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Perché il vaccino per la malaria è così importante

3 ' di lettura

La malaria – si legge su Wikipedia – è una “parassitosi provocata da parassiti protozoi del genere Plasmodium”, di cui il Plasmodium falciparum è l’esponente più letale. Il quadro clinico si manifesta con episodi febbrili di varia intensità, e per evitare il peggio deve essere curata tempestivamente.

Ma qual è la sua storia? Come mai è una malattia così famosa? E perché il vaccino appena approvato è così importante?

La malaria vista al microscopio

Storia della malaria in Italia

Il nome malaria deriva dal termine italiano “mal aria”, cioè “aria cattiva”, perché un tempo si pensava che questa fosse la causa dell’infezione. L’altro nome con cui era conosciuta, invece – e cioè “paludismo” –, alludeva al luogo prediletto per respirare questi miasmi. La prima descrizione del quadro clinico è dovuta a Ippocrate, che ne descrive i sintomi nelle Epidemie.

Il parassita viene trasmesso dalle zanzare, perciò è logico che la maggior parte delle infezioni avvenisse nelle paludi e nei luoghi acquitrinosi. Durante l’epoca romana, però, l’abilità di questi nei lavori di bonifica e nello sfruttamento dei campi bloccò la diffusione del Plasmodium. Tanto che le maggiori evidenze archeologiche circa la malattia – ovvero tracce del protozoo nelle tombe – sono state trovate in resti del V secolo, cioè quando l’Impero cominciò a vacillare e a perdere potere. Del resto, mentre orde barbariche invadevano la penisola, bonificare paludi e curare campi era l’ultimo dei pensieri.

Dopo la caduta di Roma, siccome l’Italia era disseminata di acquitrini e climi favorevoli, la malaria si diffuse praticamente ovunque, arrivando a mietere 15mila vittime all’anno. Proprio un medico italiano – Giovanni Maria Lancisi (1654-1720) – capì che i vettori responsabili della trasmissione della malattia erano le zanzare. Nel 1880, invece, Alphonse Laveran scoprì che il Plasmodium era presente nelle cellule del sangue di chi soffriva di malaria, tanto da affermare che fosse proprio questa la causa della malattia. L’intuizione gli valse il Nobel per la medicina nel 1907.

Alphonse Laveran

In Italia, la malaria è stata endemica fino 1970, quando l’OMS la dichiarò ufficialmente debellata. L’impiego del chinino fu fondamentale – questo alcaloide riesce ancora oggi a curare la parassitosi –, ma un grande contributo venne dalla ferrovia. Siccome i binari dovevano forzatamente passare sulle pianure, molte di queste furono bonificate; i lavori permisero di studiare meglio l’ambiente e le zanzare, compiendo progressi sulle cure.

Epidemiologia

La malaria, secondo l’OMS, è la prima parassitosi e la seconda infezione per mortalità e morbilità – cioè, leggendo l’Oxford Dictionary, “la frequenza percentuale di una malattia in una collettività”. Nel 2019 – in base al report ufficiale –, i casi globali di quell’anno sono stati 229 milioni in 87 Paesi endemici, con 409mila vittime stimate – di cui il 67% erano bambini sotto i 5 anni. Il 97% dei casi e il 95% dei decessi sono stati registrati in Africa: Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Mozambico e Niger hanno da soli poco più della metà delle infezioni globali.

Com’è evidente, la malaria non è solo l’immaginario collettivo nei romanzi d’avventura ambientati in luoghi esotici come l’Africa centrale o l’Oceano Indiano di fine ‘800 – Emilio Salgari adorava far morire la gente di malaria –, ma una realtà letale e devastante. Secondo Gaetano Felice – professore al dipartimento di Malattie Infettive dell’Università di Pavia –, il 40% della popolazione del mondo vive in zone endemiche per la malattia. Si parla di savana, America centrale e meridionale, Cina, India, centri urbani africani densamente popolati. Come se non bastasse, ognuno di questi ambienti influenza le caratteristiche dell’epidemia – o per il clima, o per le condizioni igieniche.

Eziologia

Esistono quattro tipi di malaria, ognuno causato da una specie diversa di Plasmodium: il P. falciparum, il P. vivax, il P. ovale e il P. malariae. Di questi, solo il primo è mortale e responsabile di quasi tutti i casi registrati nel mondo.

Anche se sono tutti e quattro più o meno ovunque, ogni luogo ha il suo parassita predominante: in Africa settentrionale è soprattutto il P. vivax; in Africa centrale c’è il P. falciparum; nel Sudest Asiatico è diffuso il P. falciparum. Senza dimenticare la cosiddetta “malaria da aeroporto”, cioè la malattia trasportata da zanzare infette in Paesi dove non è endemica.

Ciclo vitale del Plasmodium all’interno delle cellule

Perché il vaccino per la malaria è così importante?

Negli ultimi anni, le percentuali relative alla malaria – decessi, tasso di mortalità eccetera – si sono via via ridotte, ma non in maniera sufficiente. Nel 2015, la Global Technical Strategy for Malaria si è prefissata tre obbiettivi da raggiungere entro il 2030: ridurre i casi e il tasso di mortalità del 90%; eliminare la malaria in 35 Paesi; prevenire la reintroduzione della malattia in tutti i Paesi dichiarati free.

Fino a poche settimane fa, in Africa – dove si registra tutt’ora il maggior numero di decessi –, l’unico rimedio preventivo contro la malaria erano le zanzariere. A inizio ottobre, però, l’OMS ha finalmente approvato il primo vaccino contro la malattia. Si chiama Mosquirix, è prodotto dalla GlaxoSmithKline e ha effetto sul Plasmodium falciparum.

Il vaccino è stato approvato dopo una lunga fase di sperimentazione iniziata nel 2018 in Kenya, Malawi e Ghana, dove sono state somministrate 2,3 milioni di dosi. Secondo uno studio, questo vaccino potrebbe dare un duro colpo a una malattia che continua a uccidere ogni anno. Non in qualche capanna di paglia dentro foreste tropicali infestate dai pirati di Sandokan, ma nel mondo reale.

Alessandro Mambelli

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