urso era un musicista”. Questa frase è senza dubbio importante, ci fa inquadrare il personaggio ed il suo mestiere, ma lascia sfuggire il motivo principale per il quale ne stiamo scrivendo: Adriano Urso è morto.



Adriano Urso era un jazzista, un pianista dalle dita lievi e delicate che disegnavano armonie poliritmiche in tutti i night club romani, quasi ogni sera della sua vita. Dal marzo dell’anno scorso, cioè da quando sono stati chiusi tutti i luoghi della cultura prima e quelli della socialità poi, il suo mestiere era diventato impraticabile. Si era così reinventato rider, effettuava le consegne a bordo della sua Fiat 750 d’epoca, la cosiddetta “fanalona”. Non certo un auto dai costi proibitivi ma quanto bastava per dargli un’allure vintage. La sera di domenica 10 gennaio però, l’auto si è fermata e, spingendola insieme ad altre persone, ha avuto un infarto che gli è costato la vita.

Da questo episodio la stampa ha tratto una narrazione sbagliata, con una sua epica etica ma non del tutto centrata. È vero infatti che il solo pensiero che un artista di livello possa finire a fare un lavoro sottopagato come quello del rider è un’idea che crea dell’imbarazzo a più livelli, ed è vero anche che nel nostro Paese non si mangia con la musica pop, figuriamoci con quella jazz, genere di nicchia per antonomasia. Tuttavia, una versione diversa della storia la racconta Emanuele, il fratello di Adriano, nonché batterista soprannominato “King of Swing” che ne ha parlato qualche mattina fa in diretta a Radio Capital. Ed è una versione che, a ben pensarci, riesce a fare ancor più male.

Il rider perché gli mancava la vita notturna

Come ha infatti detto Emanuele a Selvaggia Lucarelli, Adriano non faceva il rider per ristrettezze economiche. Di certo non è un momento in cui i musicisti navigano nell’oro, ma entrambi avevano la fortuna di possedere una grande casa e di vivere coi genitori, potendo quindi contare su una spalla sicura in questo momento difficile. Ad Adriano mancava la vita notturna. Racconta Emanuele: Mio fratello era abituato a stare in mezzo alla gente, con il lavoro che facciamo siamo in contatto con le persone. Lui non riusciva a stare fermo, a casa, non riusciva ad affrontare questa cosa in maniera tranquilla. Quasi tutte le sere era in giro. Nelle consegne aveva trovato il modo per girare un po’ di notte. Magari passava, telefonava ad un amico, “scendi un po’ che ci facciamo due chiacchiere”. Questo era, perché in realtà quel lavoro non è assolutamente remunerativo. Il discorso è che è stato trovato il cubo di Just Eat dentro la macchina e da questo è nata tutta una divagazione.

Adriano faceva quindi quel mestiere per resilienza, aveva cercato di adattarsi a suo modo alla privazione della socialità, mossa un tempo necessaria per contenere il virus, poi divenuta puro esercizio di bacchettonismo ed il suo cuore si è fermato proprio alla ricerca di una parvenza di normalità.

Il covid e il tema della dignità del lavoro


Prendendo in prestito un mantra negazionista, si può quindi dire che Adriano non è morto di Covid ma col Covid. Non avere la possibilità di esercitare il mestiere che rappresenta la vita e la libertà, quella vita te la toglie. E si badi bene che c’entra poco la questione economica, il mero ricevere sussidi; si sta parlando di dignità del lavoro, di ogni lavoro e della facoltà di poterlo esercitare, soprattutto di quello in campo artistico, che non veniva considerato “vero lavoro” neanche prima della pandemia.

Adriano è solo uno dei migliaia di artisti a cui è stato impedito di “farci tanto divertire”, come ha detto il presidente Conte in un’ormai celebre frase, nonostante l’Agis, il sindacato dei lavoratori dello spettacolo, abbia condotto una rilevazione nel periodo tra giugno e ottobre – quando le maglie dei decreti erano state sensibilmente allargate – osservando come su oltre 2700 spettacoli, che hanno visto la partecipazione di circa 350mila spettatori si sia registrato un solo contagio. Simbolo del fatto che, almeno nel mondo dello spettacolo, le norme sono state rispettate con grande senso di responsabilità e partecipazione da parte di tutti. Eppure i dati, i numeri cui il Governo sembra legato come un novello Prometeo sembrano dare contezza del fatto che alcune attività, grazie ai protocolli per esse posti in essere, possano essere definite sicure.

Le decisioni si basano sui numeri, ma non sulle persone

Ad oggi è ancora impossibile tracciare un orizzonte che riguardi la musica. Alcuni “big” stanno ottimisticamente annunciando date per l’estate, altri stanno riprogrammando le loro attività per l’autunno 2021. A Barcellona, l’organizzazione del Primavera Sound ha provato a tenere un concerto “in presenza” con l’esperimento Prima-CoV, con rigidi protocolli per quanto riguarda i dpi e la disposizione di tamponi rapidi all’ingresso, che hanno permesso la realizzazione dell’evento. Così, a quindici giorni dal concerto, una nuova tornata di tamponi ha evidenziato la negatività al covid di tutti i partecipanti al live. Ma è di sicuro una procedura lunga e dispendiosa che poco si addice agli artisti e agli eventi minori, che rimangono invece ancora legati alla dimensione “club”, e sono appesi alle decisioni che – con cadenza ormai settimanale – si prendono sui bar e sulle strutture che fanno capo all’abusato e mai così tanto fuori luogo termine “movida”. Perché se originariamente questa parola trae vita dal rinnovato movimento culturale spagnolo degli anni ’80, dopo il crollo della dittatura franchista, ai giorni nostri ha preso solo il senso dispregiativo di una massa di giovani avvinazzati da perseguitare e falcidiare in qualsiasi modo possibile. Con buona pace di chi in quel mondo ci lavora, ci vive e per interscambio da esso trae vita.

È un puro esercizio di retorica augurarsi che la morte di Adriano Urso cambi qualcosa, che smuova le acque, mentre è senza dubbio lecito augurarsi che situazioni del genere non si ripetano più, incoraggiando chi di dovere a prendere decisioni che tengano conto non solo dei numeri, ma anche delle persone.

Mario Mucedola

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