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Il sangue di Cristo e dei “Vattienti” di Nocera Terinese

3 ' di lettura

Il Venerdì Santo in Calabria si tinge di rosso con l’antico rito dei “Vattienti” di Nocera Terinese. Rosso è il colore del sangue -che fuso all’odore del vino- è capace di catapultare in un’atmosfera tremendamente fascinosa e assai aromatica.

I Vattienti corpo e sangue di Cristo

In Calabria e in tutto il sud, la settimana che precede la Pasqua, è sempre stata avvolta da profonde tradizioni religiose. E seppure nella loro forma secolarizzata, anche oggi riescono in parte a sopravvivere. Il venerdì santo è sicuramente il giorno teatralmente parlando fra i più spettacolari. La passione di Cristo è rivissuta tragicamente nel dolore corporale.

Il processo dialettico vita-morte del mistero pasquale è così immediatamente visibile nel rituale dei “Vattienti”, antico rito di autoflagellazione che rimanda a culture ancestrali e medievali. I primi documenti dei ‘vattienti’ di Nocera Terinese risalgono al diciottesimo secolo anche se alcune testimonianze rimandano fino al 1600.

La preparazione per i Vattienti (coloro che si battono) parte dagli strumenti usati per la flagellazione, due dischi di sughero. Il primo detto “cardu”, è il vero strumento di flagellazione in cui sono incastonati tredici frammenti di vetro secondo uno schema a croce. Il secondo disco è invece definito rosa” e viene utilizzato per pulirsi le gambe spingendo il sangue a terra. I Vattienti indossano poi sul capo una corona di spine e sono legati con una corda all’Ecce Homo, spesso inscenato da bambini (simbolo di purezza) vestiti di rosso. Ad accompagnarlo nel calvario- aiutandolo a tenere il vino per lavare via il sangue- probabilmente volti familiari. Ed infine, un infuso di acqua calda e rosmarino dalle qualità cicatrizzanti aiuta le gambe a rigenerarsi dal massacro.

Ci si flagella davanti alle chiese, alle edicole dei santi, dinanzi alle proprie abitazioni. E ci si prostra dinanzi alla statua della Madonna Addolorata in segno di devozione, ma soprattutto si versa sangue.

Il sangue dei Vattienti, una visione antropologica

Ed è proprio il sangue ad essere l’evidente protagonista del rituale della Pasqua calabrese. Fra i maggiori studiosi ad aver indagato il ruolo del sangue e della morte nella società contadina del sud Luigi M. Lombardi Satriani secondo il quale, i riti tradizionali possono essere letti come un inno alla morte. Nei riti pasquali infatti, la morte del Cristo viene commemorata perché attraverso tale presentificazione la morte sia sconfitta e riemerga la vita. In questo modo l’esperienza della morte si attraversa senza morire.

L’essere umano, non riuscendo a dare risposte ai suoi interrogativi, provando angoscia per il tempo che scorre, in particolare nei momenti critici dell’esistenza affida (o forse ormai, affidava) alla religione il ruolo consolatore. Secondo la definizione dell’antropologo Ernesto De Martino, in questo modo la religione destoricizzava la realtà umana. La reiterazione dei riti, delle preghiere ha la funzione di quietare gli animi umani, facendo loro credere di addomesticare il corso del tempo attraverso tali gesti. Alla luce di ciò, lo spargimento controllato di sangue si pone come rituale di morte simbolica e strumento di potenziamento della vita.

In una cultura così profondamente legata ai riti del sangue, quale quella folklorica meridionale, il messaggio cattolico del sangue di Cristo Redentore, e di conseguenza il sangue dei santi e dei martiri ha trovato terreno fertile. Come ricorda Satriani: nella prospettiva cristiana, anche a prescindere dagli specifici aspetti devozionali, l’inizio del tempo è segnato dallo spargimento del sangue di una vittima innocente.  Dopo la cacciata dall’Eden, l’umanità decaduta viene riscattata dallo spargimento di un altro sangue, che segna l’inizio del tempo rinnovato. Dunque, il sacrificio di Cristo, capro espiatorio per eccellenza, rifonda continuamente la vita dell’uomo e garantisce nel tempo la sua salvezza.

Teatralizzazione del sangue

Sacralizzare e teatralizzare il dolore attraverso un corpo e condividerlo collettivamente con il sangue che scorre silenzioso lungo le vie, unisce gli uomini in unico sangue ed in un unico corpo. Il sangue è capace così di narrare storie di sofferenze, di espiazioni, di devozione e ansie di salvezza. A Nocera Terinese il sangue si dirama mimeticamente per tutto il paese, offrendo agli uomini tutti, possibilità catartica. Inoltre l’uso del rituale ricondurrebbe anche a riti propiziatori del mondo contadino che sarebbero serviti ad auspicare un ottimo raccolto della vite lungo tutto il territorio lametìno.

La cultura folklorica tradizionale – quale che sia il giudizio che se ne voglia dare nel quadro di una diversa cultura che si arroga potere giudicante– ha saputo elaborare un discorso e non lascia, di fronte alla morte, senza parole.

I Vattienti oggi

Ciò che rimane oggi della Pasqua è l’adorazione votiva privata, di chi cerca appiglio disperato nella fede. O di chi, svuotato di ogni simbolo religioso, si abbandona ad un presente “anoressico” dove non c’è più tempo per il passato. Ad essere morto non è soltanto un corpo. Dio non è un solo uomo, è l’umanità tutta. Ed il rito dei Vattienti vuole commemorare questa comunione, l’essere cioè membra di uno stesso corpo. Perciò, no: i Vattienti non sono dei pazzi incivili o dei fanatici retrogradi. Sono soltanto uomini.

Perché l’essere post-umano si è condannato a dover dare una spiegazione razionale a tutto e a corrodere la propria creatività in favore di una tecnologia automatizzata e disumana? Le tradizioni vanno vissute più che spiegate. “E te li senti dentro quei legami, i riti antichi e i miti del passato e te li senti dentro come mani ma non comprendi più il significato”.

Maria Cristina Mazzei

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