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Parità di genere e sicurezza pubblica, o islamofobia?

3 ' di lettura

Si chiama islamofobia, ed è la parola con cui comunemente vengono descritte le discriminazioni e il pregiudizio che da anni si alimenta contro la religione islamica e contro tutti i musulmani in quanto credenti.

Il consigliere delle Nazioni Unite, Doudou Diène, in un contributo presentato alla Commissione per la sua sessantunesima edizione, la descrive così: “riferisce ad una ostilità infondata ed alla paura verso l’islam, e di conseguenza la paura e l’avversione verso tutti i musulmani o la maggioranza di loro. Si riferisce ugualmente alle conseguenze pratiche di questa ostilità in termini di discriminazione, pregiudizi e trattamenti ingiusti di cui sono vittime i musulmani (sia come individui sia come comunità) e loro esclusione dalla sfera politica e sociale di una certa importanza. Questo termine è stato creato per rispondere ad una nuova realtà: la discriminazione crescente verso i musulmani che si è sviluppata negli ultimi anni”.

La Francia vieta l’hijab e subito si grida all’islamofobia

Gli attacchi alla comunità musulmana sono un fenomeno estremamente attuale. Il Senato francese ha infatti votato affinché venisse vietato l’hijab, il velo islamico che copre capelli e collo della donna lasciandole il viso scoperto, a tutte le donne di età inferiore ai 18 anni.

La discussione ha così aperto ad estendere il divieto anche alle studentesse universitarie e alle madri che accompagnano i figli in gita; inoltre, i proprietari delle piscine possono impedire l’ingresso a donne col burkini. Tale provvedimento si aggiunge ad altri preesistenti, come il divieto di indossarlo nelle scuole, risalente al 2004, al fine di impedire l’ingresso di qualsiasi forma religiosa nei luoghi d’educazione. Il Senato francese ha giustificato la proposta all’Assemblea Nazionale mascherandola come un divieto di indossare un “qualsiasi abbigliamento o vestiario che indicherebbe una presunta inferiorità della donna rispetto all’uomo”.

Ma un paese che lotta per il riconoscimento di ogni libertà e grida all’uguaglianza può davvero nascondere del becero razzismo dietro un atto di mantenimento della sicurezza pubblica?

Chi islamico non è, sta imponendo a un credente di scegliere se indossare il velo, soprassedendo sul valore simbolico che esso assume, considerandolo solo oggetto di sottomissione della donna e non, più semplicemente, la manifestazione della sua profonda religiosità. Le donne musulmane che hanno preso pubblicamente parola in questi anni, si definiscono libere di scegliere, giorno dopo giorno, se coprirsi o meno il capo, non sentendosi in alcun modo obbligate e non vedendo il velo come un’imposizione di una società patriarcale, ma come la rivendicazione della propria emancipazione.

Aya Mohamed

La rivendicazione della libertà di scegliere – diritto umano fondamentale – appare così messa in discussione, ce ne parla Aya Mohamed, in arte @milanpyramid che si racconta: “ho deciso di indossare il velo sui 18 anni, in maniera completamente indipendente, perché essere musulmana rappresenta la mia identità. Questa forma di identificazione, in realtà, dà molta libertà alla donna. Chi ha deciso che la nudità sia l’unica forma di emancipazione? Se tu non hai la possibilità di vedere il mio corpo, sei portato a considerare chi io sia attraverso i miei comportamenti e le mie parole. Io sono una donna e sono stanca di essere oggettificata in base al mio corpo. A me dà un grande senso di libertà poter decidere di coprire il mio corpo ed avere esclusivamente io il potere su di esso”.

L’Europa che ha paura del velo

Prima della Francia, in questa direzione, si è pronunciata anche la Svizzera. Approvata dal 51,2% dei voti, sceglie di vietare nei luoghi pubblici la presenza di ogni tipologia di manifestazione della religione islamica che copra il volto delle donne. Il Comitato di Egerkingen, promotore della legge, ne ha nascosto le finalità parlando di un semplice divieto di dissimulazione delle fattezze del volto e dunque non un attacco mirato al mondo islamico. Ma ad aver attuato provvedimenti islamofobici non ci sono solo Francia e Svizzera in Europa. Anzitutto è stata la stessa Corte di giustizia dell’UE ad aver vietato, nel 2017, l’utilizzo di indumenti islamici nelle aziende inscrivendo il provvedimento in un generale divieto per tutti i simboli religiosi e di ogni genere

In Europa anche il Belgio ha vietato, nel 2011, l’uso del burqa e del niqāb nei luoghi pubblici. La stessa linea hanno calcato Olanda, Bulgaria e Lettonia. In Danimarca, parallelamente, nel 2018, tale divieto è stato limitato solo alle manifestazioni pubbliche. In Germania è proibito l’uso dell’hijab agli insegnanti, ma non agli studenti. Per quanto riguarda l’Italia, invece, dal 1975 è in vigore una legge che vieta qualsiasi tipo di copertura del viso e della testa negli spazi pubblici, ma in regioni quali Lombardia e Veneto viene espressamente vietato il velo.

Sembra quasi paradossale, ma una percentuale consistente di Europa progressista pare non essere affatto tollerante in tema di libertà religiosa – che inevitabilmente sfocia in libertà del singolo. Sono dunque davvero i bisogni della sicurezza pubblica a muovere queste leggi? Una donna che copre il suo volto perché seguace di una tradizione religiosa è giusto che venga ritenuta potenzialmente “soggetto pericoloso”? O forse queste stesse leggi, coperte da un velo di ipocrisia, molto più pericoloso dell’hijab, sono la piaga sociale da cui difendersi?

Cristina Conversano

One Comment

  1. Mario Mario 24 Aprile, 2021

    Ma secondo lei in un’epoca di attentati, di terrorismo, è giusto coprirsi il volto.?
    In un Paese serio vicino all’Italia la guardia di frontiera dell’altro Paese mi ha, giustamente, chiesto di abbassarmi la sciarpa perchè volevano vedermi il viso in una giornata fredda dove nevicava. Sarei potuto essere un delinquente, un ricercato, o uno che aveva strane intenzione.
    Chi vive sul territorio italiano deve avere il volto scoperto, e non è un discorso di religione. Se a qualcuno non piace se ne ritorna nel suo Paese.

    Scatta ora la doppia morale lennonistica, radical chic, da Parco Nevicati in estate, dove una certa elite ducale fatta di pensionati snob, psesudo intellettuali, gente da biblioteca e da citazioni dotte fine a se stesse, arriva persino a giustificare l’intero volto coperto.
    Qui non si tratta di religione, qui si tratta di rispettare le leggi. Perchè un tifoso allo stadio all’ingresso deve avere il volto scoperto ed essere identificato? Non è un discorso religioso, è rispettare le leggi!

    Vorrei chiedere infine che integralismo c’è da parte dei frequentatori del parco nevicati se poi durante l’anno non fanno mai 1 acquisto nei bar, market di via venezia, via palermo, via trento?

    Infine perchè gli immischiatori non fanno magari un incontro, come si sono fatti in tanti parte della città, nella moschea cittadina a parlare ad esempio del rispetto delle donne? Sarebbe bello sentire cosa ne pensano del rispetto delle donne i frequentatori della moschea.

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