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Petite fille: da grande sarò una femmina

3 ' di lettura

Spesso si crede che la consapevolezza di un individuo a proposito della propria identità di genere possa essere una meta a cui avvicinarsi gradualmente, attraverso il contatto con il mondo esterno e le altre persone. E se invece fosse un istinto quasi innato?
Petite fille è un breve documentario francese realizzato nel 2020 da Sebastien Lifshitz, che ha come protagonista la piccola Sasha, una bambina transgender di sette anni.

Sasha è nata maschietto, ma secondo il racconto della mamma ha manifestato già intorno ai tre anni la propria forte identità femminile. “Mamma quando sarò grande sarò una femmina” diceva. Addirittura dice che un giorno vorrà avere un figlio in grembo. Senza pensare che si trattasse dell’espressione di una reale volontà, bensì una frase ingenua tipica dei bimbi, la consapevolezza dei suoi genitori è emersa insieme ai “pianti di dolore” della bambina, messa di fronte all’eventualità di non potersi sentire veramente tale.

Il percorso di Sasha

Inizialmente è emerso il senso di colpa della madre, Karine. Durante la terza gravidanza, dopo una femmina e un maschio, avrebbe voluto che fosse ancora una femmina, e si sente come se questo avesse in qualche modo condizionato l’identità del bambino che portava. Invece è nata Sasha, una bambina nel corpo di un garçon. Forse, una direzione voluta dal destino. Sasha infatti è un nome dal genere misto.


Lontani dal soffocare la volontà della loro Sasha, i genitori e i fratelli più grandi, la appoggiano, la assecondano, la riconoscono come bambina a tutti gli effetti. A partire dalle basi: dai pronomi al femminile con i quali le si rivolgono, ai vestiti. Il loro dispiacere non deriva da ciò che Sasha vuole essere, ma da ciò che le altre persone che la circondano sembrano non volere che lei sia. Ci sono infatti degli ostacoli, dei segni di intolleranza nei confronti della bambina, che vorrebbe andare a scuola vestita come le sue compagne e ha bisogno che ci si riferisse a lei non più al maschile.

Petite fille

Il non rispetto di queste semplici necessità generano in lei un profondo dispiacere, segno di una forte consapevolezza nonostante la sua tenera età. “È come se le stessero rubando l’infanzia”. La mamma si riferisce agli adulti, seguiti di conseguenza dagli altri bambini, che non le permettono di essere chi vorrebbe veramente, privandola della spensieratezza del periodo infantile. A scuola e al corso di danza, Sasha è trattata freddamente come un maschio. Messa in un angolo insieme alla propria identità, considerata un capriccio, una fase di passaggio da troncare.

La disforia di genere

Per far sì che Sasha sia accettata, i suoi familiari decidono di ricorrere ad una pedopsichiatra, esperta di questo tipo di condizioni. Lo scopo è fare in modo che le sue necessità vengano spiegate, rispettate e cada il muro che le viene costruito intorno. Dalla specialista Sasha dimostra ancora una volta una grande coscienza per ciò che sente, così che è facile la “diagnosi”: disforia di genere. Si tratta per definizione di incongruenza tra il genere di nascita e quello a cui si sente di appartenere. Sasha è transgender, non sente che la sua identità appartiene al corpo maschile in cui è nata.

Nella maggior parte dei casi, e il documentario pone abilmente l’attenzione anche su questo aspetto, questa condizione è accompagnata da intensa e persistente sofferenza. Da un lato, per l’essere intrappolati in un corpo che non è quello in cui ci si riconosce, dall’altro, c’è il mancato riconoscimento altrui.


petite fille

Con un certificato, inizia la battaglia dei genitori di Sasha. Prima di trasferirla in un’altra scuola, e costringerla a ricominciare da capo la sua breve vita, vogliono tentare di difendere i suoi diritti.
Sasha ha finalmente il permesso di vestirsi come le altre bambine, e anche se il processo di accettazione è lungo, la prima mano tesa arriva proprio dai suoi piccoli compagni. Come i bisogni di Sasha sono naturali e spontanei, gli altri bambini appaiono privi di pregiudizi negativi nei suoi confronti, dimostrando apertura ancora prima degli adulti, genitori o insegnanti.


Per quanto riguarda il futuro, la decisione più responsabile da prendere per accompagnare la crescita di Sasha è quella di “fermare”, nel momento in cui sopraggiungerà la pubertà, il suo sviluppo, grazie all’aiuto di un endocrinologo. Quando sarà abbastanza grande per decidere quale via definitiva percorrere per sé stessa, potrà dare forma al proprio corpo nel modo che più si adatterà al suo volere, transgender o meno.

Il documentario
Fin dall’inizio, l’occhio della telecamera, che ha accompagnato la vita di Sasha e della sua famiglia per un anno intero nella realizzazione del film, scava senza invadenza. È quasi come se non ci fosse, mentre cattura i loro momenti quotidiani.

La scena iniziale mostra Sasha intenta a provare degli accessori strettamente femminili, al pari di tutte le bambine di quell’età, quando imitano le mamme per sentirsi più grandi. È così che lo spettatore apprende fin dal principio, quanto lei sia ferma sulle proprie posizioni, sicura di ciò che vuole, spontanea e affatto confusa. Spesso l’attenzione ricade proprio sull’abbigliamento, modalità di espressione principale, manifesto della propria identità per Sasha, che sfoggia senza vergogna e si rifiuta di abbandonare. Persino nei momenti di gioco in cui non rinuncia a sfoggiare, anche se poco pratiche, le sue scarpine con tacchetto dorate.

petite fille

In altri momenti la telecamera è confessionale, sfogo dei familiari. Prima di tutto la mamma, che soffre insieme a sua figlia e con spirito combattivo porta avanti la sua causa. Anche al padre non importa chi voglia essere Sasha, perché sarà sempre son enfant. Ci sono infine i fratelli più grandi, che mostrano un forte senso di protezione nei confronti della sorellina, un essere da difendere. Il motivo è soprattutto affettivo, perché anche se Sasha è piccola, non manca di dimostrare già una grande determinazione e forza d’animo.

Chiara Verra

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