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“La scuola cattolica”: un affresco dell’Italietta degli anni settanta

2 ' di lettura

Il film di Stefano Mordini racconta il massacro del Circeo avvenuto nel 1975, negli anni di piombo

L’Italia degli anni settanta – che sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, moralismo, coazione, conformismo, fascismo – è la dimensione socio-politica evocativa del film “La scuola Cattolica“. Diretto da Stefano Mordini e tratto dall’omonimo romanzo Premio Strega 2016 di Edoardo Albinati, compagno di liceo degli autori del massacro.

Chi è la scuola cattolica?

Tra patriarcato, repressione sessuale e morale, la pellicola racconta del massacro del Circeo, avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975. Due ragazze vengono rapite, seviziate e stuprate per 30 ore consecutive. Una ragazza muore; l’altra si salva, fingendosi morta.

La prima parte del film, ambientata nel quartiere Parioli della “Roma Bene”, tenta discretamente di portare lo spettatore all’interno della quotidianità passiva vissuta dai giovani elitari delle scuole cattoliche private, sottratti artificialmente al loro tempo. La rigidità educativa è per le famiglie borghesi strumento capace di plasmare e produrre un essere ben pensante e funzionante. Ma non passerà molto tempo dal capire che quell’ambiente, sterile e nauseante, diventerà luogo non di uno, ma di due massacri. Quello mediatico-ufficiale compiuto da Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido e quello compiuto dalla famiglia, dallo Stato, dalla religione, ormai ridotti ai minimi termini, massacrati – pure loro – dal sistema dei consumi, responsabile della repressione e della morte culturale di un intero paese.

La scuola cattolica senza famiglia

Poco spazio viene lasciato alla descrizione di quell’asfissiante famiglia borghese, che si rivelerà in rapporti ambigui. Il luogo protetto del focolare domestico diviene trappola mortale, in cui il dialogo, la fiducia reciproca vengono degradati a mero utilitarismo. Da parte di Mordini c’è l’intenzione di mostrare il risentimento frustrato, la repressione sessuale, la smania competitiva dei liceali, ma la resa è poco efficace. Le retrospettive appaiono approssimative, quasi dei voli pindarici che non aggiungono niente al contesto familiare dei ragazzi. Lo spettatore, confuso, non ha il tempo di immedesimarsi e molti particolari che meriterebbero un approfondimento passano in sordina. Si passa in poco tempo dagli eccessi visivi alla leggerezza di alcuni dialoghi.

La scuola cattolica senza storia

Ci si aspetterebbe che venisse trattato il contesto storico-sociale, ma la storia rimane sullo sfondo, e i ragazzi sembrano sospesi nel tempo. Sono gli anni di piombo e della strategia della tensione, gli anni in cui la violenza imperversa nella lotta armata e nel terrorismo, nero e rosso che sia. Non si accennano né gli scontri politici né il contesto romano.

Il massacro, all’epoca, aveva fatto scalpore anche perché commesso da ragazzi alto borghesi nei confronti di ragazze figlie di proletari. Un punctum capace di far riflettere su una società classista – mai scomparsa- che possa contrapporre alla vita danneggiata quella autentica – di dar rilievo al mondo dei sordomuti, avrebbe detto il politologo Nuto Revelli.

Film drammatico o di denuncia?

E invece rimaniamo sulla superficie delle cose, su una spettacolarizzazione latente che finge di non esserci. Nella seconda parte del film, che riguarda il massacro -ambientata nella villa della famiglia Ghira, in zona Circeo -, Mordini riesce a trattare gli eventi in modo intelligente: è molto attento a cosa far vedere e cosa no. La violenza non è mai mostrata in modo cruento, ma si vedono le sue conseguenze. Scelta opinabile, per la tipologia di film, quasi definibile neorealista.

Siamo stati abituati a film scevri da moralismi come “Porcile” di Pasolini o “La Grande Abbuffata” di Marco Ferreri , dove lo scandalo schifoso del mondo borghese – tra flatulenza e meteorismo – veste i panni di uomini annoiati che decidono di suicidarsi abbuffandosi di cibo, mostrandosi per quelli che erano realmente. La spettacolarizzazione diventava in questo senso strumento politico di condanna, metafora antropologica di un non mondo. Sarà abbastanza fare soltanto memoria?

Il senso di una scuola cattolica vietata ai minori

Suscita rabbia e scalpore il fatto che il film sia stato vietato ai minori di 18 anni: se c’è uno scopo che la pellicola avrebbe potuto avere, sarebbe stato quello educativo. La storia narra di ragazzi, e a loro dovrebbe rivolgersi – liceali diciassettenni e diciottenni proprio come gli adolescenti che organizzarono e compirono il massacro.

Ancora, “La scuola cattolica” parla dei rischi cui la censura può portare: la repressione e la rimozione degli istinti non porta all’eliminazione di essi, ma a un loro sviluppo violento e incontrollato.


Erica Marconato e Maria Cristina Mazzei

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