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Antebellum: bello fuori ma vuoto dentro

2 ' di lettura

Si sa che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, e Antebellum aveva proprio quelle. Si tratta di un thriller horror con Janelle Monáe disponibile su Amazon Prime, scritto e diretto da Gerard Bush e Christopher Renz. La distribuzione sulla piattaforma è stata determinata dall’emergenza sanitaria che ha costretto alla chiusura tutti i cinema.

L’intento è quello di raccontare una storia di razzismo e violenza a 360 gradi che non si ferma soltanto alla segregazione razziale e alle atrocità commesse dai confederati americani nei campi di cotone. Le violenze, durate per più di un secolo, sono terminate nel 1865 con l’XIII emendamento della costituzione degli Stati Uniti d’America a seguito della guerra civile. Ma sarà davvero così?

Certe cose non cambiano

antebellum

Il tentativo di fuga verso un destino incerto, migliore di quello di una piantagione di cotone. Questo è l’inizio rocambolesco con cui si apre Antebellum. Testa bassa e bocche cucite, cercando la forza in una situazione disperata. Dopo il tentativo fallito alcuni schiavi della piantagione vengono uccisi, altri puniti. Eden però viene tenuta come domestica e concubina dal capo, il confederato Blake Denton. Sarà picchiata, seviziata e marchiata a fuoco. Il giorno dopo la ribellione, ai prigionieri spiegano che a qualsiasi libertà fossero abituati, dentro la piantagione non esiste (quale libertà?). 

Esseri umani trattati alla stregua di animali, impossibilitati a parlare se non interpellati, abusati e soprattutto costretti a fischiettare canzoni durante la raccolta del cotone. Questo è lo scenario offerto allo spettatore, ignaro di ciò che sta guardando. Le vicende dei vari protagonisti girano tutte intorno al perno del nuovo piano di fuga. Meglio morire per trovare la libertà che morire da schiavi.

Antebellum offre uno sguardo verso ciò che crediamo sia il presente, la narrazione mostra un razzismo ancora persistente, piuttosto mascherato malamente conducendo a esiti tanto inaspettati quanto sorprendenti.

Mancanza di integrazione

Si continua a percorrere il filone della critica sociale sotto forma di metafora, come proposto già da Get Out (2017), Parasite (2019), Us (2019) e Il buco (2019). Antebellum propone di affrontare una questione mai davvero risolta: il razzismo

La principale accusa mossa al film, è la strumentalizzazione di personaggi afroamericani; non vengono approfonditi a sufficienza tanto da darci l’impressione che si stia parlando della loro storia. La trama e l’approfondimento sono sacrificati sull’altare della metafora e della critica sociale fine a sé stessa simile a quella presente in Us, sebbene in quest’ultimo fosse molto più articolata e complessa.

A peggiorare ulteriormente le cose il fatto che i registi siano uomini bianchi. In questo non ci sarebbe niente di opinabile se non per la modalità adottata. Sono sempre esistiti registi bianchi che hanno trattato questa tematica con successo in passato come Quentin Tarantino con Django Unchained. I registi hanno risposto alle accuse rivolte dal movimento BLM (Black Lives Matter) affermando che le loro intenzioni erano quelle di utilizzare la propaganda bianca contro gli stessi propagandisti in un film che richiamasse alcuni schemi di Via col vento nel tentativo di smontarli. 

Una questione di simboli

Il simbolismo viene sfruttato anche nella locandina con cui viene distribuito il film. Infatti, per gli antichi greci la Psiche era identificabile con l’anima mentre la raffigurazione dei defunti con una farfalla che uscita dalla sua bocca per volare libera nell’aria era simbolo dell’anima che lascia il corpo.

Ma sebbene sia la regia che la sceneggiatura, al limite della leziosità, risultino essere di fattura pregevole, bisogna considerare quanto poco il film riesca a restituire per la sua intera durata. Così come una bellissima torta dal sapore insipido. Antebellum non compensa il fatto che le varie parti risultano slegate e non approfondite. Il filo conduttore, la ribellione, sembra trovare nella vendetta violenta la sua unica soluzione. Lo spettatore metabolizza da solo lo svolgimento in rapida sequenza senza però averne il tempo e gli strumenti, trovandosi smarrito nelle semplificazioni. 

Purtroppo la narrazione rimane fine a se stessa nella sua critica. Anche questa volta i “salvatori bianchi” che insegnano ai neri cosa sia il razzismo hanno fallito. Rimane un film ben confezionato che si conclude in un’occasione mancata.

Giulia Cerami

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