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Ex-Ilva, grigio acciaio: la storia infinita di una città sacrificata (Parte 4)

4 ' di lettura

Lo scorso 31 maggio è stata, per Taranto, una data storica: la Corte d’Assise della città si è pronunciata in merito alle condanne relative al processo Ambiente Svenduto, i cui imputati erano quasi tutti legati alla gestione del gruppo Riva del complesso siderurgico dell’ex-Ilva di Taranto. Un novello Natale, un ulteriore Big Bang, il giorno in cui finalmente la città ha iniziato a ricevere giustizia. Così il giudice, considerata l’enorme mole di materiale raccolto nelle fasi istruttorie del processo, nonché negli ultimi vent’anni da associazioni e società civile (che abbiamo provato a raccontarvi nei nostri articoli precedenti), risponde a Taranto con una “sentenza storica”, stabilendo condanne pesanti ma parametrate alla gravità delle accuse e delle condotte reiterate nel tempo.

Le condanne

Dopo cinque anni di dibattimento, oltre quattrocento udienze ed undici giorni di camera di consiglio, il dispositivo della sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto ha confermato l’impianto accusatorio del procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dei sostituti Buccoliero, Epifani, Graziano e Cannalire. Saltano subito all’occhio le due condanne più pesanti, quelle dei fratelli Fabio e Nicola Riva, ex-proprietari ed amministratori dell’acciaieria, condannati a 22 e 20 anni con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari ed omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. L’accusa aveva chiesto 28 e 25 anni.

Ventotto anni erano stati chiesti anche per Girolamo Archinà, ex-responsabile delle relazioni istituzionali, che di fatto era il tramite tra i Riva e la politica e la stampa locale così come per Luigi Capogrosso, ex-direttore dello stabilimento. Per loro la corte ha stabilito rispettivamente 21 anni e 6 mesi e 21 anni. I due erano gli imputati su cui gravavano le accuse più gravi, dopo i Riva.

Inoltre, diciotto anni sono stati inflitti a Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, personalità non direttamente dipendenti dall’Ilva ma agli ordini della famiglia Riva. Diciassette anni invece sono stati comminati a Lorenzo Liberti, consulente della Procura di Taranto corrotto da Archinà. Condannati a diciassette anni ciascuno anche gli ex-capoarea Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò, mentre Angelo Cavallo e Marco Andelmi, anch’essi con funzioni da coordinatori d’area sono stati condannati ad undici anni e sei mesi.

Condannato a cinque anni e sei mesi anche Francesco Perli, avvocato e consulente dei Riva mentre è stata drasticamente ridotta la pena richiesta per Adolfo Buffo, all’epoca dei fatti direttore dell’acciaieria tarantina ed ora direttore generale di Acciaierie d’Italia, la nuova società nata dopo l’ingresso di Invitalia, e quindi dello Stato, nella gestione del siderurgico, condiviso con Arcelor Mittal. Per lui la pena richiesta oscillava tra i diciassette e i venti anni, gliene sono stati inflitti solo quattro. Assolto con formula piena invece Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva nell’ultimo anno prima del commissariamento.

Sentenze alla politica

Le condanne non riguardano certo il solo “versante interno” dell’azienda. Ambiente Svenduto ha infatti analizzato i legami tra l’Ilva e le istituzioni, ragion per cui tra i condannati figurano anche diversi politici. Ad iniziare dall’ex-presidente della provincia di Taranto Gianni Florido e l’ex assessore all’ambiente Michele Conserva, giudicati colpevoli di una tentata concussione e di una concussione invece consumata: ad entrambi è stata inflitta la pena di tre anni.

Tre anni e mezzo anche a Nichi Vendola, ex-presidente della Regione Puglia, accusato di aver esercitato pressioni su Giorgio Assennato, all’epoca direttore generale dell’Arpa per “ammorbidire” la posizione dell’ente ambientale pugliese. Assennato, avendo rinunciato alla prescrizione in aula, è stato condannato a sua volta a due anni. Vendola invece, forte del suo impegno politico e normativo, sottolinea come proprio sotto la sua presidenza, tra il 2005 e il 2015, siano apparse le uniche leggi regionali in Italia contro la diossina e il benzo(a)pirene. Proprio in questo periodo, infatti, l’Arpa inizia a monitorare i camini dell’Ilva (prima l’azienda siderurgica autocertificava le sue emissioni) fino ad arrivare ad ordinare il divieto di pascolo a causa delle emissioni riscontrate; la Regione inoltre siglò un protocollo d’intesa con l’azienda che prevedeva una riduzione progressiva delle sostanze inquinanti emesse dallo stabilimento.

Nel 2008 ancora, è stato istituito il Registro Tumori e nello stesso anno, recependo la Convenzione di Aarhus, che riguarda l’accesso alle informazioni, la partecipazione dei cittadini e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, la Regione Puglia emanava la Legge antidiossina che prevedeva un intervento immediato in caso di superamento del limite di emissioni di benzo(a)pirene, indicando inoltre precisi obblighi per le industrie, obblighi puntualmente disattesi dall’azienda Ilva, forte di leggi salva-Ilva che di volta in volta allargavano le maglie dell’AIA. L’ex-presidente Vendola dunque annuncia battaglia, sostenendo di poter dimostare la sua innocenza.

Decisioni sugli impianti

Ultimo aspetto della sentenza, di certo non meno importante dei precedenti, è la decisione sugli impianti: confisca ma senza effetto immediato per l’area a caldo, già sottoposta a sequestro dal luglio 2012, oltre alla confisca per profitto illecito (circa 2 miliardi e 100 milioni di euro in totale) nei confronti delle società Riva Fire e Riva Forni Elettrici. La sentenza commina anche una sanzione economica di quattro milioni di euro all’ex-Ilva oltre a disporre cinquemila euro di risarcimento per ognuna delle oltre 900 parti civili coinvolte.

Reazioni

Le motivazioni della sentenza saranno rese note tra non meno di tre mesi, intanto si registrano vari umori tra le parti coinvolte e la società civile. Se il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti dichiara di voler attendere la pronuncia del Consiglio di Stato, esultano invece Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto, che dice: «Oggi lo Stato italiano riconosce le sofferenze dei tarantini, riconosce gli abusi che si compiono per l’acciaio».

Perplessi anche i sindacati, soprattutto la Fim Cisl, che dichiara «Vediamo con forte preoccupazione la confisca degli impianti disposta dalla magistratura. Le colpe del passato non devono ricadere sul futuro di Acciaierie d’Italia e del lavoro del polo siderurgico» mentre Alessandro Marescotti, attivista di PeaceLink, associazione ambientalista tra le più attive nello scoperchiare il vaso di Pandora dell’Ilva di Taranto ci tiene a sottolineare che «La sentenza conferma che il nostro non era allarmismo.

Le perizie hanno ulteriormente allargato lo spettro e quello che veniva considerato oltranzismo dei pubblici ministeri ora è stato validato dai giudici». Da registrare anche le dichiarazioni di Luca Perrone, difensore di Fabio Riva, che dice: «Nella condotta della gestione Riva non c’è mai stata nessuna forma di dolo, ma solo lo sforzo continuo di adeguare gli impianti e il loro operato ai limiti sempre più stringenti delle normative ambientali, limiti sempre rispettati». Parole che preannunciano una battaglia legale ancora lontana dal chiudersi.

Se dunque la sentenza di primo grado è una pietra miliare, non bisogna considerarla come un punto d’arrivo bensì come un prezioso punto di partenza: sarà inevitabile trascinare il giudizio fino al terzo grado e di sicuro assisteremo a capriole e giravolte incredibili soprattutto da parte degli accusati. Il compito della magistratura sarà quello di mantenere la barra dritta e dare finalmente giustizia a Taranto, per scrivere una volta e per tutte l’ultimo capitolo della storia infinita di una città sacrificata.

Mario Mucedola

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