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SOS Méditerranée, per salvare vite in mare serve anche una narrazione adeguata

5 ' di lettura

Nella giornata di lunedì 22 febbraio ha avuto luogo presso l’Università di Parma il seminario: “Salvare vite… malgrado tutto”, organizzato dalla professoressa Martina Giuffrè, docente di antropologia della contemporaneità e rappresentazione dell’alterità. Ospiti del seminario Stefano Bertoldi (sociologo e navigatore) e Francesco Creazzo rispettivamente socio ed addetto stampa di SOS Méditerranée.

Cos’è SOS Méditerranée?

Nel loro sito web si legge “Associazione umanitaria indipendente da qualsiasi schieramento politico e da qualsiasi ideologia religiosa, fondata sul principio del rispetto degli esseri umani e della loro dignità, senza distinzione in base a nazionalità, identità etnica, credo religioso, appartenenza sociale o politica”. È un network europeo composto da associazioni (prima in Francia e Germania, subito dopo in Italia ed ora anche in Svizzera) che effettuano le operazioni di soccorso molto rischiose in mare e coordinano a terra le attività di testimonianza, sensibilizzazione e fundraising. Anche se, a partire dalla fine dell’operazione “Mare nostrum” della Marina Militare italiana, per fare fronte alla crisi aggravatasi dopo la profonda destabilizzazione libica erano inizialmente nove le ONG ed ora ridottesi a due, dal 2016, sono state soccorse oltre 32.500 persone.

SOS Méditerranée
SOS MEDITERRANEE / Medicins sans frontieres; Search and Rescue Mission on the medieterranean Sea offshore the libyan coast; MV Aquarius; January 2018; Photo: Laurin Schmid/SOS MEDITERRANEE

“Chiunque si trova in pericolo in mare va salvato” è questa l’affermazione logico-sequenziale che fa da filosofia all’organizzazione. Nel momento in cui una persona viene soccorsa, il suo status è quello di naufrago (avente diritti e doveri tra stato e soggetto). Nella maggior parte dei casi lo status di mare e lo status di terra però non si equiparano.

Tra stereotipi, strumentalizzazione e polemiche

Oltre a combattere per cercare di salvare quante più vite possibili in mare, l’associazione si trova spesso a dover affrontare un’ulteriore battaglia: quella degli stereotipi e della strumentalizzazione. Se la strumentalizzazione viene costantemente ed inevitabilmente utilizzata (non con fini politici ma elettorali), gli stereotipi si nascondono dietro anche pesanti accuse giudiziarie. Lo sa bene Francesco Creazzo, che in quanto addetto stampa, ha il ruolo di promuovere e proteggere l’immagine dell’associazione ed informare del lavoro che i colleghi svolgono all’interno dell’organizzazione. Creazzo afferma inoltre, che la battaglia contro gli stereotipi si può combattere attraverso le testimonianze (nel viaggio interminabile dal mare alla terra) o a livello comunicativo (mansione svolta dall’addetto stampa).

Il ruolo di un addetto stampa di una ONG spesso supera il problema degli stereotipi, in quanto è tutto incentrato nell’impostare “semplicemente” una narrativa corretta e lineare, anticipando piuttosto che rispondendo punto su punte alle domande tendenziose o alla fake news. Quando si pensa alle ONG e più in generale al loro operato, è difficile non tener conto di tutto il clamore che scatenano all’interno dell’opinione pubblica. Francesco Casero parla di una quantità indefinita di fake news che ormai orbita intorno alle organizzazioni non governative, sostenendo che le accuse rivolte loro, sono caratterizzate quasi sempre da una “probatio diabolica”: qualcosa di cui è impossibile provare il contrario, poiché non esiste. Dinanzi a ciò quindi, non resta che affidarsi alla buonafede di chi rischia la propria vita in balia delle correnti per compiere un gesto più che nobile: quello di salvare vite umane.

Assodato però che è impossibile combattere e ribattere ad ogni tipo di fake news e stereotipo, l’unica cosa a cui rispondere è appunto ancora una volta la ”corretta” informazione, partendo dalle parole giuste. Molte le accuse di combutta con i trafficanti, perdendo di vista il fatto che qualsiasi tipo di guerra inevitabilmente spinge a varcare il confine del paese accanto, che offre le maggiori opportunità, almeno dal punto di vista teorico.

Solo “ambulanze del mare”

Il tema umanitario è diviso in due schieramenti, semplicisticamente: pro e contro migrazione, facendo inevitabilmente perdere la complessità del tema. Di fronte a chi li accusa di abbandonare i migranti al destino post-sbarco viene risposto che il loro compito primario è il soccorso in mare. Sono altri quindi gli organi deputati a seguire i profughi nei vari iter burocratici una volta giunti sulla terraferma. Operativamente parlando, i compiti che i membri dell’equipaggio svolgono riguardano prettamente l’ambito tecnico-operativo: il ricevimento della distress-call, l’avvistamento dell’imbarcazione in pericolo, l’attesa dell’assegnazione di un porto sicuro ed in fine lo sbarco. Delle vere e proprie ambulanze del mare, come ama definire la Ocean Viking Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranée Italia ed operatore della Croce Rossa Italiana, nei brevi periodi in cui si trova a terra.

Per quanto riguarda il lato economico, altra fonte di critiche, è la trasparenza a giocare un ruolo fondamentale: queste associazioni, infatti, sono tenute in piedi grazie a offerte di piccoli e grandi donatori, quindi sempre tracciabili. Se la strumentalizzazione era complicata prima, con il Coronavirus le cose si sono ulteriormente aggravate. Sorge quindi una domanda: “si dovrebbe nascondere o usare trasparenza?” Francesco afferma che la soluzione migliore è la seconda opzione, fornendo fatti con un occhio alla narrativa.

Si disinnesca prima la possibilità di strumentalizzazione usando trasparenza, che comporta anche una serie di sottigliezze, chiedersi che tipo di domande le persone potrebbero porre o in che modo potrebbero attaccare. Ad esempio, parlando sempre di trasparenza e considerata la situazione pandemica attuale, sarebbe insensato cercare di nascondere la presenza di positivi a bordo non potendo garantire sempre il distanziamento. Sono molte quindi le iniziative volte a prevenire determinate strumentalizzazioni: una tra queste è rappresentata da test e tamponi dell’equipaggio prima e dopo le operazioni.

Requisito indispensabile: l’empatia

Salvare vite umane significa essere lì, al fianco di qualcuno, nel momento esatto in cui la paura della morte si attanaglia nella sua testa. Per saper gestire qualcosa del genere, non è importante solo avere eccellenti doti tecniche ed operative ma è fondamentale essere dotati di un’empatia tale da riuscir a trasmettere, anche solo con uno sguardo, quella sensazione di sicurezza e tranquillità che vuole dire solo “sei salvo”.

SOS Méditerranée

È lo stesso Bertoldi a raccontare alcuni aneddoti sulle persone con le quali si entra in contatto in quegli attimi, sospesi tra la vita e la morte. Narra di quanto possa essere ai limiti del sopportabile, anche per persone esperte, ritrovarsi in mare aperto durante determinate condizioni meteo-marine, figuriamoci per persone provenienti dall’Africa centrale. Racconta per esperienza vissuta, che anche skipper esperti, in regate particolarmente impegnative possono chiedere, in momenti di assenza di lucidità, di essere addirittura gettati in acqua, per quanto forte può essere il malessere causato dal mal di mare…e parliamo di persone allenate a questo.

Tra gli altri momenti indelebili, la definizione usata dal quotidiano Repubblica per parlare de “la nave dei bambini”, dove il pianto delle mamme poste in salvo continuava incessantemente, nell’attesa che anche i figli fossero portati al sicuro. Su quell’imbarcazione stracolma si è potuto vivere pienamente il contrasto tra la gioia di avercela fatta e lo sconforto del difficile adattamento/ inserimento, ormai prossimo, nella nuova società. C’è un’immagine iconica, che Bertoldi stesso definisce come un’altra delle emozioni più forti mai vissute: ragazze che giunte quasi alla fine di questo lungo calvario, pregavano rivolte con lo sguardo verso l’orizzonte colorato dal tramonto. Una scena che forse vale più di mille parole.

SOS Méditerranée

Il valore della testimonianza

Si sta cercando inoltre di creare dei gruppi di lavoro sul territorio che avranno il compito di diffondere dati concreti ed esperienze sui soccorsi, per stimolare in maniera decisa la mobilitazione cittadina. L’intento finale è duplice: da un lato la ricerca di fondi, attività vitale considerati i costi elevatissimi che girano intorno a questo mondo (basti pensare allo spreco durante il fermo amministrativo di una nave, costretta a consumare, prima di tutto il carburante, senza però poter compiere nessun salvataggio).

Altro intento è la sensibilizzazione delle persone nei confronti di temi così delicati mantenendo alta l’attenzione su tematiche molto delicate come queste, soprattutto – afferma Bertoldi –  in questo periodo storico in cui la priorità, per tutti, è diventata la salute personale. Testimonianze, racconti e sensazioni che per essere comprese a pieno, necessitano obbligatoriamente dell’esperienza diretta. Ed è proprio questa mancanza del contatto con la realtà, a creare quell’hummus di pseudocultura che facilita la circolazione della maggior parte di stereotipi e pregiudizi sui migranti ma in generale anche su altre sofferenze. Quasi sempre si tratta di fatti ignoti ai più, se non per sentito dire, che solo persone in prima linea hanno la possibilità di raccontare con dovizia di particolari.

Sofia Ciriaci, Gianmarco Del Nero

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