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Breve storia del Gioco dell’Oca

3 ' di lettura

Chiunque, consciamente o per via dell’effetto Mandela, ricorderà a un certo punto della propria vita di aver fatto una partita al Gioco dell’oca. Nel remoto caso in cui invece foste davvero sicuri di non aver mai tirato un dado per avanzare su questo tabellone, è comunque impossibile che non lo abbiate mai sentito nominare, perché il Gioco dell’oca è il più famoso di tutti.

Le regole

Il tabellone classico è composto da 63 caselle disposte a spirale: la maggior parte sono “vuote”, tredici ogni quattro/cinque raffigurano un’oca – il giocatore che ci capita sopra raddoppia il punteggio del dado con cui è arrivato – e le altre sono collegate a premi o punizioni particolari. Qualche esempio: “il ponte” alla 6 fa avanzare di alcune caselle, “l’albergo” alla 19 blocca per un turno e “la morte” alla 58 obbliga un ritorno alla partenza. Vince chi arriva sulla 63 con un tiro preciso.

Il gioco è molto semplice e si basa interamente sulla buona sorte, per cui ha attirato giovani, adulti, anziani, nobili, borghesi e contadini sin dall’inizio. Inoltre, la struttura a spirale basata sulle concatenazioni numeriche si presta tantissimo a significati esoterici e cabalistici – nove caselle di distanza fra un’oca e l’altra, per esempio, o i numeri delle penitenze –, ammaliando anche gli appassionati di magia.

Il Gioco dell’oca in Italia

Le origini del Gioco dell’oca e di tutti i giochi di percorso simili – come Scale e serpenti, per dirne uno – si perdono nella notte dei tempi. Le regole e la struttura sono così semplici che chiunque, in qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca, potrebbe aver inventato il “prototipo” che si è poi diffuso più velocemente di quanto sia possibile capire. Anche la nascita della versione moderna – quella attuale – è misteriosa e confusa.

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Un tabellone del Gioco dell’oca

Nel 1572, l’inventore senese Girolamo Baragli pubblicò Dialogo de’ giuochi che nelle vegghie sanesi si usano di fare, un catalogo di giochi che però non citava quello dell’oca. Quasi cinquant’anni dopo, tuttavia, Pietro Carrera pubblicò un trattato sugli scacchi che parlava del “ritrovamento” da parte di Francesco de’ Medici di un Gioco dell’oca simile a Filosofia cortesana, un gioco da tavolo rivenuto in Spagna da Alonso de Barros. Se gli storici sono concordi nell’affermare che Francesco regalò un tabellone “moderno” a Filippo II di Spagna – e nel dire che fra la pubblicazione del catalogo di Baragli e il trattato di Carrera qualcosa successe –, è altresì improbabile che il fiorentino fosse l’inventore del gioco.

Uno dei contributi maggiori dello scacchista Pietro Carrera – oltre ad avere reso complessa la ricostruzione storica del Gioco dell’oca – è la cosiddetta difesa siciliana. Questa mossa consiste nell’aprire con il pedone bianco in e4 e quello nero in c5, e si chiama “siciliana” perché Carrera le dedica due pagine nel trattato in cui racconta l’aneddoto del Gioco dell’oca.

Il Gioco dell’oca in Inghilterra

Il 16 giugno del 1597, un tale John Wolfe registrò per conto di mastro Hartwelles un tabellone del Gioco dell’oca presso lo Stationer’s Hall di Londra – una corporazione a difesa degli stampatori –, con la dicitura: “John Wolfe: Entred for his Copie vnder master Hartwelles and bothe the wardens hands the new and most pleasant game of the goose”.

Wolfe era un tipetto niente male: aveva una considerazione di sé così alta che pensava di riformare il mondo della stampa come Lutero aveva riformato la Chiesa. Il punto di partenza che scelse per cominciare la sua crociata fu ribellarsi al cosiddetto “printing privilege”, un antenato del copyright che in Inghilterra era gestito dalla Corona. Fra le varie cose poco lecite che costellarono la sua vita, Wolfe “piratò” la Bibbia aggirando i diritti del tipografo reale Christopher Barker – il quale, tra l’altro, lo supplicò più volte di smetterla –, venne incarcerato e denunciato per aver offeso la Corona e gli furono sequestrati numerosi materiali. Nel 1585, però, dopo essere entrato in possesso di alcuni diritti per stampare la Bibbia, Wolfe decise di convertirsi e diventare uno dei più forti sostenitori del “privilegio”. Come questa attività c’entri qualcosa con la registrazione di un Gioco dell’oca è un mistero.

La prima tavola e le origini

Il tabellone più antico arrivato fino a noi è del 1640, ed è stato stampato a Venezia da Carlo Coriolani. Fino ad ora si è trattato di semplici attestazioni scritte – cioè dimostrazioni che il Gioco dell’oca si conosceva e si praticava a Firenze, in Inghilterra e in Spagna –, ma la tavola di Coriolani è la prima prova fisica. Giusto per curiosità: alla casella 6 si paga il passaggio sul “ponte” e si arriva alla 12; alla 19 ci si ferma un turno; alla 31 si resta fermi finché non si viene sostituiti; alla 58 si torna alla partenza. La 26 e la 53, invece, sono particolarissime, perché sotto al disegno di due dadi con un certo punteggio c’è scritto: “chi al principio del gioco troverà questo punto verrà qui”.

Probabilmente il Gioco dell’oca deriva da antichi giochi di percorso cinesi o egiziani che col tempo si sono diffusi ed evoluti in quello che conosciamo oggi – magari autonomamente di Nazione in Nazione. Nel suo libro Il Gioco dell’oca, Lanari David scrive che l’insistenza con cui ogni attestazione riporta diciture tipo “nuovo e piacevole gioco dell’oca” dimostrerebbe come il gioco fosse copiato ed esportato in continuazione di Paese in Paese. Considerando com’era l’Europa fra il ‘500 e il ‘600 – guerre, pestilenze e altro –, è consolatorio sapere che sovrani e contadini potevano essere messi d’accordo da un semplice tabellone e due dadi.

Alessandro Mambelli

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