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I puffi siamo noi

3 ' di lettura

In Belgio e in Francia, i fumetti sono una cosa seria. Tanto è vero che “I puffi”, nonostante il loro aspetto divertente e colorato, sono un’opera politica e sociale immensa.

Magari non tutti lo sanno, ma i puffi sono personaggi di un fumetto belga. Il loro creatore, Peyo, nacque e morì a Bruxelles, e le bande dessinée dei puffi – così è chiamato il fumetto nei territori francofoni – sono la sua opera più famosa e politica. Infatti, nonostante il coloratissimo cartone animato con la sigla di Cristina D’Avena, i puffi sono una metafora sociale potentissima e sempre attuale.

La storia editoriale de I puffi nel contesto del fumetto franco-belga

In Belgio e in Francia i fumetti sono una cosa seria. È vero che in Italia le cose stanno migliorando, ma nei territori francofoni le bande dessinée sono sempre state al centro del discorso culturale.

La firma di Peyo

Quando la Germania invase la Francia e il Belgio, importare i fumetti americani divenne difficilissimo. I giovani autori locali, allora, cominciarono a creare le loro storie. Ben presto, fiorirono una serie di riviste a fumetti che hanno fatto la storia della Nona Arte: “Spirou” nel ’38, “Tintin” nel ’46, “Pilote” nel ’59 e l’avanguardistica “Métal Hurlant” nel ’74. Fu proprio fra queste pagine che nacque il cosiddetto stile a “linea chiara”: un segno pulito ed elegante, senza troppe sfumature o chiaroscuri –, che influenzò anche i nostri fumettisti. Hugo Pratt, per esempio, fece dell’essenzialismo una missione.

Sempre in queste riviste, poi, videro la luce personaggi entrati ormai nell’immaginario collettivo, come Asterix, Tintin, Lucky Luke e – ovviamente – i puffi. All’inizio, in realtà, i puffi erano semplici comprimari in “John e Solfamì” – un’altra serie di Peyo –, ma il loro successo fu così travolgente che ottennero quasi subito una saga tutta loro; tuttavia, la consacrazione globale arrivò soltanto negli anni ’80, con il cartone di Hanna-Barbera.

Il museo del fumetto a Buxelles

“Il puffo banchiere

Come abbiamo detto, i puffi sono una metafora sociale potentissima. Per capirne il motivo, è bene riassumere brevemente una delle storie più emblematiche: “Il puffo banchiere”. Scritta da Peyo e suo figlio, disegnata da Alain Maury e Luc Parthoens e pubblicata nel 1992, fu l’ultimo albo di Peyo prima della sua morte.

“Il puffo banchiere” comincia con il Grande Puffo che rimane coinvolto nell’esplosione del suo laboratorio. I puffi, per risvegliarlo, mandano un emissario dal mago Omnibus, che spedisce il puffo e il suo apprendista in paese per comprare la medicina. Il puffo, seguendo l’apprendista, scopre l’esistenza dei soldi – al villaggio dei puffi vige il baratto –, così decide di introdurre il denaro anche fra i suoi amici. Mentre il Grande Puffo è convalescente – di solito, quando succede qualche guaio, il Grande Puffo non c’è mai –, il “puffo banchiere” chiede aiuto al puffo minatore per fondere l’oro trovato nelle miniere, quindi indice una conferenza e spiega la sua idea.

I puffi sono confusi: “Il tuo denaro è d’oro”, gli dicono. Ma lui risponde: “Non voglio puffarvi il denaro come metallo, ma come moneta”. Il puffo banchiere spiega come funziona il denaro – ogni prestazione sarà contraccambiata da un quantitativo stabilito di monete –, poi distribuisce a tutti un tesoretto di partenza. All’inizio nessuno sa bene quanto possa valere una certa cosa – una pagnotta vale due monete? –, ma il puffo banchiere stila una scala di valori e tutto ricomincia a procedere per il meglio. I problemi, però, non tardano ad arrivare.

Il puffo cuoco, che di solito prepara il pranzo per tutti, ora vuole essere pagato perché ha dovuto “puffare il cibo”. E così il puffo carpentiere, il puffo fornaio e tutti quelli che vendono beni essenziali. Il puffo burlone, però, non sa fare altro che scherzi, quindi non ha nessun modo per guadagnare monete – e come lui il puffo musicista o il poeta. Puffetta, invece, si lamenta di come nessuno la paghi per il tempo che spende ad accudire Baby-puffo e la casa.

La situazione si complica

Il puffo pigrone non ha mai lavorato in vita sua, quindi il puffo banchiere gli presta dieci monete con la promessa di volerne undici entro l’inverno. Il fornaio, intanto, è così ricco che investe i soldi in banca; il puffo banchiere, d’altronde, sa che può aumentarli con gli interessi di quelli che hanno chiesto un prestito.

Il puffo contadino, non fidandosi delle banche, va nel bosco per seppellire il suo tesoretto, ma per sbaglio fa crollare il ponte. Il carpentiere, allora, chiede ai puffi che hanno le materie prime quanto gli costerà comprare l’occorrente per ripararlo. Viene fuori che le tavole di quercia costano troppo, così un puffo propone al carpentiere di comprargli quelle in abete, e per ingraziarselo gli offre “una bustarella”.

La situazione degenera: un puffo, stanco di debiti, inflazione e costi troppo alti, decide di lasciare il villaggio per ricominciare in un mondo senza soldi – e molti lo seguono. Il puffo banchiere, rimasto solo e con tutte le monete lasciate dagli altri puffi, capisce che non ha senso essere ricchi se non può pagare chi gli prepara il pranzo o gli ripara il tetto.

“I puffi e l’albero dei soldi” racconta la stessa storia

I puffi siamo noi

Di fatto, in appena quaranta pagine, l’autore racconta come funziona il sistema-denaro e in cosa consiste, dimostrando inequivocabilmente come sia del tutto sbagliato, subdolo e foriero di avidità e infelicità – non risparmiandosi neppure la satira riassunta da Puffetta. Nonostante ciò, noi usiamo questo sistema da secoli.

Sfruttando i puffi – perfetti archetipi dei caratteri umani –, Peyo mette in scena una tragedia con toni colorati e divertenti, spiegandoci i difetti della nostra società in modo dilettevole. Quando un’opera riesce a fare questo – soprattutto se si tratta di un’opera visivamente infantile come “I puffi” –, allora è alta letteratura.

Alessandro Mambelli

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