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Gente in Aspromonte: un classico per riflettere sulla scomparsa dei paesi dell’entroterra

3 ' di lettura

Il romanzo, manifesto programmatico di un estremo sud ormai morente, descrive la condizione dei pastori in Aspromonte, i problemi umani e sociali, i modi di vita e i paesaggi

Africo “il paese dimenticato da Dio”, Alianello Vecchio, Amendolea, Archerenzia, Badolato, Bova,  Carello, Castelmonardo, Cerenzia, Cirella, Craco, Friechi, Gorìo di Rogudi, Nardodipace, Nicastrello, RaPandore, Papaglionti, Pentadattilo, Pimè, Ragonà, Roghudi, Savuci, Zungri sono solo alcuni dei nomi di paesi abbandonati in Calabria. Per comprendere le ragioni storiche e culturali dei paesi dimenticati, serve ricorrere a “Gente in Aspromonte”, considerata tra le più alte espressioni della letteratura meridionalistica, la raccolta di racconti scritta nel 1930 dal calabrese Corrado Alvaro.

Un grande classico, attualissimo, che si eleva a grido civile capace di poter richiamare l’attenzione pubblica sulle macerie dell’Italia dell’entroterra. E dare il meritato spazio nel discorso pubblico alle sacche di resistenza, oggi sommerse, in un mondo ormai desacralizzato dove ogni simbolo, ogni punto di riferimento, è messo in crisi.

Calabria, il determinismo geografico complice dell’insuccesso

La Calabria, divisa al suo interno tra “ossa e polpa”, è caratterizzata dalla profonda differenza tra le pianure contenitore delle città e le aree interne, montagne e colline. Il paesaggio ricco e popolato da una parte, freddo, desolato e lontano quello degli altipiani. Le zone montuose paradossalmente, rappresentano la spina dorsale interna dell’Italia. Ecco cosa sono le “ossa”, che, a partire dagli anni Venti del Novecento, iniziano a prosciugarsi, a seccarsi lentamente ma in modo continuo fino ad oggi, dopo l’accelerazione negli anni del secondo dopoguerra, quelli del boom economico. Nella sua interezza, a livello regionale quindi, è la Calabria tutta, ad apparire l’osso rinsecchito dell’Italia contemporanea.

Lo studio delle disuguaglianze Nord-Sud è da sempre stato al centro di diverse ricerche interdisciplinari, che attraverso metodi scientifici (o pseudoscientifici, basti pensare alle teorie antropologico-culturali sull’arretratezza del Sud di Cesare Lombroso nel saggio L’Uomo delinquente) hanno tentato di dare una spiegazione ad un divario politico, culturale ed economico mai colmato. Delle linee ufficiali a guida dalla geografia economica classica, l’approccio determinismo geografico è senz’altro primario. Secondo la teoria classica di Ratzel «l’organizzazione politica è sempre […] una scelta fra vantaggi naturali del suolo». Puntare al sud sarebbe stata quindi una scelta anti-economica (in termini di minimizzazione dei costi dei trasporti e per limitare lo svantaggio dei rendimenti decrescenti). In altre parole, un suicidio.

Copertina della prima edizione

Una classe dirigente inefficiente

Se ne deduce che le condizioni nelle quali versava e versa la Calabria, siano da ricercare prettamente nella sua lontananza rispetto al baricentro economico mondiale. Tuttavia, il dibattito sull’arretratezza si complica, quando entra da protagonista nel discorso pubblico anche l’inefficienza delle classi dirigenti del Mezzogiorno. È riduttivo parlare di marginalità territoriale senza contestualizzare il fenomeno nella sua dimensione sociale. L’etichetta di sud, che assume oggi caratteri prettamente negativi, non si limita infatti a definire una realtà geografica, ma anche una identità culturale. Si può riassumere come una cultura del piagnisteo, delle rivendicazioni a prescindere, che banalizza e ignora l’importanza dei contesti geopolitici e geoeconomici, in favore di considerazioni scientiste che sfiorano il surreale.

L’Aspromonte e le nuove forme dell’abitare

L’Aspromonte – per il 42% montuoso, per il 49% collinare e solo per il 9% occupato da pianure – presenta una varietà di scenari, di diversi quadri ambientali, che sono ad un tempo la sua forza e la sua debolezza. Dal punto di vista ambientale e paesaggistico è dirompente, ma privo di ogni integrazione territoriale.  Una profezia già annunciata nell’etimo del suo nome: Aspromonte significa ovviamente “monte aspro”, con riferimento alla sua morfologia; e “monte bianco”, dal termine grecanico aspro (ἄσπρος) cioè bianco, lucente. Alvaro nel suo libro compie un “Nostos” – per dirla con Omero – un viaggio “dalla radice nostalgica” in un mondo arcaico che sopravvive oggi in quel “villaggio vivente nella memoria a cui il cuore torna sempre di nuovo, e che l’opera di poesia riplasma in voce universale”.

Foto di Fabiana Fabbrini

Un paradigma attuale

La capacità di continuare ad alimentare una discussione, a porre interrogativi, a fare riflettere, a stabilire contatti con un mondo che sembra, ai molti, esser morto; e che invece esprime l’intenzione di una diversa vita, si inserisce perfettamente nell’attuale paradigma culturale in cui l’interazione locale-globale è uno dei fenomeni più rilevanti. Nell’era della globalizzazione – si legge in “Spazi e poteri”, manuale di geopolitica di Claudio Cerruti – la produzione di una cultura altrettanto globale, che con i suoi codici tende a sovrascrivere le tradizioni locali, ha portato la sensibilità politica e giuridica internazionale a evidenziare che la difesa dei diritti umani passa anche per la tutela delle possibilità di espressione politica e culturale delle comunità sub-statali. Questa nuova sensibilità ha sollevato l’attenzione sulla salvaguardia delle specificità culturali in via d’estinzione, così da fare contraltare al processo omologante planetario».

Corrado Alvaro
Cumuli di civiltà

Simbolo di tali resistenze identitarie, capaci di combattere la deriva alienante dell’Esserci e l’anonimità dei Non-luoghi, dei paesi dell’entroterra d’Italia, cultori del tempo “contadino”, oggi non restano che cumuli di civiltà. Costretti da calamità naturali e dall’estrema meccanicizzazione della vita, molti sono gli uomini che hanno abbandonato i luoghi della loro infanzia. Vuoi le catastrofi naturali, vuoi le incuranze politiche è più facile abbandonarlo un paese che cercare di “riabilitarlo”. Lo svuotamento dei luoghi interni ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, geologico, sociale, politico ed economico. Costituisce anche un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze nei paesi abbandonati. Tra le rovine, si assiste a pellegrinaggi di ritorno, a feste e riti nei luoghi degli antenati e dei padri; a viaggi di memoria che segnalano l’insofferenza per i non-luoghi in cui oggi si abita e il desiderio di “costruire”, comunque, nuove forme dell’abitare. Le parole di Alvaro si fanno così riflessione sul tempo autentico, sulla necessità dei riti e del mondo popolare, capaci di scacciare la negatività delle apocalissi culturali incombenti; ma, soprattutto, si fanno speranza, affinché i paesi abbandonati, custodi di un patrimonio culturale immateriale unico, possano, come in primavera, rifiorire.

Maria Cristina Mazzei

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