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Gente di fiume – sulle rive del Po lombardo

2 ' di lettura

Dalle vette del Monviso al delta veneto, il grande fiume scorre placido per seicentocinquanta chilometri, lungo i quali racconta storie per chi sa ascoltare.

Eridanós nella mitologia greca, fiume in cui cadde punito Fetonte, figlio di Apollo e della ninfa Climene. Padus per i latini, ad indicare una resina prodotta da alcuni esemplari di pini selvatici presenti proprio vicino alle sorgenti. Ognuno può raccontare il Po di casa propria; in questo racconto ci troviamo nel tratto lombardo della bassa lodigiana, precisamente tra Caselle Landi e Corte Sant’Andrea, sulla Via Francigena, appena prima di sconfinare nella vicina Emilia. L’essenza di questi luoghi si racconta di generazione in generazione, e nei secoli si tengono in memoria leggende e credenze della vita in golena.

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Elemento naturale di riferimento, maestro di caparbietà, il Po scorre silenzioso e arrendevole agli addomesticamenti dell’uomo, che nel tempo lo ha depredato e avvelenato. Talvolta però non teme di dimostrare la potenza delle sue acque impetuose che fanno crollare ponti. L’uomo con il Po ha saputo essere solo predatore, considerandolo un mero confine, una frontiera utile a separare territori e popoli. Solo materia. Quello che dovrebbe rappresentare, invece, è un’entità, ancestrale verrebbe da dire, dal richiamo antropomorfo.

Il paesaggio fluviale riserva bellezze melanconiche. L’orizzonte liquido accoglie la scala di grigi quando nelle giornate invernali di nebbia fitta non si scorge la sponda opposta e appare d’ebano quando tutt’intorno è accecante il bianco della neve. La bella stagione invece è annunciata dallo sprigionarsi dell’acuto profumo di camomilla e dalle macchie di papaveri rossi che esplodono ai margini dei campi, all’orizzonte finalmente si profilano nitidi i colli emiliani e il Po diventa una tavolozza di colori caldi quando si fa specchio dei tramonti estivi.

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Oggi è “il mare di una volta”, nel ricordo delle acque pure e balneabili; “una volta il Po si beveva” scriveva a proposito Domenico Rea. Fino agli anni 50 infatti, gli abitanti dei villaggi rurali trascorrevano sulle sue rive le brevi pause estive appena prima del raccolto del mais, nell’inconsapevolezza che da lì a qualche decennio quelle sponde sabbiose non le avrebbe più vissute nessuno, e che il fiume finirà dimenticato dalle generazioni a venire, considerato non più di servizio. La testimonianza di una vita vissuta ai piedi del fiume permane in quel che resta dei locali ricreativi con le “balère”, simbolo di una socialità decaduta, delle serate estive a ritmo di ballo liscio e mazurka.

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Lungo gli argini abbondano luoghi di spiritualità che mettono in contatto vivi e morti. Cesare Zavattini dirà che “le anime escono dalle crepe della terra seguendo il fumo della nebbia”. Un legame viscerale, quello che fa radunare la gente di fiume attorno ai madonnini in preghiera, simbolici di invocazioni e rituali. Se si percorre un tratto di fiume che affianca più paesi, se ne incontrano molti, tra tabernacoli e versi di devozione a raccontare antiche paure e speranze immortali. Ai Morti della Porchera per esempio, si trova il sacello in memoria dei paesani e soldati austro-ungarici morti di peste nel 1751.

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La contemplazione oggi appartiene a chi lo ha vissuto pienamente, il Po, e a chi ne ha assimilato l’essenza dalle generazioni appena precedenti. Per assecondare la sete delle acque di un tempo, la gente di fiume si reca sull’argine vicino a casa. Si rimane in silenzio sul molo traballante, al quale solitamente sono attraccate imbarcazioni utilitarie per chi volesse navigare il fiume per brevi tratti. Si costruiscono casupole precarie con materiali di recupero e ci si apposta in semicerchio, riponendo nello sguardo assorto tutta la nostalgia di un tempo. A fare da cornice le ombre dei lunghi filari di pioppi al crepuscolo, e qualche gabbiano che sfiora per decine di metri la superficie di un lento scorrere di un viaggio che porta al mare.

Greta Contardi

3 Comments

  1. Marzio Marzio 11 Marzo, 2021

    Testo scritto molto bene e che coglie l’essenza di questi luoghi magici, prima violentati dalle malefatte dell’uomo e poi abbandonati al proprio destino.
    Grazie a Dio c’è chi ancora si emoziona ogni volta che si avvicina a quelle sponde.

  2. Fra Malaspo Fra Malaspo 11 Marzo, 2021

    Complimenti. In poche frasi equilibrate sei riuscita a descrivere, il nostro Fiume, ciò che era e ciò che è diventato. Spero in ciò che diverrà, ma temo sia una mera illusione.
    Complimenti per le foto, in particolare quella del tramonto incastonato nel cancello che divide in quattro il panorama.

  3. Roberto concoreggi Roberto concoreggi 12 Marzo, 2021

    Il racconto fa apparire nella mente i paesaggi descritti e fa condividere le emozioni che le immagini suscitano. Per chi conosce i luoghi la descrizione è un piacevole ripasso a volo d’uccello…per chi non c’è mai stato è un invito a vederli e viverli almeno qualche giorno in stagioni diverse

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