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Dialetto: diversità che può renderci uguali

2 ' di lettura

di Francesca Liberatore

Negli ultimi decenni è stata compiuta una vasta opera di riabilitazione delle tradizioni dialettali. Le antologie, ad esempio, incluse quelle scolastiche, concedono alla poesia e alla prosa dialettale spazi sempre più ampi. Indubbiamente accortezze e scelte di tal genere da parte delle case editrici e degli autori stessi dei testi, dimostrano una evidente e diffusa sensibilità sul tema dialettale e in particolare sulla promozione del dialetto stesso all’interno della scuola.

Il dibattito non è di certo nuovo: basti pensare al viscerale legame di Pier Paolo Pasolini che

vedeva nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato e come tale doveva essere “protetto”, tutelato. Per tale ragione nel 1943 aprirà una scuola per l’insegnamento del friulano accanto all’italiano. L’esperimento verrà bloccato dal provveditorato di Udine, ma Pasolini lo riproporrà due anni più tardi con la fondazione dell’Academiuta di lenga furlana, una sorta di laboratorio linguistico attraverso il quale cercherà di rendere onore al friulano occidentale, fino ad allora realtà linguistica soltanto orale, rintracciandone le radici storiche trecentesche e nella tradizione romanza.
Su questa discussione almeno la linguistica non ha alcun dubbio: i dialetti sono vere e proprie lingue che non hanno nulla da invidiare alla lingua ufficiale, l’italiano. Se si considera, oltretutto, che lo stesso italiano non è altro che un’evoluzione del volgare toscano, arricchito e infarcito da ulteriori influenze, più o meno volontarie, derivanti da altri volgari, nulla ci impedisce di consegnare ad ogni dialetto sopravvissuto sulla nostra penisola la propria dignità linguistica e culturale, dimostrando come anche le lingue di “natura” possono trasformarsi abilmente in lingue di “cultura”.

Ecco, dunque, che la domanda sorge spontanea: il dialetto può essere insegnato a scuola?
Esempi di scuole bilingui tra una lingua di Stato e una regionale ne abbiamo in tutto il mondo: si pensi alle scuole gallesi dove si parla inglese e gallese o alle scuole catalane, dove si insegna sia in catalano che in castigliano. D’altronde, anche in Italia abbiamo diverse scuole con vari livelli di bilinguismo: si tenga conto delle scuole ladine, di quelle friulane (dove spesso si svolgono attività in marilenghe) o di alcune dell’Alto Adige-Südtirol.
Tuttavia, è bene osservare con attenzione la situazione scolastica nella maggior parte dell’Italia: a tal proposito, è necessario riflettere non solo sul numero crescente di alunni di nazionalità straniera (nell’anno scolastico 2019/20, infatti, sono risultati iscritti nelle scuole del nostro paese 877mila ragazzi e ragazze di nazionalità straniera ), ma anche e soprattutto sul numero di alunni italiani le cui famiglie, però, si sono stabilite in Regioni d’Italia diverse da quella d’origine portando con sé un dialetto diverso rispetto a quello della Regione accogliente. Questo, dunque, comporta il più delle volte la formazione di classi all’interno delle quali convive una straordinaria ricchezza e varietà di lingue e di dialetti. Escludendo la possibilità di insegnare un unico dialetto a tutti incondizionatamente, quale potrebbe essere, in questi diffusissimi casi, la potenziale soluzione?

Una strategia possibile, realizzabile e costruttiva sotto diversi punti di vista (linguistico ma anche sociale, solo per citarne due) può essere quella di inserire direttamente nei programmi ministeriali o semplicemente tra le attività selezionate da ogni singolo docente, laboratori che lascino agli studenti la possibilità di assaporare e di ascoltare la bellezza delle varietà linguistiche, dialetti inclusi.
Come? Continuando a promuovere una più frequente lettura di poesie dialettali con testo in italiano a fronte, studiando autori e poeti dialettali, sfruttando l’ascolto di canzoni, o perché no, favorendo attività periodiche di conversazione dialettale in piccoli gruppi. Ecco, dunque, che questi si rivelerebbero non solo validi esercizi linguistici, ma diventerebbero soprattutto lezioni di beneaugurata uguaglianza.
Concludo, pertanto, con le parole di un grande autore napoletano, Totò, che accanto al teatro e al cinema, ha regalato al suo pubblico canzoni e testi poetici. ‘A livella (in italiano, La livella) è una poesia scritta in un connubio perfetto di italiano e napoletano: il modello letterario è senza dubbio il Dialogo sopra la nobiltà di Giuseppe Parini poiché in entrambi i casi abbiamo un dialogo tra due persone di estrazione sociale diversa, ma giunti, non casualmente, nello stesso posto dopo la loro dipartita. Una lezione, questa, da portare ovunque… a scuola, a casa o forse, più semplicemente, nella tasca della giacca e da tirar fuori all’occorrenza nella speranza che non ce ne sia ancora così tanto bisogno.

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