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Israele, prove di normalità: il coronavirus fa meno paura

3 ' di lettura

Lo stato di Israele è sotto la lente d’ingrandimento di tutto il mondo per gli effetti della campagna vaccinale sulla pandemia. Mentre nel mondo procede a rilento, sia per il numero di dosi che per l’approvazione dei vaccini stessi, il paese guidato da Benjamin Netanyahu sta lentamente tornando a una vita più normale. Con una popolazione di nove milioni di abitanti, Israele ha iniziato a vaccinare il 20 dicembre 2020. La situazione del paese nell’autunno scorso ha raggiunto il punto critico, con picchi anche di 5.000 casi al giorno. In relazione alla popolazione, uno dei paesi più colpiti. I casi di Covid -19 si attestano attualmente a 838.000 mentre i decessi sono arrivati a 6.350. A partire da domenica 18 aprile inoltre non è più obbligatorio l’uso delle mascherine all’aperto, obbligatorie solo negli spazi chiusi.

La variazione dei casi di Covid-19 giornalieri in Israele aggiornata al 24 aprile: da marzo la situazione ha iniziato a migliorare.

Il punto della campagna vaccinale

L’importante campagna vaccinale israeliana ha raggiunto numeri importanti e interessanti. Secondo gli accordi stipulati con le case farmaceutiche il paese si è assicurato le dosi di Pfizer – BioNTech. Inizialmente si è data la priorità agli operatori sanitari e ai cittadini con l’età pari o superiore ai 60 anni. A metà aprile Israele ha somministrato almeno una dose al 59,4% della popolazione, pari a 5.375.893. La percentuale scende al 55,3% per coloro che hanno ricevuto entrambe le dosi (5.007.475).

La mappa delle vaccinazioni in Israele aggiornata al 23 aprile.

I frutti della campagna vaccinale hanno cominciato a vedersi dai primi giorni di marzo, con la curva dei verso una rapida discesa. I nuovi positivi da coronavirus giornalieri si attestano a una media di 156 casi ogni sette giorni. Da qualche settimana il ritmo delle vaccinazioni è diminuito. Nulla di allarmante, il motivo deriva dal fatto che gran parte della popolazione ha già ricevuto il vaccino. L’unico problema sembra essere la resistenza degli ebrei ultraortodossi, che coprono il 12% della popolazione. Le difficoltà derivano soprattutto dal loro scetticismo per i vaccini e per lo scarso utilizzo delle mascherine. Questo perché il loro stile di vita è quello più legato alle leggi scritte della Torah e quelle orali e per molti aspetti incompatibile con le misure di anti-contagio previste per la pandemia.

Coronavirus ed elezioni politiche

Il tutto mentre Israele ha poche settimane fa è andata al voto politico. Il partito di Benjamin Netanyahu è risultato quello più votato, con 30 seggi vinti. La sua coalizione però non ha raggiunto la maggioranza per governare (52 deputati contro la maggioranza che deve raggiungere i 61).  Per quanto la situazione politica sia quindi in una fase di stallo, il successo di Netanyahu è arrivato proprio grazie alla programmazione della campagna vaccinale. Ѐ stato il primo israeliano a vaccinarsi, il 19 dicembre, davanti alle telecamere, per dare l’esempio. L’obiettivo di risollevare i consensi pre-elezioni dopo una prima fase della pandemia gestita in modo pessimo, è stato determinante per rimare in testa ai seggi. Ma allo stesso tempo ha permesso al paese di uscire da una situazione di grande emergenza. E ad ora Israele è uno dei pochi paesi che sta riuscendo a vaccinare e riaprire in sicurezza.

19 dicembre 2020: il presidente Netanyahu è il primo israeliano vaccinato.

Sulla scia di Israele: le vaccinazioni in Gran Bretagna e San Marino

Sulla scia di Israele ci sono altri due paesi in Europa che stanno seguendo lo stesso percorso di riaperture. La Gran Bretagna, che si muove ormai indipendente causa Brexit, ha iniziato la sua campagna vaccinale a inizio gennaio e ad oggi circa il 50% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino Vaxzevria, ex Astrazeneca. Il piano del ministro inglese Boris Johnson prevedeva a partire dalla metà di aprile graduali riaperture. Così dal 12 aprile sono riaperte le attività non essenziali (pub, palestre e centri benessere) seguendo le solite misure di distanziamento sociale. Il primo ministro ha voluto però mostrare cautela. In una intervista rilasciata alla Bbc sottolinea come è “molto importante che tutti capiscano che la riduzione dei ricoveri, delle vittime e dei contagi non è stato ottenuto dal piano vaccinale – aggiungendo inoltre – i vaccini hanno aiutato ma il grosso del lavoro è stato fatto dal lockdown”.

La chiusura del paese per diversi mesi, unità alla campagna vaccinale, ha portato i casi di positività da coronavirus quasi 60 mila (a gennaio) a 2.200 casi in media alla settimana. Anche San Marino, seppur con numeri più contenuti ha riaperto le proprie attività. Il piccolo stato ha acquistato circa 37 mila dosi del vaccino russo Sputnik, assicurandosi solo con questa fornitura la copertura, con una dose, per tutta la popolazione. Ad ora sono state somministrate più di 26 mila dosi e già il 25,6% della popolazione ha ricevuto la vaccinazione completa. I ristoranti e le attività non essenziali hanno riaperto al pubblico, mantenendo ogni protocollo per il distanziamento. Inoltre per la prima volta dopo diversi mesi, il 20 aprile il piccolo stato non ha registrato nessun nuovo caso di positività.

Una delle riaperture più attese dagli inglesi, ristoranti ma soprattutto i pub. (AP Photo/Matt Dunham)

Valutare e osservare l’andamento della pandemia con la vaccinazione in questi paesi può risultare di grande aiuto. Capire come poter uscire da una situazione fatta di chiusure e cambi di colore. Una situazione dove si mette in discussione l’efficacia di un vaccino piuttosto che di un altro. Una situazione dove da qualche mese vige la paura e il dubbio di vaccinarsi. Solo con il tempo, magari tra qualche mese, gli effetti e i possibili miglioramenti in Israele, Gran Bretagna e San Marino saranno visibili con più chiarezza. Nel frattempo non ci resta che sperare che tutto proceda per il meglio anche nel resto del mondo, con l’avvicinarsi della stagione calda e dell’estate.

Andrea Cicalò

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