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Donne ai vertici nell’industria dell’auto: c’è ancora tanta strada da fare

6 ' di lettura

Due noti proverbi recitano “donne e motori, gioie e dolori” e “donna al volante, pericolo costante”. Questi sono dei luoghi comuni che ci portiamo addosso fin dagli albori dell’automobile. Per molte persone, una donna che si occupa di macchine è vista con sospetto e per molte figure professionali femminili è complicato affermarsi nel mondo delle auto. Ma nel 2021 quante donne hanno ruoli di rilievo nelle industrie delle quattro ruote?

Una su dieci

Analizzando i capi dei dieci gruppi automobilistici più grandi al mondo (Volkswagen Group, Gruppo Toyota, Renault-Nissan, Stellantis, General Motors, Hyundai Motor, Ford Motor, Gruppo Daimler, Gruppo BMW e Gruppo Geely), troviamo solo una donna ai vertici di un colosso automotive. Mary Teresa Barra è l’amministratrice delegata della General Motors, in carica dal 2014. È stata la prima donna al mondo a raggiungere questo ruolo in una holding dell’automotive. Nel 2014, la rivista Time la inserisce nella classifica delle “100 persone più influenti al mondo”. Dal 2015 è sul podio della classifica delle donne più potenti, stilata dal giornale Fortune.

Quando la Barra diventa CEO, General Motors era un’azienda in grande crisi. Nel 2005 rischia il fallimento e comincia a vendere le sue partecipazioni ad altre case, come nel 2006 quando le sue quote partecipative dei marchi Subaru, Isuzu e Suzuki passano alla Toyota. Inoltre, per far rientrare i costi, la GM chiude per sempre alcune storiche case automobilistiche americane, facenti parte del suo bouquet di marchi: nel 2004 chiude i battenti l’Oldsmobile, mentre nel 2009 General Motorsdice addio alla Pontiac. Nel 2009 GM dichiara bancarotta e passa sotto l’amministrazione controllata del governo USA.

Sotto la sua direzione, Mary Teresa Barra trasforma la General Motors in una realtà più piccola, con pochi marchi su cui concentrarsi rispetto al passato.

Grazie a questo cambiamento, il valore in Borsa della GM è cresciuto del 25% nel 2017. Altra decisione presa è stata quella di concentrarsi sul mercato USA e su quello cinese. È sotto quest’aspetto che va inserita la vendita dei marchi Opel e Vauxhall alla PSA (oggi Stellantis). Nel 2020 viene abbandonato anche lo storico mercato australiano, chiudendo per sempre il marchio Holden. Altro punto di rottura della direzione Barra è quello di sviluppare soprattutto pick-up, suv, auto elettriche e quelle a guida autonoma, lasciando in secondo piano le berline lussuose, vanto della vecchia GM. Ma durante la sua direzione, Mary Teresa Barra ha vissuto anche momenti complicati, come quelli del 2018 in cui annunciava la chiusura di 5 stabilimenti GM del Nord America, licenziando 14 mila lavoratori. Questa decisione fece infuriare Donald Trump, che minacciò di tagliare i fondi destinati alla General Motors.

Un altro momento complicato è stato quello causato dalla pandemia di Covid-19.

La Barra ha rinnovato il lavoro alla GM usando il modello del “lavoro appropriato”, responsabilizzato i lavoratori anche con strumenti utili per raggiungere gli obiettivi preposti. Per far ciò, è necessario un equilibrio tra vita privata e lavorativa dei dipendenti, svolgere corsi di formazione anche online e dotare i lavoratori di laptop e tablet per facilitare il lavoro.

Tra le ultime azioni della CEO della GM, c’è un piano di 27 miliardi di dollari per sviluppare moderni veicoli elettrici, cercando di proporre 30 novità entro il 2025 e sospendere la produzione di veicoli inquinanti entro il 2035. Verso questa direzione va inserito anche il rilancio del marchio Hummer che passa dai fuoristrada super inquinanti ai suv elettrici. Uno dei meriti di Mary Teresa Barra è stato quello di riuscire a mantenere in vita un colosso in crisi come General Motors, di cui tutti avevano già decretato la morte.

La situazione nelle singole case automobilistiche

Analizzando le singole case automobilistiche, troviamo sempre una prevalenza maschile alla direzione dei marchi, ma le donne cominciano a farsi strada. Ecco qualche nome. Linda Jackson dal 2021 è la CEO della Peugeot, ma dal 2014 al 2020 è stata a capo della Citroen, risollevando le sorti di un marchio che aveva perso identità e mordente. Nel 2018, la rivista Autocar la nomina “Donna più influente nell’industria dell’auto”.

Fin da subito, la Jackson ha attuato una ricostruzione aziendale, tornando a puntare su vetture di design, proprio come le Citroen del passato, i cui modelli sono ancora oggi iconici (vedi 2CV, DS, SM, CX e AX). L’auto che ha segnato la svolta della nuova Citroen è stata la C4 Cactus, crossover originale caratterizzata dagli Airbump, capsule d’aria poste nelle fiancate per assorbire gli urti. Fin da subito si capì la strada intrapresa dalla Jackson: proporre auto dalle linee appariscenti ma che siano anche comode e facili da usare. Altra svolta è stata quella di tralasciare le monovolume (vanto della Citroen ma che ormai non vendono più come prima) per i crossover e le auto elettriche, come la E-Mehari, microvettura elettrificata che richiama l’iconica Citroen Mehari.

Altra scelta di Linda Jackson è stata quella di puntare su un listino ridotto, i cui modelli possono essere venduti in tutto il mondo senza modifiche, senza proporre auto specifiche per determinati territori, in modo da mantenere i costi.

Ad esempio, la C3 Aircross, crossover di punta della casa francese, è venduta dappertutto senza modificare stile e meccanica. Il percorso intrapreso da Linda Jackson ha avuto il successo sperato. Nel 2018 le vendite delle auto del Double Chevron sono aumentate del 28% rispetto al 2013. Nel 2020, ha una quota di mercato del 4,96% in Europa, ma anche negli altri mercati ha raggiunto numeri importanti. In Brasile, ad esempio, nel periodo tra gennaio e luglio 2021 ha venduto più di 11.000 veicoli, facendo crescere le vendite ad un +43% rispetto all’anno precedente.

Béatrice Foucher

Dal 2020 è la CEO della DS, costola di lusso del marchio Citroen. Sotto la sua direzione, il marchio si sta affermando nel segmento delle automobili elettriche ed ibride. È una sfida molto tosta riuscire a rendere famosa una casa automobilistica premium nata da 7 anni. Ora il marchio DS vende circa 65.000 auto ogni anno, perlopiù in Francia. Per la Foucher, è quindi necessario affermarsi anche in territori favorevoli come la CINA, in cui i marchi premium hanno successo. Anche ora che il marchio DS è entrato nel gruppo Stellantis, la Foucher ha garantito che DS punterà ancora sulla tecnologia e sullo stile. Queste scelte sembrano premiare la casa francese. In Italia, DS ha registrato nel 2020 il record di vendite, con un aumento del 5,6% rispetto al 2019.

Hildegard Wortmann

È la responsabile del marketing e delle vendite del marchio Audi. Anche lei punta all’elettrificazione dei modelli del marchio dei quattro anelli. Entro il 2025, nel listino Audi ci saranno ben 30 modelli elettrici. La donna ha stravolto anche lo slogan storico della casa “all’avangaurdia della tecnica”, rinnovandolo secondo la società di oggi, più attenta al rispetto dell’ambiente. La Wortmann sfrutta anche i canali digitali, per avere dei feedback da parte dei clienti, soprattutto per capire i pareri del pubblico sulle Audi elettriche. Nel 2020 Audi ha già venduto circa 100 mila auto elettriche, di cui la metà a zero emissioni

Wang Fengying

Dal 2003 è la CEO di Great Wall, l’azienda d’auto privata più grande della Cina. Nella sua lunga carriera da CEO, il marchio Great Wall si è diffuso in molti stati, vendendo le sue autovetture anche in Italia. Forbes, nel 2017 ha valutato la donna al sessantaduesimo posto nella classifica delle donne più potenti al mondo. I suoi prossimi obiettivi sono quelli di raggiungere, entro il 2025, le 2 milioni di auto vendute ogni anno e sviluppare tecnologie elettriche e ibride per le vetture Great Wall.

Robyn Denholm

Attuale presidentessa della Tesla, sostituendo il fondatore Elon Musk. Sotto la sua guida ed insieme a Musk, la Tesla ha acquistato un’azienda di ultracondensatori, la startup DeepScale, che si dedica ai sistemi di intelligenza artificiale e una società del Canada che allestisce impianti dedicati alla produzione di batterie per automobili elettriche. Tutti questi acquisti sono utili per le ricerche e per le tecnologie che hanno reso Tesla una marca così nota in breve tempo. Altro obiettivo è quello di sviluppare una guida autonoma ancora più efficace e sicura, visti i recenti incidenti causati da questo tipo di vetture.

Donne nella storia dell’auto

Bertha Benz era la moglie di Karl Benz, l’inventore dell’automobile. Nel 1888 è stata la prima persona a guidare una macchina per un lungo percorso, circa 100 km. Il viaggio non fu dei più facili: la donna si recò in una farmacia per prendere la benzina (primo distributore di benzina nella storia), assieme ai figli dovette spingere la macchina e utilizzò l’acqua di alcune fontanelle per raffreddare il motore della vettura. Per l’impresa, guidò la macchina inventata dal marito, la Benz Patent-Motorwagen, dimostrando come l’auto potesse diventare un’oggetto in grado di cambiare il mondo. Per questo suo gesto rivoluzionario. nel 2016 è entrata nella Automotive Hall of fame, come prima automobilista della storia.

Sophie Opel nel 1868 sposa Adam Opel, fondatore dell’omonima casa automobilistica. Assieme ai 5 figli, cominciarono a costruire macchine da cucire e biciclette. Dopo la morte del marito nel 1895, nel 1898 cominciò a produrre automobili e a gestire la Opel sino al 1913, quando Sophie Opel morì. È stata la prima donna a gestire una industria dell’auto.

Johanna Quandt era la vedova di Herbert Quandt e da lui ereditò nel 1982 la quota di maggioranza della BMW. Per più di 15 anni era nel consiglio di sorveglianza di BMW AG. Fu la segretaria di Quandt fino a quando i due si sposarono nel 1960. Fu lei a indirizzare il marito ad acquisire il pacchetto di maggioranza di BMW nel 1959, prendendo le redini della casa bavarese che in quel periodo viveva una grossa crisi, evitando l’acquisto della BMW da parte della Daimler. Nel 1994, grazie alla tenacia della donna che decise di non vendere le sue quote, Bmw superò un’altra pesante crisi.

Mary Anderson inventò i primi tergicristalli nel 1903 e la pilota Dorothy Levitt realizzò i primi specchietti retrovisori nel 1909. Due tecnologie usate ancora nelle auto moderne.

Perché ancora pregiudizi?

Nonostante questi esempi virtuosi, perché ancora oggi la donna è considerata estranea al mondo dell’automotive? Oltre ai classici luoghi comuni che si perdono nella notte dei tempi, la colpa è anche della stampa specialistica e dei programmi tv. Sino a pochi anni fa, nelle riviste di automobili la donna aveva il compito di corredo. Sdraiata sui cofani, appoggiata su una fiancata o con le gambe scoperte, le ragazze in copertina avevano il compito di attirare il target maschile. Trattate come soprammobili, secondo gli editori di queste riviste una donna non si interessa di automobili. Le macchine sono cose da maschio, quindi le femmine esponiamole come se fossero in vetrina.

Anacronistici anche certi programmi automobilistici in tv. Prendiamo come esempio il programma di Italia 1 “Drive Up”. In questa trasmissione, che vede la collaborazione del magazine Quattroruote, c’è una parte in cui una modella o una donna dello spettacolo (mai un uomo) si sottopone ad un esame di teoria sul mondo delle auto per poi superare un test di guida a bordo di una macchina dalle alte prestazioni. Uno spettacolo in cui la prima donna è la donna anziché l’autovettura da testare.

Eppure, le storie delle donne dell’automotive dimostrano che non serve essere di bell’aspetto per avere successo. È necessario essere tenaci, pazienti e attente ai cambiamenti della società. La strada attuale sembra essere quella giusta, in cui sempre più donne hanno voce in capitolo nei piani più importanti del mondo dell’auto. Nella speranza che sempre più donne non siano più oggetti passivi, ma soggetti attivi dell’universo automobile.

Raffaele Pitzalis

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