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Giovanni Brusca: perché il pentito e killer numero uno di Cosa nostra oggi è libero?

4 ' di lettura

L’istinto il più delle volte non ci permette di ragionare sulle situazioni. Valutare, capire e analizzare a fondo il motivo per cui si è giunti a quella determinata situazione. A seconda di quello che capita tra le mani “ragionare di pancia” ci fa perdere di vista ogni cosa. La scarcerazione per fine pena del pentito di mafia Giovanni Brusca, avvenuta il primo di giugno, ha scosso l’opinione pubblica italiana. Non c’è stata nessuna spaccatura nei giudizi. Per tutti (o quasi) può un mafioso uscire dopo 25 anni e con alle spalle 150 omicidi?. Diciamo noi 150 omicidi ma il numero reale non lo sa nemmeno Brusca. “Sicuramente più di cento ma meno di duecento” dichiarò.

Fedelissimo di Riina

Giovanni Brusca è stato una figura di spicco dei Corleonesi, molto vicina alla figura dell’ormai defunto “capo dei capi” Totò Riina. Lo “scannacristiani”, così soprannominato, è l’esecutore materiale, tra i numerosi omicidi, della Strage di Capaci. Fu Brusca infatti ad azionare il bottone della bomba da 500 kg di tritolo che fece saltare in aria nel maggio del 1992 il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e i tre agenti della scorta. La sua figura è inoltre coinvolta nell’omicidio del piccolo Giuseppe di Matteo, sequestrato, ucciso e infine sciolto nell’acido nel gennaio del 1996. Per tutte le famiglie convolte in questi omicidi la libertà di Giovanni Brusca provoca dolore, rabbia e vendetta: difficile da accettare per loro.

Ma la scarcerazione di un mafioso responsabile, diretto o indiretto, delle pagine più nere della cronaca e della storia italiana degli anni Ottanta e Novanta è difficile da accettare per chiunque. Arrestato il 20 maggio del 1996, ha iniziato il percorso prima da dichiarante, contribuendo all’arresto per diversi capi d’imputazione di personalità molto vicine alla mafia. Solo quattro anni più tardi, nel 2000, diventò a tutti gli effetti collaboratore di giustizia. Grazie a questo ruolo, la pena massima per i mafiosi, il 41 bis o regime carcerario duro gli venne tolto, permettendogli di scontare solo venticinque anni di carcere. Ora, uscito da Rebibbia, è in libertà vigilata per quattro anni. La sua figura da collaboratore di giustizia lo costringerà a vivere sotto protezione e nascosto da tutti.

Il pensiero di Falcone

Al centro delle polemiche quindi la questione degli anni scontati dal 64enne mafioso. 25 anni per un mafioso pluriomicida di Cosa Nostra. “Sapere che Brusca è, oggi, uomo libero lascia senza parole”, ha detto il presidente della regione Sicilia Musumeci. Il sentimento di vergogna e di stupore sono al centro dell’opinione pubblica. Bisogna però ragionare a mente fredda e capire i dettagli della scarcerazione di Giovanni Brusca. Il mafioso rientra all’interno della figura di collaboratore di giustizia e di una legge specifica. Questa legge arriva nel 1980 ma è quella del 1991 a cui bisogna fare riferimento. La normativa del marzo del 1991 infatti introduce per la prima volta la figura del collaboratore di giustizia.

Nell’intervista rilasciata 5 anni fa da Brusca e pubblicata in esclusiva dal Corriere della Sera l’ex killer di Cosa Nostra chiede scusa non solo ai parenti di tutte le sue vittime ma anche alla sua famiglia.

Ed è importante perché tra le figure che spinsero per questa legge c’è lo stesso Giovanni Falcone. Il magistrato alla luce della situazione a inizio anni Novanta, con il maxiprocesso alle spalle grazie anche all’aiuto del pentito per eccellenza di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta, capisce che è fondamentale per sconfiggere Cosa nostra, la strada del recupero di informazioni e nomi strettamente legati alla mafia. Tutti elementi che solo chi è dentro l’organizzazione può sapere. Da una parte il collaboratore di giustizia vuole avere garanzie per poter parlare e confessare. E dall’altra la magistratura capisce che pene troppo severe non servono a nulla perché metti nelle condizioni il criminale di non prendere in considerazione la collaborazione con la giustizia.

Può sembrare assurdo ma è una partita dove il compromesso la fa da padrone affinché le parti ci guadagnino. La stessa sorella del giudice Falcone infatti ha dichiarato che si “umanamente è una notizia che mi addolora ma – aggiunge – questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata”.  Giovanni Falcone infatti, in una intervista del 1986, aveva ammesso l’importanza dei collaboratori di giustizia e delle possibilità abbastanza remote che questi possano tornare all’interno della criminalità una volta scontata la loro pena da collaboratori. Infatti per Falcone “il pentito ben difficilmente potrà mai rientrare, per intuitive ragioni, nel circuito della criminalità – sottolineando che – è da escludere l’esistenza di un concreto pericolo che la legislazione premiale costituisca incentivazione della pericolosità sociale dei soggetti che hanno collaborato con la giustizia”.

Serve una modifica alla legge?

Il pensiero comune è uno solo: in molti chiedono un cambiamento della legge sui collaboratori di giustizia. Nella politica italiana la maggioranza dei partiti, sia di destra che sinistra, si schiera su questa linea, figlia di uno sdegno che non lascia spazio alla tolleranza per i pentiti di mafia. Probabilmente il punto su cui bisogna focalizzare l’attenzione non sono i 25 anni. Nella vicenda di Giovanni Brusca bisogna aggiungere diversi elementi importanti. Ha usufruito di 80 permessi premio nel corso della sua detenzione. Doveva essere scarcerato a ottobre ma alla fine grazie alla buona condotta si è risparmiato 45 giorni dietro le sbarre. Questi sono i particolari che fanno storcere il naso sulla legge. Togliere qualche permesso e scontare la pena fino alla fine, toglierebbero di mezzo se non tutte, la maggior parte delle polemiche scatenate in queste settimane.

Giovanni Falcone, magistrato ucciso da Cosa Nostra e materialmente dallo stesso Giovanni Brusca a Capaci il 23 maggio 1992. A lui si deve la legge del marzo del 1991 relativa ai collaboratori di giustizia.

Ma la situazione è complessa e non c’è una soluzione, quantomeno oggettiva, per limitare i privilegi ai collaboratori di giustizia. Pietro Grasso, ex magistrato e obiettivo dichiarato dalla mafia nel 1992, ha sintetizzato perfettamente la scarcerazione di Brusca. Lo Stato ha vinto tre volte: la prima quando l’ha arrestato; la seconda quando lo hanno convinto a collaborare; la terza è stata quando è stato scarcerato perché manda “un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai”.

Perciò il dibattito sulla scarcerazione di Giovanni Brusca lascia il tempo che trova. Ci sono ancora troppe ombre dietro Cosa Nostra. Le stragi di quel maledetto 1992. L’agenda rossa del giudice Borsellino scomparsa in quella giornata di luglio e fondamentale per le informazioni che conteneva. E infine la ormai tanto nominata quanto ancora avvolta nel mistero trattativa tra lo Stato e la Mafia. La strada è ancora lunga e per quanto le informazioni di Brusca nel corso degli anni siano state accertate e verificate non basta. Ecco perché il pentitismo, così come lo chiamava Falcone, è fondamentale nella lotta conto la mafia.

Andrea Cicalò

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