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Qualcuno volò sul nido del cuculo: i matti legati dalla società

2 ' di lettura

L’arrivo dell’irruento Randle Patrick McMurphy in un manicomio dell’Oregon è la scintilla che fa saltare l’apparente calma di quel luogo. Una storia semplice, quasi comune, fatta di pazienti, medici, inservienti e infermiere, o meglio, La Grande Infermiera e le cure impartite per ristabilire la sanità mentale e permettere agli internati di reinserirsi positivamente nella società. Le tranquille prime pagine del romanzo, narrato dal silenzioso Capo Bromden o Ramazza, non preparano all’arrivo di questo grande elemento di disordine, che stravolgerà le sorti di decine di esistenze rinchiuse tra le mura di una casa di cura.

Qualcuno è diventato pazzo

Qualcuno volò sul nido del cuculo foto di Chiara Verra
Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo

L’ennesima storia ambientata in un manicomio in cui tutti gli elementi che costituiscono il genere sono presenti.  A differenza delle altre opere però, in Qualcuno volò sul nido del cuculo, l’intento di Ken Kesey non è quello di suscitare nel lettore il brivido e la tensione che possono trasudare da un ambiente come quello dell’ospedale psichiatrico. Qui a parlare sono i pazienti, con realismo misto a follia, attraverso flussi di pensieri che alternano la realtà all’allucinazione. Nonostante porti i segni della malattia, la narrazione lascia intendere tutte le criticità di un sistema che, nel 1962,- anno di pubblicazione del romanzo- regolava gli istituti di sanità mentale con pratiche ancora oggi controverse. Kesey trasse ispirazione dalla sua personale esperienza lavorando in un istituto psichiatrico. Proprio lì iniziò a riferirsi a quelli che per gli altri erano definiti “pazzi”, soltanto come persone lontane dalle convenzioni del pensiero comune.

Elettroshock e lobotomia, punizioni travestite da terapia per i pazienti più indisciplinati, primo fra tutti, il “rosso” McMurphy. Fin dal suo arrivo in ospedale, inizialmente una detenzione obbligata di pochi mesi, tenta con tutte le sue forze di vincere il rigido e spietato controllo della corsia della capo infermiera Miss Ratched (tornata attuale in una recente serie Netflix dedicata al suo personaggio), rappresentante nell’ospedale della “Cricca”.

Si tratta della classe dirigente bianca, controlla l’esistenza degli individui, perché tutto rientri in un ideale di ordine e perfezione. Peccato che nessuno dei pazienti riesca a coincidere con le aspettative della società: omosessualità latente, fobie, balbuzie, pulsioni sessuali. Il difetto è senso di colpa, così che per la maggior parte di loro il ricovero diventa una scelta. “Spostarsi sul nido del cuculo” voleva esattamente dire questo, entrare in un manicomio, ma “uno volò a est, uno a ovest, uno sul nido del cuculo…” è anche una filastrocca infantile, riportata alla memoria in mezzo a confusi pensieri, dopo un trattamento di elettroshock terapia.  Sarà proprio McMurphy a ridare umanità, identità, voglia di condurre un’esistenza normale, lontano dalle cure, a quasi tutti i pazienti ormai rassegnati ad una vita misera.

Diversi da chi?

Una narrazione rapida, poi lenta, poi di nuovo velocissima che coincide con le diverse fasi di vitalità vissute dai pazienti e dal personale della corsia. Forse fin troppo dilatata ma risulta utile a comprendere l’impressione di un tempo che scorre lento e ripetitivo, come quello provato dai personaggi stessi. Se all’inizio i soggetti appaiono come tutti uguali, malati generici, affetti da chissà quale morbo, tornano ad essere umani “particolari” grazie alle attività che, finalmente, differenziano la loro esistenza MONOTONA nell’ospedale, monotona, sempre uguale a sé stessa. Basta una semplice partita di basket, una giornata di pesca, una scommessa, a far emergere le singolarità di ogni individuo, come se fosse il tornare a galla di esse, il segno di un’avvenuta guarigione. Non è forse difettosa anche la figura più autoritaria, la temibile e a tratti sadica infermiera Mildred Ratched?

Nessuno è perfetto, sicuramente non i pazienti di un manicomio, ma non è nemmeno l’omologazione, la mansuetudine, la spersonalizzazione, a rendere un individuo la migliore versione di sé stesso.

Per approfondire leggi come Netflix ha raccontato Ratched

Chiara Verra

One Comment

  1. […] che vanno in giro per la strada, ve lo dico io.” Con queste parole Randle Patrick McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo nel 1975 si rivolgeva ai pazienti internati in un ospedale psichiatrico nell’Oregon, con […]

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