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Cosa succede al confine tra Russia e Ucraina

4 ' di lettura

Non si placano le tensioni attorno alla questione ucraina. Nonostante gli sforzi diplomatici, l’ipotesi di un’invasione russa dell’Ucraina si fa sempre più concreta.

La politica estera del Cremlino è al centro dei dibattiti internazionali di questo inizio 2022. A suscitare timori e preoccupazioni nei Paesi occidentali è il crescente accumulo di soldati russi al confine tra Russia e Ucraina. L’operazione è iniziata nei mesi scorsi, ed è sempre stata presentata da Putin come parte di un’esercitazione militare. Questa spiegazione, però, non ha mai convinto l’Occidente – soprattutto perché i soldati schierati sono ormai oltre 100mila. Ora, dopo mesi di incontri diplomatici, la situazione sembra essere a un punto di non ritorno. Dobbiamo prepararci a un nuovo conflitto in Europa?

Perché la Russia è interessata all’Ucraina

L’Ucraina è da tempo al centro delle relazioni tra Russia ed Occidente, in particolare tra Russia e Stati Uniti. La sua posizione strategica e i suoi legami etnico-culturali con Mosca la rendono infatti una pedina fondamentale dello scacchiere internazionale. Questo era già emerso chiaramente nel 2014, quando la ribellione del popolo ucraino aveva decretato la caduta del presidente filo-russo Victor Janukovič e la nascita di un governo di stampo occidentale. In risposta a queste azioni, la Russia aveva invaso il Paese e, tramite un referendum di dubbia validità, aveva annesso la Crimea al proprio territorio. Da allora, le ostilità tra i due Paesi non si sono mai realmente interrotte; al massimo, hanno avuto alcune fasi di minore intensità.

L’importanza dell’Ucraina si lega soprattutto al suo ruolo sul piano geopolitico. Il Paese, infatti, separa fisicamente la Russia dagli Stati membri della NATO, e rappresenta dunque una roccaforte di cui Putin non vuole fare a meno. La sua importanza in tal senso, inoltre, è cresciuta di anno in anno per via della progressiva espansione ad Est della NATO, iniziata nel 1991 in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Ad oggi, questo processo ha permesso alla NATO di estendere il proprio “ombrello” a 14 Paesi, inclusi quelli che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia, suscitando legittime preoccupazioni nel Cremlino in merito alla propria sicurezza nazionale.

La posizione strategica dell’Ucraina (in arancione)

Sebbene ad oggi l’Ucraina non sia un membro della NATO, né sembrano esserci le condizioni perché lo diventi a breve, l’interesse filo-occidentale mostrato più volte da Kiev è sufficiente a mettere in allarme Putin. Non avendo, però, nessun diritto o autorità per impedire all’Ucraina di aderire alla NATO – il Paese è uno Stato sovrano a tutti gli effetti, e in quanto tale libero di autodeterminarsi come meglio crede –, il Cremlino sta cercando di agire di strategia. Schierando il proprio esercito al confine, in sostanza, comunica all’Occidente di essere pronto a tutto – anche all’uso delle armi – pur di impedire ulteriori allargamenti e interferenze occidentali. È soprattutto una dichiarazione d’intenti, fatta ancora una volta sulla pelle di un Paese che ha come unica colpa quella di essere in una posizione geografica strategica.


Le reazioni in Occidente

Se un Paese si ritrova ostaggio della contrapposizione tra Est ed Ovest, ancora una volta le potenze occidentali tendono a muoversi in ordine sparso. In una prima fase questo è avvenuto esclusivamente a livello diplomatico, con i soli Russia e Stati Uniti incontratisi per trovare un accordo che mettesse fine alla questione. Nonostante gli sforzi, i colloqui avuti fin qui non hanno ottenuto l’esito sperato. E quelli previsti per i prossimi giorni, che vedranno coinvolti anche Ucraina, Francia e Germania, sembrano destinati allo stesso risultato.

Questo accade perché le richieste del Cremlino vanno ben oltre ciò che può legittimamente chiedere. Per allontanare il proprio esercito, attualmente posizionato in territorio russo, Putin infatti vorrebbe il ritiro delle truppe NATO dalla Romania e dalla Bulgaria, più la garanzia, scritta nero su bianco, che l’Ucraina non diventerà mai membro della NATO. Si tratta di richieste inaccettabili. La prima perché Romania e Bulgaria sono membri della NATO, e quindi Paesi in cui quest’ultima ha diritto di posizionare le proprie armi – un discorso che naturalmente non si estende a un loro eventuale uso ai danni di Mosca. La seconda perché, come accennato in precedenza, l’Ucraina è uno Stato sovrano, e quindi nessun Paese, nemmeno gli USA, può imporgli arbitrariamente di candidarsi a membro della NATO.

Difronte a questo stallo diplomatico, le potenze occidentali sono passate anche ad azioni più concrete, portate avanti però in modo abbastanza disomogeneo. Infatti, mentre la NATO – più che altro gli USA – ha inviato armi, navi e aerei in Europa dell’Est, pronti a intervenire in caso di invasione russa, l’Unione europea ha stanziato oltre 1 miliardo di euro a sostegno di Kiev, e ha dichiarato che “qualsiasi ulteriore aggressione militare da parte della Russia contro l’Ucraina avrà conseguenze imponenti e gravi costi”. Cosa questo significhi concretamente, però, al momento non è dato saperlo. Soprattutto perché sulla decisione europea pesa anche la questione del gas, che il continente importa per il 40% proprio da Mosca. L’Italia, invece, per ora si è limitata ad assicurare il proprio “fermo sostegno” a favore dell’Ucraina.

Nonostante i tentennamenti, la decisione dell’Occidente di schierarsi in difesa di Kiev ha un peso geopolitico notevole. Certamente si tratta di un’azione compiuta in chiave anti-russa, ma scegliere di compierla per un Paese che non è membro della NATO – e che quindi non è formalmente tenuta a difendere – è comunque un segnale importante. Proprio per questo, però, sarebbe il caso di agire in maniera compatta e unitaria.

Cosa accadrà nei prossimi giorni?

Nessuno può dirlo con certezza. Soprattutto perché la mossa ora spetta a Putin, un politico molto più scaltro di quel che si crede e di cui è difficile intuire le reali intenzioni. A questo punto, però, a meno di sorprese durante i prossimi incontri diplomatici, il ritiro delle sue truppe appare improbabile. Non avendo ottenuto ciò che desidera, ritirarsi per Putin significherebbe di fatto ammettere il proprio fallimento. Inoltre, sancirebbe la sua debolezza sul piano internazionale. Al tempo stesso, però, è difficile aspettarsi davvero un’invasione dell’Ucraina: farlo, infatti, significherebbe dare inizio a una guerra da cui, con ogni probabilità, la Russia uscirebbe sconfitta.

Di conseguenza, l’opzione più probabile al momento è che trasformi lo stallo diplomatico in uno stallo anche militare. Come? Temporeggiando. In questo modo eviterebbe sia di esporsi a una probabile sconfitta, sia di ammettere il proprio fallimento. Il tutto passando di fatto la palla a un Occidente che, non potendo attaccare per primo né ignorare la situazione, rischierebbe di rimanere vittima di se stesso.

Giulia Battista

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