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Acqua salata, conto salatissimo. I marò risarciranno gli indiani

5 ' di lettura

La vicenda dei due marò fa acqua da tutte le parti. Da sempre. E non è un modo di dire, non è una battuta da due soldi né un incipit studiato, è la verità.

Il caso dell’Enrica Lexie risale al 2012 e coinvolge due fucilieri della Marina Militare, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso al largo della costa del Kerala due pescatori indiani, scambiati per pirati. I fucilieri di marina facevano parte di un nucleo di 6 marò posti a protezione della petroliera Enrica Lexie durante l’attraversamento di un tratto di mare ad alto rischio di pirateria. Il 15 febbraio 2012 la nave mercantile incrocia il peschereccio indiano St. Antony, una bagnarola mezza arrugginita e credendosi preda di un feroce attacco nemico, apre il fuoco uccidendo Ajeesh Pink, 20 anni e Valentine Jelastine, 44 e ferendo inoltre Freddy Bosco, proprietario dell’imbarcazione. Nonostante l’India sia la patria del Mahatma Gandhi, la reazione è immediata e porta all’arresto dei due marò, rei di aver ucciso due innocenti.

Altrettanto immediata è la reazione del Governo, che – non essendo i marò due poveri cristi come un Regeni o uno Zaky qualsiasi, anzi piuttosto esponenti di quel militarismo d’accatto che si inerpica sulle nostre spalle quando, confondendole, tendiamo a sovrapporre l’idea di “Stato” a quella di “potenza sovrana” – immediatamente impiega la propria diplomazia, all’epoca capeggiata da Staffan de Mistura, per risolvere la questione e riportare i due fucilieri in Italia.

L’Enrica Lexie. Nel 2013, dopo il caso dei marò, l’armatore cambiò il nome in Olympic Sky

Due versioni inconciliabili

Da questo momento in poi la vicenda diventa un intreccio di trama e ordito talmente fitto che non si vede più la trasparenza. Un pasticciaccio brutto in cui la versione indiana e quella italiana non collimano mai e, ben prima di aver chiara l’esatta ricostruzione dei fatti, ha subito diviso il paese in pro o contro i marò. La versione indiana si regge su un presupposto: viene accettata l’ipotesi di un errore umano. Ma quel che non va giù alle autorità di Delhi è il tentativo di ammantare la questione in malafede. L’Enrica Lexie infatti, non avrebbe fatto rapporto alle autorità indiane riguardo al presunto attacco pirata subito, ammettendolo solo dopo essere stata interrogata in merito.

Il peschereccio St. Antony, infatti, subito dopo la sparatoria, aveva avvisato la guardia costiera indiana denunciando di aver subito dei colpi di arma da fuoco. La nave su cui viaggiavano i due fucilieri di marina italiani, contravvenendo ai regolamenti che impongono un immediato rapporto qualora si verificasse un attacco pirata, si era tranquillamente allontanata, percorrendo quasi 40 miglia senza avvertire nessuno, prima di essere contattata. Gli atti del processo indiano, inoltre, sostengono che non solo non sia stato prodotto alcun documento per dimostrare che il corpo di protezione, prima di aprire il fuoco, avesse avvisato il comandante della nave di essere sotto attacco, ma la cosa non risulta neanche dal registro di bordo che il comandante stesso tiene durante la rotta.

Il peschereccio St. Antony, scambiato per nave pirata

La versione italiana invece è quella del bulletto che se la prende col ragazzino coi brufoli e gli occhiali, e che quando viene sgamato piagnucola. Secondo il rapporto consegnato dall’equipaggio della petroliera alle autorità italiane ed indiane, quel giorno l’Enrica Lexie veniva avvicinata da un’imbarcazione con persone armate ed armi puntate contro e, nonostante avessero svolto tutte le pratiche previste, i marò si sono trovati nella spiacevole situazione di dover scacciare una zanzara puntandole addosso un bazooka. La Marina Militare italiana, però, inviò subito l’ammiraglio Alessandro Piroli – all’epoca capo del terzo reparto della Marina – come ufficiale più alto in grado allo scopo di svolgere un’«inchiesta sommaria» sull’incidente. L’inchiesta di Piroli, però, riporta anche il racconto dell’unico testimone del St. Antony, Freddy Bosco. Che spiega alla polizia “mi sono svegliato a seguito di un suono e ho scoperto Jelastine già deceduto.

Nel mentre, transitava una nave (la cui descrizione è coerente con quella dell’Enrica Lexie) che apriva il fuoco contro l’imbarcazione con il continuous firing da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell’equipaggio, Ajeesh”. In quel momento a bordo erano presenti 11 pescatori: tutti dormivano dopo una notte di pesca, gli unici svegli sono quelli che perderanno la vita. E forse lo stesso timoniere era addormentato, particolare che porta ad una considerazione, ovvero che la barca avanzasse senza essere governata, entrando per questo in rotta di collisione con la petroliera. L’ipotesi, per di più, è avvalorata dagli inquirenti, che concludono “È in effetti singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi ad enormi rischi per la navigazione”.

Alla luce di questo, la difesa dei due militari italiani si è avvitata sul principio della giurisdizione esclusiva, ritenendo la questione di competenza italiana, visto che l’incidente sarebbe avvenuto in acque internazionali su una nave battente bandiera tricolore e, come se non bastasse, si è addotta anche l’immunità funzionale di cui beneficerebbero Latorre e Girone in qualità di “organi dello Stato”. Che è come dire che se hai una divisa addosso poco importa quel che fai, conta solo che al momento giusto ti ricordi di essere dalla parte giusta.

Salvatore Girone (a destra) e Massimiliano Latorre (al centro) nel tribunale di Kollam, India, Fonte: ANSA/MAURIZIO SALVI

I Marò di Schrödinger e il risarcimento dovuto

Ci troviamo dunque, di fronte a un raro caso di “Marò di Schrödinger”, che possono essere innocenti o colpevoli a seconda della latitudine dalla quale si inquadra la faccenda.

Dopo una lunga e complicata vicenda, il Tribunale Internazionale del Diritto del Mare di Amburgo, conferma l’esistenza dell’immunità a favore dei due marò, stabilendo che la giurisdizione indiana in merito alla questione debba cessare immediatamente. Questo però non significa che la questione sia chiusa: il Tribunale arriva a questa decisione dopo le rassicurazioni che il processo penale sarebbe continuato in Italia, sotto la giurisdizione del nostro Paese. Ma sappiamo benissimo che in Italia, come diceva Ascanio Celestini già più di dieci anni fa, la divisa non si processa. Il Tribunale ha inoltre decretato all’unanimità, che l’India ha diritto ad un risarcimento economico, che si aggira attorno agli 1,3 milioni di euro, per la perdita di vite umane e per i danni fisici, materiali e morali subiti dall’armatore del St. Antony e dagli altri membri dell’equipaggio.

La notizia di oggi è che le famiglie indiane hanno accettato il risarcimento e che pertanto la Corte Suprema si impegna a chiudere il caso non appena sarà pagata la somma. I marò in sostanza torneranno liberi appena sganciata la somma. Che però è un risarcimento. Che qualsiasi dizionario indica come “Compenso, indennizzo per un danno arrecato”. Ora, chi scrive non è un giurista, non ha mai visto Perry Mason né tantomeno Ally McBeal, però – se quello dell’Enrica Lexie è un “incidente” – allora parliamo di incidenti. Una volta ero in rotonda, uno non si è fermato, mi ha preso in pieno, mi ha risarcito. Ha compensato economicamente il danno che lui aveva fatto. Quindi, a rigor di logica, se qualcuno risarcisce qualcun altro implicitamente c’è l’ammissione di colpevolezza. Se dunque i marò risarciscono gli indiani è perché ammettono di aver posto fine a due vite.

E allora non diventa più un problema di responsabilità da attribuire, di immunità da concedere, diventa un fatto che i marò abbiano ucciso. Andando oltre ogni concezione lombrosiana, che se fosse ancora vivo avrebbe sicuramente scritto di non fidarsi mai di quelli col pizzetto disegnato, la vera domanda è se sia moralmente accettabile che due persone ree di aver ucciso, possano tornare in libertà dietro pagamento di una somma di denaro, sottraendosi alla giustizia ed ai percorsi riabilitativi previsti nel sistema penitenziario italiano. Ed ancora, lo Stato italiano avrebbe dimostrato la stessa fermezza se al posto di due militari su quella nave ci fossero stati due semplici cittadini? Se veramente li si ritiene innocenti, perché Roma non mostra lo stesso pugno duro nei confronti del Cairo, solo per citare una nazione che di recente ha visto intrecciare le sue vicende giudiziarie con quelle italiane? Domande a cui difficilmente avremo risposte, ma domande che vanno comunque poste.

Mario Mucedola

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