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Banda della Uno bianca: trent’anni di misteri

4 ' di lettura

Oggi la Fiat Uno è un’attempata utilitaria. Ma, dal 1987 al 1994, è stata protagonista inconsapevole di uno dei momenti più bui della storia italiana. Era la vettura scelta dai criminali che facevano parte della banda della Uno bianca, appunto. L’organizzazione criminale era composta da poliziotti, in cui spiccano i tre fratelli Savi: Roberto, detto “il monaco” e Alberto (poliziotti) e Fabio, detto “il Rambo” (carrozziere). In 7 anni di attività, in cui compivano soprattutto rapine, hanno ucciso 24 persone e ferito altre 102 persone.

Esageratamente Uno

La banda è balzata alle cronache anche perché usava sempre la Fiat Uno per compiere i loro crimini.

Perché questa scelta? Dal 1983, suo anno d’esordio, la vettura italiana è stata per diversi anni leader del mercato automobilistico. Analizzando i dati presenti su Quattroruote del febbraio 1989 e su AM del settembre 1989 (periodo in cui la banda cominciava ad utilizzare la piccola della Fiat per le sue azioni) si scopre che la Fiat Uno era regina delle vendite non solo nel 1988 (vendute 644 mila esemplari di cui il 58,5% destinato all’Italia), ma anche negli anni precedenti. Nonostante l’età della vettura, la situazione non era cambiata nel tempo: nella rivista automobilistica Starter del gennaio 1992 si legge che anche nel novembre del 1991 la Uno dominava le vendite (25.040 unità, la seconda auto più venduta era la Ford Fiesta con 13.952 unità).

Quindi nel periodo d’attività della banda circolavano parecchie Fiat Uno nelle strade italiane, diventando così una macchina che non dava nell’occhio, soprattutto bianca. Inoltre, era una vettura molto facile da rubare dato che bastava semplicemente scassinare la serratura della portiera per poterla aprire senza chiave.

Una Fiat Uno bianca, autovettura scelta dalla banda per non dare nell’occhio

La banda in azione

Il loro primo colpo avvenne nell’estate del 1987, quando rapinarono un casello autostradale, ottenendo un bottino di oltre un milione di lire. La banda però non usò la piccola utilitaria Fiat, ma la più grande Fiat Regata, di proprietà di Alberto Savi. Ad ottobre tentarono una estorsione verso un venditore di auto di Rimini. L’uomo, Savino Grossi, decise di chiamare la Polizia, presentandosi così all’appuntamento con i Savi con un agente nascosto nel bagagliaio. Ma dall’incontro, si passò subito allo scontro. Ci fu un conflitto a fuoco in cui rimase ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morì l’anno dopo. Mosca fu la prima vittima della banda della Uno bianca.

Colpirono inizialmente i caselli autostradali dell’A14 (Autostrada Adriatica), per poi rapinare anche gli uffici postali, supermercati, pompe di benzina e aree di servizio, fino ad arrivare alle banche. Dal 1990 le azioni diventano più cruente: vengono usate di più le armi da fuoco e si cerca di far fuori chiunque, anche chi osava imprecare loro (tagliarono la strada ad un Ritmo con a bordo dei giovani, che rimasero illesi dalla sparatoria). Nel 1991 presero di mira un’armeria, uccidendo due persone, ottenendo un bottino formato da due Beretta calibro 9

Negli anni a seguire continuarono ad uccidere, anche persone il cui unico errore era di trovarsi nel posto sbagliato. Nel 1990 ammazzarono un pensionato in un supermercato che si trovò, inconsapevolmente, testimone della rapina. Nello stesso anno ferirono a morte Primo Zecchi, che stava segnando la targa della vettura della banda. Nel 1991 uccisero due operai senegalesi, solamente per motivi razziali. Due anni dopo, freddarono Massimiliano Valenti, reo di essere testimone di una sostituzione di una macchina da parte della banda dopo una rapina in un istituto di credito.

L’azione che li rese famosi non solo in Emilia-Romagna, ma in tutta Italia è la strage del Pilastro. La notte del 4 gennaio 1991 l’auto della banda viene sorpassata da una pattuglia dei Carabinieri. I membri della Uno bianca, pensando che i carabinieri stessero segnando la targa della loro macchina, decisero di ammazzarli. Morirono 3 carabinieri, colpiti da 222 proiettili: Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.

Il 4 gennaio 1991, la banda della Uno bianca freddò tre carabinieri. Con quest’azione divennero famosi in tutta Italia

1994, l’anno di svolta

Nel 1994 nacque un pool investigativo per poter scoprire chi fossero i membri della Uno bianca, dato che nei 7 anni di attività della banda si era scoperto ben poco. Ma questo pool si sciolse presto senza ottenere nulla. Due componenti dell’ex squadra d’indagine, il sovrintendente Pietro Costanza e l’ispettore Luciano Baglioni decisero di svolgere delle indagini in autonomia. Cominciarono a fare degli appostamenti, ricerche e dei controlli, anche per capire come agiva la banda. Intuirono, grazie all’uso e all’abilità con armi da fuoco non comuni, che i membri potessero essere dei poliziotti. In più la banda riusciva sempre a sfuggire a tutti i posti di blocco, diventando imprendibili.

Alla fine del 1994, durante un’ispezione in una banca, notarono una Fiat Tipo bianca con la targa coperta di fango, da cui uscì Fabio Savi. Questo particolare incuriosì i due agenti che seguirono l’uomo, dato che assomigliava a uno dei rapinatori. Da quel momento le indagini andarono più svelte, arrivando agli arresti di tutti i componenti della banda della Uno bianca nel novembre del 1994.

Il processo terminò nel 1996. Le sentenze furono l’ergastolo per i fratelli Savi e per Marino Occhipinti (poliziotto), 28 anni (poi 18) per Pietro Gugliotta (poliziotto) e 3 anni e 8 mesi per Luca Vallicelli (poliziotto). Una figura controversa fu Eva Mikula, compagna di Fabio Savi, ma i vari processi hanno stabilito che non aveva nulla a che fare con i crimini della banda. Oggi Fabio e Roberto Savi stanno ancora scontando la pena. L’altro fratello, invece, usufruisce di alcuni permessi premio durante le festività natalizie e pasquali. Occhipinti lavora presso una cooperativa da quasi vent’anni ed è uscito dal carcere il 2 luglio del 2018; anche Vallicelli e Gugliotta sono liberi.

L’arresto di Roberto Savi, primo componente della banda catturato, avvenuto il 21 novembre del 1994
Si è giunti alla verità?

Sulla vicenda tanto è stato detto e si può giungere a due rami d’ipotesi: uno che vede tutta la vicenda frutto di una impresa familiare, mentre altri pensano che ci sia un coinvolgimento di terze parti. Il cambiamento degli obiettivi della banda, passati dai caselli autostradali ai furgoni portavalori ha fatto sorgere qualche dubbio su un aiuto esterno. Si pensa che sotto ci possa essere stata o la criminalità organizzata (mafia o ndrangheta) oppure qualche apparato deviato dello Stato (come Gladio).

L’azione della Uno bianca è molto simile a quella della banda che colpì la regione belga del Brabante Vallone dal 1982 al 1985. Tra le cose in comune si riscontrano: la stessa auto usata per i diversi colpi (in questo caso, una Volkswagen Golf), armi non disponibili nelle normali armerie, l’accanimento verso le persone durante le rapine. Le azioni della banda della Uno bianca, anche per depistare le indagini, venivano rivendicate da diverse organizzazioni, ma quelle più importanti erano firmate dalla Falange Armata, una organizzazione terroristica nota soprattutto negli anni ’90.

La banda della Uno bianca a fumetti

A seguire, troverete tutta la vicenda della banda della Uno bianca raccontata attraverso delle vignette, accompagnate da didascalie. Un modo diverso di spiegare un fatto di cronaca, ma che oggi sta sempre prendendo più piede nella divulgazione dei fatti. Specialmente sugli eventi che fanno ancora discutere.

Raffaele Pitzalis

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