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Contro il fenomeno populista uno spazio possibile per le idee

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Immaginiamo due roditori e un solo pezzo di formaggio: inevitabilmente l’uno rodendo, toglierà all’altro. Così la sfera pubblica e il populismo, in quello che si delinea come contrasto aperto nell’attuale scenario sociale e politico. Walter Privitera, docente di sociologia generale presso l’Università di Milano Bicocca, nel 2017 ha pubblicato la monografia The Public Sphere and the populist challenge (Mimesis International) ed è considerato, sul tema della sfera pubblica, uno dei maggiori sociologi a livello non solo italiano. Aperto sostenitore dell’idea che l’opinione pubblica non si riduce allo studio di dati demoscopici, approfondisce piuttosto la nozione di dialogo nella sfera pubblica.

Cos’è la sfera pubblica

Privitera suggerisce in primo luogo un contesto storico entro il quale si è potuto generare il concetto di sfera pubblica. Era il 1924: gli intellettuali sono costretti ad allontanarsi dagli ambienti di influenza, molti perché ebrei, il proletariato non esprime più critica sociale, anzi spesso si schiera dalla parte del nemico; manca quello che Marx aveva definito il “fattore S” (soggetto rivoluzionario). Ha inizio così, lo scadimento della vita politica europea, nonché l’erosione dello schema marxista secondo cui in un momento di crisi le classi non privilegiate dovrebbero sollevarsi, ma non accade. Sarà Habermas a riprendere negli anni del secondo dopoguerra tale interrogativo, con una risposta atipica; mentre gli studiosi ricercavano i soggetti di un possibile mutamento sociale, sposta l’attenzione piuttosto su uno spazio, ricercando un luogo di trasformazione delle idee: la sfera pubblica. I soggetti critici della società esigono un contesto sociale adeguato per dare voce alle loro istanze, non condizionato e autonomo. La sfera pubblica è il luogo della critica sociale e del ragionamento su temi di comune interesse . Non un gruppo, ma una modalità creativa e di apprendimento.

Motivare, argomentare, ragionare insieme

Habermas suggerisce dei criteri per formulare una buona comunicazione pubblica, partendo dalla concezione che il linguaggio sia uno strumento evolutivo in quanto metacomunicativo, in grado cioè, anche di spiegare se stesso: possiamo dire qualcosa e chiedere in che senso è stato detto. Per sua natura, il linguaggio non è manipolativo, la sfera pubblica si distingue piuttosto per ricerca della legittimazione, perché ciò che si dice possa essere sostenuto. “Auctoritas, non veritas facit legem” – scriveva Hobbes. Se c’è sfera pubblica sarà la veritas a fare la legge, non la forza (autoritas). Non conta tanto la forza di chi parla ma la qualità delle cose dette. Con questo criterio, l’unico valido, si ottengono più facilmente idee orientate al bene comune; se gli standard comunicativi sono rispettati, allora avremo luoghi di discussione. Ancora, Habermas sostiene che quanto più la sfera pubblica consenta ad attori periferici di esprimersi, tanto più sarà libera e autonoma. Quanto più invece, darà voce agli stessi gruppi di interesse, tanto più sarà controllata e addomesticata.

La sfida populista

Oggi assistiamo a una frammentazione della sfera pubblica, il cui perimetro d’azione con l’ingresso prepotente dei movimenti populisti viene ridisegnato. I tratti distintivi del populismo hanno come centro l’intolleranza alla discussione e la confusione costante del tutto con la parte (pars pro toto): esso prevede sempre un noi entro il quale rimanere, che sia il concetto di popolo o il movimento stesso, in cui non a caso se si dissente si viene esclusi. L’altro è inteso come alieno e pertanto non ha diritto a considerazione, esattamente come accadde in occasione della diffusione della notizia sulla presunta falsità della nazionalità americana del presidente Barack Obama. Se non poteva dirsi americano, non avrebbe potuto rappresentare gli americani. Quello populista è un popolo muto per definizione.

Nella controversia delineata, due – secondo Privitera- sono le vie d’uscita per contenere tale fenomeno: in primo luogo, è importante che i partiti di sinistra tornino e rappresentare le istanze dei meno abbienti, togliendo così così legna dal fuoco dei populisti, che fanno leva sul disagio popolare. Habermas parlava già di via sintomatica, intendendo il movimento populista come sintomo di una crisi, che va ascoltata e non sfruttata. Poi, il coraggio civile: occorrerebbe un urlo di democrazia così forte da opporsi al degrado della sua attuale declinazione. Appendice: l’importanza dei media in questo scontro aperto tra qualità del dibattito pubblico e manipolazione dello stesso.

Sofia D’Arrigo

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