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Taiwan, l’isola che non c’è

5 ' di lettura

Lo status politico di Taiwan è da sempre una questione controversa. L’isola gode di un governo indipendente, la Repubblica di Cina, eppure il leader comunista Xi Jinping chiede a tutti i Paesi con cui istituisce rapporti diplomatici di accettare il principio di “una Sola Cina”, che disconosce sia la legittimità che l’esistenza del governo di Taiwan

Se c’è uno Stato lontano dal regime comunista e dal retaggio che quest’ultimo si porta dietro, è Taiwan. Almeno, questo è il nome con cui questo Stato ci è ampiamente noto. In realtà, l’appellativo corrisponde solo all’isola principale che costituisce l’entità statale, Formosa. Sarebbe più corretto parlare di Republic of China o Repubblica di Cina (ROC), che include anche gli arcipelaghi di Penghu, Kinmen e Matsu.

Tuttavia, Taiwan è una nazione che dal punto di vista del diritto internazionale “non c’è”: la Repubblica di Cina, ad oggi, non è riconosciuta né dalla Repubblica Popolare cinese (RPC) guidata da Xi Jinping (ovvero la Cina continentale propriamente detta), né dai quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ ONU (Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Francia), nonché dal Canada e da altri Stati dell’Unione Europea. Eppure, Taiwan intrattiene relazioni ufficiali e commerciali con diversi Paesi nel mondo, tra cui proprio gli USA.

La controversia

La controversia circa lo status politico di Taiwan può risolversi in quattro possibilità: la prima è che Taiwan, assieme alle isole Penghu, Kinmen e Matsu, rimanga indipendente come territorio della RPC; la seconda è quest’ultima esista come entità distinta e, al contempo, legata alla RPC; la terza, è che la ROC possa unificarsi ai territori oggi governati dalla Cina continentale, perdendo completamente la propria autonomia; la quarta, è che il paese dichiari formalmente l’indipendenza diventando la Repubblica di Taiwan. Ad esclusione della terza possibilità, la controversia si focalizza dunque sulla legittimità dell’esistenza della ROC intesa come Stato sovrano.

Pechino ha imposto un pesante ostracismo a tutti i governi del pianeta al fine di non riconoscere ufficialmente Taiwan; persino il Vaticano, che da sempre mantiene salde relazioni diplomatiche con Taipei, pare garantirà il proprio sostegno al governo di Pechino. Taiwan non ha mai conosciuto il comunismo, le Guardie rosse, la falce o il martello. È una nazione che non ha mai considerato l’indipendenza come un’ alternativa, bensì come una prerogativa. Più che mai invisa alla Cina comunista che, dopo Hong Kong e Macao, vorrebbe riprendersi anche quest’ultima “provincia rinnegata”, creata più di 70 anni fa da Chiang Kai-Shek.

Una questione storica

L’incertezza politica del Taiwan risale al 10 ottobre del 1911. Allora, dopo 267 anni ininterrotti di regno, l’ultima dinastia imperiale, quella dei Qing, crollava sotto il peso di una crisi finanziaria senza precedenti. La provincia dello Hubei si dichiarava indipendente e proclamava la nascita della nuova Repubblica di Cina. Il movimento indipendentista, nato inizialmente a Wuchang, diede vita alla prima rivolta a carattere democratico della Cina: la Rivoluzione Xinhai, la quale trovò in Sun Yat-Sen il suo massimo teorico e si diffuse rapidamente nelle altre province della Cina. Sun Yat-Sen venne nominato presidente provvisorio della nuova Repubblica, mentre Yuan Shikai (un militare che fu al servizio della corte dei Qing), negoziò l’abdicazione dei Qing in cambio dell’elezione a presidente della Repubblica.

Shikai, tuttavia, tradì la causa repubblicana: impose una dittatura militare nella neonata ROC e tentò di proclamarsi imperatore di una nuova dinastia. Nel 1916 Shikai moriva, lasciando la Cina nel caos dominato dai Signori della guerra, coloro che detenevano sia il controllo militare che civile di una regione grazie a forze armate a loro fedeli. In questi anni nacquero i due movimenti politici che maggiormente hanno influenzato la storia cinese recente. Nel 1919, Sun Yat-Sen fonda il Kuomintang (KMT), o “Partito Nazionalista”, mentre nel 1921 viene costituito a Shangai il Partito Comunista Cinese (PCC) per mano di Li Dazhao e Chen Duxiu.

La guerra civile

I due partiti, inizialmente, costituirono un fronte unico dettato dalla necessità di mettere ordine nel Paese. La situazione frammentaria della Cina, governata di fatto dai signori locali, spinse Chiang Kai-Shek (successore di Sun Yat-Sen) a lanciare la “spedizione del Nord” contro i Signori della guerra. La situazione precipita: Kai-Shek tenta di sbarazzarsi anche dei comunisti sancendo l’inizio di una guerra civile che cambierà la storia della Cina recente.

Nel 1949, il PCC guidato da Mao Zedong conquista il potere e viene fondata la Repubblica Popolare Cinese; l’esercito di Chiang Kai-Shek esce sconfitto dalla guerra nonostante il supporto degli Stati Uniti che, fino al 1945, avevano finanziato e appoggiato il regime nazionalista. Nel maggio del 1949 Kai-Shek fu costretto a rifugiarsi sull’isola di Formosa, e il governo della ROC si ritirò da Nanchino a Taipei (tuttora capitale di Taiwan), mantenendo il controllo su alcune isole lungo la costa della Cina continentale e nel Mar Cinese meridionale.

Il leader del KMT, Chiang Kai-Shek

L’impronta degli USA

Nel 1950, in seguito agli attacchi della Corea del Nord verso sud, il presidente Truman ritenne cruciale impedire alle forze comuniste di espandersi nell’area del Pacifico e così, il 27 giugno dello stesso anno, alla settima flotta della marina americana fu ordinato di recarsi nello stretto di Taiwan al fine di prevenire ogni attacco contro Formosa. Il governo statunitense strinse alleanze anti-comuniste con altri Stati dell’area (Giappone, Corea del Sud, Filippine, Australia, Nuova Zelanda) nell’ottica strategica della guerra fredda che andava delineandosi e, nel 1954, firmò il “Trattato di difesa comune” con il governo della ROC inserendo la provincia di Taiwan sotto la protezione americana, e ponendo sotto il proprio controllo lo stretto dell’ isola.

Il seggio del 1971

Nel 1971, la ROC perde il seggio alle Nazioni Unite in qualità di rappresentante della Cina. Gli Stati sovrani riconoscono così il riconoscimento diplomatico esclusivamente alla RPC, ammettendola di fatto come la sola rappresentante legittima di tutta la Cina (anche se molti Stati evitano deliberatamente di affermare quali territori credono la Cina includa). A partire dal 1979 la situazione svolta nuovamente per Taiwan, ancora in negativo. Gli Stati Uniti e la Cina allacciano ufficialmente le relazioni diplomatiche: un comunicato congiunto tra governo cinese e americano riconosce quello della RPC come unico governo legittimo della Cina, ed impegna gli USA a conservare con Taiwan solo rapporti di natura commerciale e culturale.

Nonostante l’accordo, gli Stati Uniti hanno continuato a vendere armi a Taiwan e ad intervenire negli affari interni cinesi, non favorendo in alcun modo la riunificazione tra RPC e ROC. Le politiche statunitensi riguardanti la posizione di Washington su Taiwan sono principalmente contenute nel Taiwan Relations Act ma anche nei Tre Comunicati congiunti USA-Cina e nelle Sei Assicurazioni

Dopo il 1979, il governo della ROC ha perseguito in modo attivo la rivendicazione di governo legittimo della Cina continentale; posizione che vacilla all’inizio degli anni Novanta, quando nella ROC fu introdotta la democrazia ed eletti nuovi capi taiwanesi: si passò ad un atteggiamento che non contestava attivamente la legittimità del governo della RPC sulla Cina continentale. Nel 2008 il Kuomintang viene però rieletto ed il governo di Taiwan ritratta la sua posizione sostenendo che anche la Cina continentale fosse parte del territorio della ROC. Dal 2008 ad oggi, Taiwan è una democrazia caratterizzata dall’alternanza al potere tra lo stesso Kuomintang ed il Partito Democratico Progressista, il quale proclama l’indipendenza assoluta della ROC dalla Cina. La leader indipendentista in carica Tsai Ing-wen sembra muoversi proprio in quest’ultima direzione.

Verso l’indipendenza

Dal 2016, Tsai Ing-wen è alla guida del Partito progressista democratico (PPD) e del governo taiwanese. La leader indipendentista non ha mai nascosto il desiderio di garantire al proprio Paese l’indipendenza. Lo ha ribadito recentemente e a gran voce in occasione della giornata nazionale per celebrare la rivoluzione Xinhai del 1911, sostenendo che “Taiwan è in prima linea nella difesa della democrazia” e che continuerà a “rafforzare le proprie difese per garantire che nessuno possa costringerlo ad accettare il percorso stabilito dalla Cina che non offre né libertà né democrazia”. Ing-wen fa sapere inoltre che “il popolo taiwanese non si piegherà alle pressioni”.

Le pressioni da parte della Cina, tuttavia, non mancano di farsi sentire. Solo nel 2021, quasi 950 aerei dell’Esercito popolare di liberazione della Cina sono entrati nello spazio di identificazione di difesa di Taiwan, in aumento rispetto ai 380 del 2020. Cosa ancor più preoccupante è il fatto che l’ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato della Cina ha affermato che, se le forze che sostengono l’indipendenza di Taiwan dovessero oltrepassare la cosiddetta “linea rossa”, Pechino non potrà fare a meno di adottare “misure drastiche” sfoderando le armi. Per Pechino sarebbe motivo di guerra una dichiarazione pubblica ed esplicita, da parte taiwanese, circa la riluttanza nel riconoscere il Consensus del 1992, che di fatto sancisce l’esistenza di “una sola Cina”, quella comunista.

L’ambiguità americana

Rispetto a tutto ciò, gli Stati Uniti continuano a mantenere una politica di “ambiguità strategica“: non è chiaro se intraprenderebbero o meno un’azione militare qualora l’isola dovesse essere attaccata. La strategia è ideata per scoraggiare Taiwan dall’adottare qualsiasi azione unilaterale per dichiarare la piena indipendenza e, allo stesso tempo, per dissuadere Pechino dal cercare di annettere unilateralmente l’isola.

Lorenzo Zamana

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