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23 marzo 1950: la rivolta di San Severo e i carrarmati in città

4 ' di lettura

Nel 1950 l’Italia era appena uscita con le reni spezzate dalla guerra. Era un’epoca di ricostruzione, si andava incontro alla decade del boom economico ma questo riguardava soprattutto le grandi città o i contesti industriali già formati. La maggior parte del Paese versava invece ancora in una condizione di arretratezza irrisolvibile nel breve periodo: il sistema economico del Mezzogiorno era basato su contadini che lavoravano “alla giornata”, senza grosse certezze né tantomeno grossi introiti.

Il contesto storico-politico

Erano gli anni in cui Giuseppe Di Vittorio stava per diventare presidente della Federazione Sindacale Mondiale, ed i suoi comizi radunavano folle di braccianti in ogni piazza. Erano però anche gli anni del governo De Gasperi, che aveva Mario Scelba come ministro dell’Interno. Scelba ricoprì la carica tra le luci della legge che porta il suo nome e che istituisce il reato di apologia di fascismo e tra le ombre di un possibile coinvolgimento nella strage di Portella della Ginestra.

Quest’ipotesi porta ad analizzare l’avversità scelbiana nei confronti dei lavoratori e delle organizzazione di massa comuniste, al punto che a ridosso delle elezioni del 1948 stravolse i corpi di polizia, espellendo elementi considerati “inaffidabili”, ed istituendo un nuovo reparto, la celere, che aveva a disposizione mortai e carrarmati: un corpo da guerra, in sostanza, pensato per difendersi nel caso in cui la guerra fredda avesse portato i suoi strascichi in Italia ma utilizzato soprattutto per reprimere le manifestazioni dei lavoratori.

Queste manifestazioni tenutesi in tutta Italia, da Melissa a Porto Marghera, da Montescaglioso a Modena, da Lentella a Torino a Torremaggiore, si erano tutte concluse con la morte di alcuni lavoratori per mano della Celere e ciò indusse la CGIL a proclamare lo sciopero generale del 22 marzo, contro cui Scelba ordinò – indovinate – il pugno di ferro. Quello stesso giorno, anche a San Severo, un puntino nel centro del Tavoliere delle Puglie, si tenne la manifestazione sindacale. Il corteo in sé procedette senza alcun rischio né momento di agitazione. Ben presto però si diffuse la notizia dell’ennesima morte di un lavoratore per mano della polizia, questa volta nel corteo di Parma. Immediatamente a San Severo partì la mobilitazione per il giorno successivo.

rivolta San Severo
Barricate rudimentali tra Corso Garibaldi e via Tiberio Solis

I fatti di San Severo

Il 23 marzo del 1950 scendeva in piazza un nuovo corteo, con le bandiere rosse del PCI, della CGIL e dell’UDI (Unione Donne Italiane) a formare un lungo fiume scarlatto che si muoveva dalla Camera del Lavoro di quella che oggi è piazza Allegato. Al grido di “pane e lavoro”, Arcangela Villani, dirigente UDI oltre che consigliera comunale, orgoglio delle compagne locali, era in testa ad un corteo, accompagnata da altre donne come Armida Salza, Soccorsa Sementino, Elvira Suriani, Teresa Dogna, Rosa Campanaro, Teresa Palladino, Isabella Vegliato, Lucia La Pietra con le sue tre figlie Maria Teresa, Antonia e Bianca Custodero e ancora mariti, figli, padri, tante e tanti con un solo obiettivo: difendere i propri diritti, che vedevano calpestati ogni giorno da un Governo più preoccupato di reprimere che di costruire.

Poco dopo le 8:00, il corteo da Corso Gramsci, dove si trovava la sede del PCI arrivava in piazza Tondi, dove presso la macelleria Schingo si trovavano tre agenti di polizia: Ardemagni, Crudele e Angiolillo, lì per rifornire di carne il carretto destinato alla mensa. La folla agitata riconobbe in quei tre poliziotti il simbolo del potere che stava schiacciando ed affamando il popolo. E accerchiarono così i tre. A detta di Angiolillo, “il loro non era un atteggiamento aggressivo, era – io penso – l’esplicitazione di un male antico: la fame”.

Ardemagni, che probabilmente era dei tre quello con il minor controllo della situazione, estrasse un coltello e ferì tre lavoratori, facendo precipitare gli eventi. Quello che finora era stato un corteo teso ma pacifico, diventava una bomba sociale, con i poliziotti aiutati dai militanti armati del MSI ma comunque costretti a chiamare i rinforzi per strappare i tre malcapitati dalle braccia della popolazione, e i manifestanti che – per evitare l’ulteriore arrivo di celerini – cercarono di armarsi per quanto possibile assaltando anche alcune armerie e costruendo barricate agli ingressi della città, soprattutto porta Foggia, da dove provenivano la maggior parte degli aiuti alle forze dell’ordine. La Camera del Lavoro e la sede del Partito Comunista divennero, diremmo oggi, obiettivi sensibili da proteggere ad ogni costo.

Carmine Cannelonga, all’epoca segretario locale della CGIL, saputo dell’arresto e del ferimento di alcuni manifestanti, corse subito in caserma dai Carabinieri per proporsi come mediatore, voleva far cessare lo sciopero permettendo però ai lavoratori di ritirarsi presso la sede della Camera del Lavoro. Non solo questo tentativo non ebbe grande successo ma l’arrivo di Cannelonga in caserma si concluse col suo arresto. Ormai la situazione era diventata ingestibile.

Rivolta San Severo
Il processo ai braccianti presso il Tribunale di Lucera, illustrazione di Bernardo Leporini

L’arrivo dei carrarmati e il processo ai braccianti

Da Foggia arrivarono circa 300 uomini e 4 carri armati, che si trovarono di fronte quattro ordini di barricate costituiti da fusti pieni di bitume, carri agricoli rovesciati, ruote di carretti, grossi tronchi di alberi, massi di pietra e un frantoio per la produzione di pietrisco. Ma i rinforzi impiegarono ben poco per sgomberare la via e sedare la rivolta. Le sedi del PCI e della Camera del Lavoro furono occupate e chi vi si trovava dentro fu arrestato.

Il bilancio di quella giornata è di un morto (Michele di Nunzio, 33 anni), 40 feriti e 184 arresti, con la pesante incriminazione di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, trasformato poi in “radunata sediziosa aggravata”, che comunque non migliorò molto la situazione degli arrestati: in carcere infatti uomini e donne subirono violenze ed angherie di ogni genere. Unico sollievo fu la fratellanza contadina: i figli dei braccianti arrestati furono caricati sui “Treni della felicità” ed ospitati da famiglie comuniste marchigiane, toscane, liguri, umbre ed abruzzesi che in quel periodo prendevano a cuore la sorte dei bambini rimasti orfani di guerra.

I figli dei contadini sanseveresi di fatto rischiavano di diventarlo, così anche a loro giunse l’afflato della solidarietà che permise a circa 70 bambini di passare indenni i due anni di detenzione dei genitori. Solo nel 1952, infatti, nonostante la filippica dell’accusa, il processo che riguardava i contadini di San Severo ne decretò la piena assoluzione.

Il 23 marzo 1950 San Severo, nella provincia di Foggia, è scenario di una rivolta. I cittadini urlavano "pane e lavoro" negli anni di Scelba.
Alcune donne arrestate vengono tradotte al carcere di Lucera. Fonte: “Epoca”

Di quel giorno e di quella storia restano poche tracce, sia nella memoria collettiva che in quella “culturale”: pochissime sono le pubblicazioni a riguardo, quasi come se si fosse voluto procedere ad un atto di rimozione della storia; un atteggiamento preoccupante ma che si inserisce in un contesto che vede un Paese ancora poco pronto a fare i conti con se stesso, indulgendo su sbagli colossali ma non perdonandosi momenti di cui andare fiero, in una lotta perpetua tra storia e memoria che finisce sempre per concludersi con entrambe sconfitte.

Mario Mucedola

8 Comments

  1. Emilio Emilio 23 Marzo, 2021

    Un documento di grande rilevanza storica, sulla quale oggi, l’autore lo declina a giusta ragione come memoria da conservare e trasmettere alle attuali generazioni. L’autenticità dei fatti, narrano le pessime condizioni di vita e di lavoro del proletariato e dei braccianti del mezzogiorno di allora, sulla quale non rimaneva altro come unico strumento di protesta e di lotta civile, lo sciopero.

  2. Nazario Nazario 23 Marzo, 2021

    Una ricostruzione accurata dei fatti.
    Tra gli arrestati anche mio nonno

  3. Emilio Morroone Emilio Morroone 23 Marzo, 2021

    È l’inizio della strategia della tensione contro le classi dei lavoratori. Che negli anni 60 portava al tentativo del governo “TAMBRONI” ed al tentativo del colpo di stato del 1963 ed successivamente alla strategia della tensione.

  4. Italo Magno Italo Magno 23 Marzo, 2021

    Quando si dice “vecchia politica” si vuole buttare a mare anche le tante lotte che hanno fatto l’Italia e valorizzare la pessima politica odierna, basta vedere quello che succede nel PD di oggi.

  5. Antonio Villani Antonio Villani 23 Marzo, 2021

    Ho letto con interesse la pubblicazione,
    c’è una descrizione puntuale degli avvenimenti, rispecchia anche con quanto descritto e trascritto nei verbali del processo che assolse gli arrestati. Come si evince dall’articolo, uomini e donne di quella grande mobilitazione furono accusate di “sovversione armata contro i poteri dello stato”.
    È sicuramente una pagina eroica del mondo del lavoro di San Severo. Una storia che non può essere dimenticata. In occasione del 70° anniversario 23 marzo 2020 la CGIL, unitamente alla lega dei pensionati, all’ANPI con l’Amministrazione comunale avevamo organizzato un convegno, unitamente ad iniziative culturali, incontri con storici e studenti per rievocare questi avvenimenti e purtroppo la pandemia, la chiusura di tutte le attività non vi ha permesso di effettuare l’iniziativa. Sicuramente l’articolo è un’importante strumento di divulgazione a cui va il mio apprezzamento. In futuro, in condizioni diverse penso sia necessario riprendere in presenza le iniziative per riflettere sulla nostra storia.

  6. Graziano Graziano 23 Marzo, 2021

    Quel morto era mio nonno.

  7. Filomena Filomena 25 Marzo, 2021

    Spesso mio padre raccontava con pudore che fu arrestato ingiustamente a causa di questo sciopero. Si fece un anno circa di carcere poi difeso da buoni avvocati del partito. Tempo dopo fu anche con suo immenso orgoglio riabilitato in condotta a cui teneva molto perché ingiusto. Aveva poco più di 20 anni ed era un gran lavoratore, finiva di lavorare e andava in palestra senza mangiare a volte, era atleta di boxe, aveva anche la tessera del partito con la falce e martello a indicare pane e lavoro, scriveva parole di libertà sulle foto. Lui si trovò coinvolto perché era andato in soccorso a suo padre che allora era un rappresentante del PCI convinto che fosse tra i rivoluzionari e fece parte di quella folla che lo trascinarono tra loro perché trovavano ingiuste le ideologie e i comportamenti di allora che affamavano non solo la povera gente ma anche i lavoratori. Allora si poteva lavorare anche in tanti in una famiglia ma si guadagnava a malapena per mangiare.

  8. Filomena Filomena 25 Marzo, 2021

    Spesso mio padre raccontava con pudore che fu arrestato ingiustamente a causa di questo sciopero. Si fece un anno circa di carcere poi difeso da buoni avvocati del partito. Tempo dopo fu anche con suo immenso orgoglio riabilitato in condotta a cui teneva molto perché ritenuto il fatto ingiusto. Aveva poco più di 20 anni ed era un gran lavoratore, finiva di lavorare e andava in palestra senza mangiare a volte, era atleta di boxe, aveva anche la tessera del partito con la falce e martello a indicare pane e lavoro, scriveva parole di libertà sulle sue foto. Lui si trovò coinvolto perché era andato in soccorso a suo padre che allora era un rappresentante del PCI convinto che fosse tra i rivoluzionari e fece parte di quella folla che lo trascinarono tra loro perché trovavano ingiuste le ideologie e i comportamenti di allora che affamavano non solo la povera gente ma anche i lavoratori. Allora si poteva lavorare anche in tanti in una famiglia ma si guadagnava a malapena per mangiare.

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