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Donne e violenza economica: quando i soldi diventano una trappola

3 ' di lettura

Mancati pagamenti, limitazioni all’attività lavorativa, controllo coercitivo delle spese. Anche questa è violenza. È violenza se una donna non ha la firma sul conto di famiglia, se è costretta ad intestare a sé stessa mutui, se lo stipendio viene investito senza che lei sappia come. Non si vede, ma esiste: è la violenza economica. Ed è più diffusa di quanto si creda.

I dati

In Italia, dai dati dell’associazione DiRe, si stima che nel 2020 all’interno dei centri anti-violenza il 34% delle donne denunciava violenza economica. Tre donne su dieci non hanno un proprio conto corrente. Inoltre, da un Rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, emerge che solo il 27% delle donne, prevalentemente single, vedove o divorziate, è stata “decisore finanziario”. Può essere collegata a situazioni di maltrattamento fisico e, spesso, è uno dei fattori per cui la donna non mette fine al rapporto con un compagno maltrattante. A volte non le è permesso lavorare; altre l’uomo gestisce i suoi patrimoni personali: in entrambi i casi si tratta di una forma di controllo diretta.

Le radici della violenza economica

“I soldi sono il vero tabù da violare quando si parla di donne, perché il denaro è il potere maggiore di tutti, quindi per definizione è stato per anni solo degli uomini. Lo scopo della vita delle donne, nel frattempo, è stato quello di fare buoni matrimoni per accedere alla sicurezza di buoni patrimoni, con il sottotesto che a loro non servissero i soldi, ma un uomo che li avesse. Le donne non potevano avere proprietà privata perché erano esse stesse proprietà privata, prima dei padri e poi dei mariti”. Queste poche frasi, scritte da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri in Morgana. L’uomo ricco sono io, spiegano perfettamente il controverso rapporto tra donne e soldi.
Alla base ci sono stereotipi misogini e ginecofobici, credenze discriminatorie, la convinzione che il lavoro di cura (notoriamente non retribuito) debba essere affidato alla donna.

La violenza economica esiste perché «siamo immersi ancora nella concezione di famiglia patriarcale, in cui si ritiene che il breadwinner, cioè il responsabile del sostentamento, debba essere un uomo» ha affermato Nadia Monacelli, docente e ricercatrice presso l’Università di Parma durante il convegno “Donne e violenza economica: prevenirla e combatterla con l’educazione finanziaria”. A confermare questa tendenza ci sono i dati ISTAT 2020. Nonostante il livello di istruzione femminile sia maggiore rispetto a quello maschile, il tasso di occupazione è sensibilmente più basso (nel II trimestre 2020 è il 48,4% contro il 66,6% maschile). Anche il divario di genere è più marcato rispetto alla media UE (61,7% contro 72,1%).  

C’è una soluzione?

Lo strumento per far fronte alla violenza economica è l’educazione finanziaria. Esistono infatti programmi appositi volti a far acquisire fiducia alle donne nella propria capacità di prendere decisioni economiche consapevoli. Judy L. Postmus, rettrice della School of Social Work presso l’Università del Maryland ed esperta di violenza di genere, valuta positivamente i programmi di alfabetizzazione finanziaria, evidenziando che sono potenzialmente in grado di aumentare la sicurezza in donne che hanno sperimentato abusi economici. Il denaro è uno strumento di potere, talvolta di potere subìto. Possedere le conoscenze per saperlo amministrare è il punto di partenza per colmare il gap esistente tra uomini e donne. L’educazione finanziaria non è una questione solo femminile: se tutte le donne avessero la possibilità di lavorare ed amministrare consapevolmente i propri soldi non sarebbero solo loro a trarne vantaggio, ma l’intera società.

Copertina della serie Maid rilasciata da Netflix
Maid, storie vere in una serie TV

L’America tratteggiata nella serie TV Maid, rilasciata lo scorso ottobre da Netflix, dice molto in tema di abuso, senza che questo si materializzi concretamente in violenza fisica. Alex è una giovane cameriera in un bar di una sperduta provincia ai margini di tutto, dove si vive in roulotte e si scaldano i fagioli precotti per cena. Terrorizzata ma lucida quanto basta a comprendere il pericolo che improvvisamente abitava la vita sua e di Maddy, la prepotenza di un marito alcolizzato, prende l’auto e scappa di casa. Non ha un lavoro, non ha denaro, né riferimenti familiari a cui appigliarsi, ma ha paura del proprio uomo e ha una storia d’infanzia che presto si rivolterà da dentro, portando a galla un vissuto molto simile agli abusi, spesso impliciti, di cui era vittima.

Sarà un processo di consapevolezza, dolore, un cammino disperato complicato dalla burocrazia all’interno del sistema assistenziale americano per le donne vittime di abusi a caratterizzare un intero anno di vita. Alex si perde e si ritrova in quanto donna, in quanto madre, in quanto essere umano che desidera autodeterminarsi. I temi della violenza economica sono raccontati in Maid, fra gli altri aspetti impliciti, spesso invisibili, che rendono controverso persino riconoscere di essere una vittima. La storia è tratta dalla vera esperienza di Stephanie Land, domestica, single, mamma di una bimba di tre anni che con la febbre restava all’asilo perché lei aveva turni da incastrare, bagni da pulire, camere per bimbi da riassettare grandi quanto il suo appartamento.  

Micol Maccario

3 Comments

  1. Daniela Pettavino Daniela Pettavino 7 Novembre, 2021

    “Chapeau”!
    L’articolo mette bene in evidenza la situazione in cui purtroppo versano molte donne.
    L’ultima citazione fa riflettere molto.

  2. Stefania Solaro Stefania Solaro 7 Novembre, 2021

    Puntuale analisi di una realtà spesso dimenticata. Ecco perché nelle scuole si sta proponendo educazione finanziaria…..forse troppo poco…. E

  3. Eleonora Scalzo Eleonora Scalzo 7 Novembre, 2021

    Sono fiera di essere donna e soprattutto di aver colto in giovane età, gli stoici errori delle nostre madri e nonne… E trarne insegnamento.
    Se però, una giovane donna come Micol Maccario, occhi e voce di una nuova generazione, ancora si sdegna e urla l’orrore di violenze subite e accettate… Il nostro grido è stato in realtà un flebile lamento?.. Abbiamo cercato forse il cambiamento per noi stesse, dimenticando ” Le donne”?

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