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Il sangue invisibile dei Nativi Americani

3 ' di lettura

Sembra di sentire in lontananza il suono dei tamburi e dei canti gutturali di donne e uomini nativi con copricapi pieni di piume e gioielli fatti a mano, adornati con perline colorate. La vista è offuscata dai fumi dei fuochi sparsi qua e là. È così che nell’immaginario comune si presentano le tribù degli Inuit ed è così che appaiono nei film Hollywoodiani.

Ma sappiamo davvero tutto del loro massacro? E soprattutto se ne è parlato abbastanza?

Cenni storici

Facciamo un passo indietro. Tra la fine del XV secolo fino al secolo XX, una popolazione compresa tra i 50 e i 100 milioni, morì a causa dei colonizzatori. Negli Stati Uniti d’America e Canada lo sterminio fu massiccio e devastante per le popolazioni native. A questo si aggiunse il fatto che le unioni tra i popoli colonizzati e quelli colonizzanti furono scarsissime. Ciò causò una scarsa discendenza e un’assimilazione culturale forzata diffusa.

In Canada, soprattutto, tra il 1863 e il 1998 migliaia di bambini nativi vennero allontani dalle famiglie e portati con forza in scuole cattoliche in cui si insegnava la disciplina e la cultura occidentale a suon di bastonate e soprusi di vario genere, con la pretesa di voler fare del bene civilizzandoli e finendo per privarli della loro identità. Tra le poche foto in bianco e nero sopravvissute a quell’epoca ve ne è una che ha fatto il giro del web: si vedono le suore accanto ai bambini con gli occhi a mandorla spenti della loro luce. Dietro, un cartello in cui si legge distintamente: “Please, do not speak Eskimo”.

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https://www.flickr.com/photos/27772396@N07/5680530277 “Please, Do not speak Eskimo,” 1914
 

Le recenti scoperte

I libri di storia riportano questi fatti in maniera più o meno superficiale: tutti sanno delle violenze, ma nessuno ha mai indagato a fondo. Ogni cosa è rimasta all’interno di una bolla omertosa, fino a quando le recenti scoperte hanno riesumato nuove verità strazianti e inimmaginabili.

Già nel 2008, alcuni ricercatori riportarono gli abusi subiti da più di 150mila bambini indigeni a causa delle leggi razziali imposte dal governo canadese. Per questo motivo, l’11 giugno di quell’anno, il primo ministro Stephen Harper chiese pubblicamente scusa.

Nel 2010 venne reso pubblico un reportage intitolato “genocidio canadese”, ma anche in quel caso il mondo si fece sordo e cieco e la questione fu subito soppiantata da altre notizie giornalistiche. Andò così fino a quando più di 10 anni dopo, nei pressi di una scuola cattolica canadese, furono rinvenuti i piccoli scheletri di 215 bambini, tutti membri di una comunità nativa.

Le prime verità

Il macabro rinvenimento ha fatto scoppiare un caso mediatico scoperchiando il vaso di pandora. Secondo i recenti studi, dietro alle facciate innocenti di scuole e orfanotrofi, si trattava di veri e propri lager dove abusi fisici, sessuali e psicologici erano all’ordine del giorno e in cui persero la vita più del 40% degli internati; la maggior parte dei bambini nativi morì di tubercolosi poiché, una volta infettati, non ricevevano cure e venivano lasciati morire.

Ciò che fa più orrore oggi è, però, scoprire che lo sterminio, durato all’incirca un secolo, fosse a norme di legge. Il sistema legislativo canadese riconosceva infatti l’inferiorità legale e morale degli indigeni e per questo motivo, nel 1874, vennero istituite la Federal Indian Act e la Gradual Civilization Act, con le quali venivano autorizzate queste scuole residenziali.

Non solo. Nel 1933, nella British Columbia, fu approvata una legge, tutt’ora in vigore in alcuni casi, chiamata Sterilization Law, che ha consentito sterilizzazioni di massa su interi gruppi di donne e bambini. Ancora oggi, molte indigene che si recano in ospedale per partorire rimangono vittime di strategie subdole e tornano a casa incapaci di procreare, come già denunciato da Amnesty International.

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https://www.today.it/mondo/genocidio-nativi-canadesi.html Un’immagine dei bambini nativi canadesi della Kamloops Indian Residential School scattata nel 1937 (Foto Ansa)
La ribellione via social

Wear Orange è la battaglia senza armi nata sui social e portata avanti dai discendenti indigeni per omaggiare e rivendicare i loro antenati tragicamente scomparsi. Un primo forte messaggio è arrivato attraverso striscioni e marce qualche giorno prima del tanto aspettato Canada Day, annualmente festeggiato con orgoglio dai cittadini.

Ma in questi casi, quale mezzo più efficace di un social network potrebbe mai scuotere la coscienza a livello mondiale? Ecco quindi che un video su tiktok si trasforma in un potente mezzo di comunicazione e ribellione. Con una musica in sottofondo, donne e uomini Inuit, piuttosto che intrattenere con i soliti balletti, chiedono di ricordare e chiedere giustizia per i propri popoli attraverso fotografie e slogan da impatto: “Why should be proud of this country!?”.

L’arancione è il colore di questa guerra guidata dai veri paladini dei giorni nostri: i blogger. Tra questi spiccano le figure di Shina Nova e di sua madre. Le due donne, infatti, oltre a sostenere fermamente i loro diritti e quelli di tutte le famiglie indigene, si occupano anche di preservare le tradizioni riesumando le arti degli antichi popoli. Oggi i loro profili Instagram contano un milione di followers e i loro reels continuano a girare e a sensibilizzare anche chi, di queste battaglie, non ne sapeva nulla.

Fino a oggi la drammatica esclusione sociale di cui sono state vittime migliaia di persone è rimasta nascosta agli occhi del mondo, ma il sangue dei nativi scorre ancora vivo nelle vene dei loro discendenti. Attraverso i social si sta cercando di riscrivere una nuova storia in cui, almeno in questo caso, si restituirà la dignità strappata con forza.

Laura Lipari

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