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Generation Equality Forum : le sette tappe per l’uguaglianza di genere

6 ' di lettura

Ad aprire gli occhi ci ha pensato il Generation Equality Forum, convocato da UN Women e svolto a Parigi dal 30 giugno a 2 luglio. Governi, leader femministe e soprattutto tanti giovani si sono riuniti per programmare e organizzare azioni in grado di compiere dei passi importanti verso l’uguaglianza di genere. La visione di un mondo dove esistono pari diritti e opportunità resta l’obiettivo di moltissime nazioni. Usare il “tutti” in questo contesto è impossibile: ancora troppi stati nel mondo agiscono determinando sempre di più la disuguaglianza. L’Ungheria è sicuramente l’esempio più discusso in questo periodo. L’Unione Europea cerca in tutti i modi di contrastare le politiche di Orban ma non è per nulla semplice. Per questo serve non solo la politica ma anche investimenti e soprattutto programmi. Perché la nuda realtà è che nessun paese al mondo può dire di aver raggiunto l’uguaglianza di genere. Nessuno. Quindi a che punto siamo?

La base di partenza, come per qualsiasi cosa da un anno e mezzo a questa parte, è il Covid- 19. La pandemia ha contribuito a gravare la situazione sulla parità dei sessi. Si stima che 3,7 milioni di persone nel mondo sono vittime di disuguaglianza. Una donna su tre nel mondo ha subito abusi e con la pandemia le chiamate alle linee per l’assistenza si sono quintuplicate in diverse nazioni. La diseguaglianza riguarda anche l’aspetto economico e non è di certo una novità: secondo il World Economic Forum le donne dovranno attendere altri 135,6 anni per ottenere la parità salariale. In Italia la situazione è si un problema ma la media nazionale del divario sulla retribuzione uomo-donna è inferiore rispetto alla media dell’Europa. Il tasso si ferma al 5,3 % contro il 16,6%, anche se questo dato non tiene conto di alcuni fattori importanti come il tasso di occupazione e il titolo di studio. Al di là di questo però sono sette i punti fondamentali per cambiare il mondo e raggiungere, o quantomeno avvicinarsi, ad una sostanziale parità di genere.

1. Mettere fine alla violenza di genere

Il primo punto fondamentale è quello di eliminare una volta per tutte le violenze di genere. Tutto questo può essere contrastato grazie alla politiche nazionali e internazionali. Non bastano i soliti proclami di sdegno per tutto ciò che accade. Servono risposte concrete. Servono leggi e convenzioni che proibiscano ogni forma di violenza di genere. Nel mondo si stima che circa 736 milioni di donne (quasi una su tre) ha subito violenza, sia da partner che sconosciuti. In Italia, secondo report del primo semestre del 2020, il lockdown e più in generale la pandemia hanno inciso sulla percentuale di violenze. Da gennaio a giugno, complici le misure di contenimento che ci hanno costretto a casa e a uscire solo per lo stretto necessario, la percentuale delle violenze di genere è passata dal 76 % (gennaio) al 71% (ad aprile e maggio) e infine è risalita di qualche punto percentuale nel mese di giugno al 73%. Questi numeri purtroppo si ricollocano su livelli importanti da dopo il lockdown. In parallelo è fondamentale anche l’aumento dei finanziamenti da parte del governo. Purtroppo solo il 7% dei finanziamenti filantropici globali finiscono in organizzazioni guidate da donne.

2. Garantire giustizia e diritti economici

Come abbiamo detto prima le differenze salariali sono ancora troppo ampie: il divario per il genere femminile resta incolmabile o comunque lontano da quello maschile. Si stima che ragazze di un’età compresa tra i 15 e i 29 anni possano avere una possibilità tre volte maggiore di rimanere senza lavoro rispetto agli uomini.

Dati dell’Istat relativi ai tassi di occupazione, disoccupazione e inattività per genere in Italia

In Italia secondo l’Istat il tasso di occupazione femminile è peggiorato rispetto al 2019 dell’1,4% a differenza di quello maschile (solo il 0,4%). In percentuale totale l’occupazione nelle donne è al di sotto rispetto a quello degli uomini: solo il 48,6% del totale rispetto al 67,5% maschile. Inoltre c’è un punto da tenere in considerazione: rispetto agli uomini la maggior parte delle donne svolgono lavori non retribuiti, uno su tutti quello domestico. L’obiettivo è quello di dare un’equità retributiva. Il lavoro dignitoso non deve considerarsi utopico o irraggiungibile bensì la normalità. Per farlo però c’è anche bisogno di un cambiamento giuridico, come afferma Diane Ndarbawa, presidente di Manki Maroua, un’associazione di madri bambine nel Camerun. Novità dal punto di vista giudiziario – afferma Ndarbawa – accelerano notevolmente i progressi sulla parità di genere e contribuiscono alla giustizia economica.

3. Garantire autonomia fisica, la salute e diritti sessuali e riproduttivi

Altro punto delicato. Ancora troppe donne, o peggio ancora bambine o adolescenti, sono costrette a sopportare e ad accettare, o peggio ancora non possono, prendere decisioni su loro stesse e il loro corpo. Anche in Italia purtroppo non siamo esenti da queste vicende, ritenute da molti come lontane o distanti, e in paesi dove la donna non può decidere niente di sé stessa. La tragedia di Saman Abbas, uccisa dalla sua famiglia perché aveva rifiutato un matrimonio combinato a causa dell’amore, quello vero, trovato in una persona che non poteva andar bene per i suoi familiari. Il Generation Equality Forum vuole discutere su soluzioni concrete, come ad esempio l’ampliamento dell’educazione sessuale e anche migliorare la qualità dei servizi contraccettivi entro il 2026. Sempre su questa data si concentrano anche gli sforzi per tutte quelle donne o ragazze affinché possano avere il diritto a manifestare l’accesso all’aborto sicuro e legale.

4. Azione femminista per la giustizia climatica

La questione in questo caso è molto semplice: la parte femminile non ha sufficienti rappresentati nella soluzione al problema climatico. Un problema che coinvolge tutti ma che non tiene conto della voce delle donne o quantomeno di figure importanti e in prima linea a combattere quello che si appresta a diventare uno dei principali temi da qui al 2050. La figura di Joanita Babirye è in questo senso fondamentale. Ѐ la co-fondatrice di Girls for Climate Action, nonché membro della Action Coalition on Feminist Action for Climate Justice. L’obiettivo è quello di ottenere maggiori finanziamenti e porre delle soluzioni climatiche che possano tenere conto anche delle donne e delle ragazze. Babirye è “cresciuta in una comunità in cui donne e ragazze interagiscono con l’ambiente ogni giorno per il cibo, il reddito e per prendersi cura delle loro famiglie – aggiungendo inoltre che – i cambiamenti delle stagioni stavano avendo un impatto negativo sull’agricoltura, il che ci ha reso sempre più preoccupati”. La soluzione è quella di rendere donne e ragazze consapevoli, pronte in prima linea per arginare il problema climatico.

5. Promuovere la tecnologia e l’innovazione per l’uguaglianza di genere

Le differenze di genere toccano anche la digitalizzazione e la tecnologia. Per fare un esempio, nel mondo sono solo il 10% gli sviluppatori di software donna.  Le competenze digitali fra le donne, secondo uno studio dell’Università Bocconi di inizio 2021, in Italia si attestano a percentuali molto basse, posizionandosi al 25° posto in una classifica comandata dai paesi del nord Europa (Finlandia al primo posto seguita da Svezia, Lussemburgo e Danimarca). Il Global Gender Gap Report del 2020, in collaborazione con Linkedin, indica otto professioni emergenti legate alla tecnologia. Ebbene, in queste professioni gli uomini si attestano su percentuali altissime: 81% in ingegneria e 69% nel data engenering. C’è bisogno di aumentare la percentuale femminile. L’obiettivo della Generation Equality Action Coalition on Technology and Innovation for Gender Equality è quello di predisporre misure che possano incrementare l’opportunità nella tecnologia e nella scienza per le donne.

6. Investire in movimenti e nelle leadership femministi

Il sesto punto coinvolge la questione politica. La parità di genere nella rappresentanza politica e parlamentare non potrà mai essere raggiunta con gli attuali ritmi a livello legislativo nazionale fino alla data del 2063.  Si discute ancora oggi del perché le donne siano leader in determinati settori della politica. In Italia, secondo lo studio riportato dalla Camera dei deputati e pubblicato a marzo del 2021 in merito alla partecipazione delle donne nella vita politica e istituzionale, si legge che “l’Italia è tra i Paesi che hanno fatto registrare i maggiori progressi tra tutti gli Stati membri dell’UE, migliorando di 12 posizioni la sua graduatoria dal 2005 e di 8 posizioni dal 2010, raggiungendo il 14° posto tra i 27 Stati membri. Dal 2017 non si riscontrano progressi di rilievo”. Tra le disuguaglianze più marcate c’è però quella relativo alla politica, dove veniamo collocati al 44° posto della graduatoria (nel 2006 la situazione era anche peggiore, classificati al 76° posto). A partire dal 2013 a livello istituzionale c’è però una inversione di tendenza, decisamente positiva, di donne elette da Camera e Senato.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato dal 2018

Inoltre, per la prima volta nella storia, l’attuale presidente del Senato è Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre alla Camera dei Deputati l’attuale presidente Roberto Fico ha preso il posto proprio di una donna, Laura Boldrini. Certo sulle alte cariche istituzionali non c’è mai stata una Merkel, ma le donne hanno comunque un ruolo importante, anche nell’attuale governo Draghi. Come si legge sempre nel rapporto della Camera dei deputati, la partecipazione nell’attuale legislatura è di 8 donne (34,7%) nella compagine dei 23 ministri. Le cariche di viceministro e sottosegretario ricoperte da donne sono praticamente la metà, 19 (48,7%) su un totale di 39. L’Action Coalition on Advancing Feminist Movements and Leadership ha l’obiettivo di finanziare e supportare le diverse attiviste femministe, organizzazioni e spazi civici per l’azione femminista entro il 2026. Questa è la data che il movimento vuole raggiungere per promuovere la leadership e il potere decisionale femminile di tutto il mondo.

7. Mettere al centro le donne nelle questioni relative alla sicurezza, all’azione umanitaria e alla pace

Ultimo ma non ultimo il tema della pace. La pace è l’unica risposta per la salute, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile. “Le donne e i giovani hanno una profonda comprensione della situazione di pace e sicurezza dei loro paesi, delle relazioni di genere e di potere e dei bisogni umanitari, perché vivono questa realtà ogni singolo giorno”, afferma Mavic Cabrera Balleza , fondatore e CEO del Global Network of Women Peacebuilders, che fa parte del Compact on Women, Peace and Security and Humanitarian Action. Purtroppo non bastano le politiche o i proclami di pace. Servono come sempre investimenti e una presenza forte per contrastare il problema. I dati ci dicono che quando le donne sono al tavolo dei negoziati, è più probabile che gli accordi di pace durino circa 15 anni, anche se nella media totale le donne costituiscono solo il 13 % dei negoziatori, il 6% dei mediatori e il 6% dei firmatari grandi processi di pace tra il 1992 e il 2019. La strada è ancora lunga, tenendo conto dei dati e delle percentuali fino ad ora analizzate per ognuno dei sette punti. Ma se questi argomenti serviranno anche solo a muovere in piccola parte verso la prospettiva di una parità di genere, abbiamo il dovere di farlo e lavorare sodo anche per questo. E saremo ancora qui a raccontare e analizzare, speriamo in meglio, ciò che abbiamo raccolto in questi anni.

Andrea Cicalò

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