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Martedì di profilo: Fran Lebowitz, storia di amore e odio con New York

3 ' di lettura

Risulta difficile definire il contorno di Fran Lebowitz. Un po’ scrittrice, un po’ umorista, occasionalmente anche attrice. Ma più di tutto, una persona filled with opinions. Piena di opinioni su qualsiasi cosa, a partire dalla vita e la società americane, newyorkesi più che altro, dagli anni ’70 fino ad oggi.  
Quasi icona di stile, il suo aspetto è rimasto invariato nel tempo: capelli ricci sempre nello stesso taglio, sorriso ironico e snob, abbigliamento dall’aria maschile con i suoi camicioni e jeans Levi’s, voce grave peggiorata dal fumo.
Una carriera non intensa, ma mai interrotta, che ha seguito il corso dei grandi eventi. Martin Scorsese, amico da lungo tempo, l’ha ritratta in una recente serie Netflix, Fran Lebowitz, una vita a New York.

Chi è Fran Lebowitz

Frances Ann Lebowitz è nata nel 1950 nel New Jersey. I suoi genitori erano ebrei, ma lei si è dichiarata atea fin da bambina. Tuttavia, secondo quanto raccontato in più occasioni da lei stessa, si è conservato in lei un aspetto ebraico culturale, non religioso.
Studentessa indisciplinata e svogliata, dopo aver completato un minimo di educazione, viene “spedita” dai genitori da una zia vicino a New York. Qualche mese più tardi si trasferisce da sola in città, soltanto ventenne, per poi non lasciarla mai più. È l’inizio di una storia di amore e odio con la città, di sopravvivenza e adattamento non ancora completato, ora che di anni ne ha settanta.
Inizia a lavorare come tassista, una professione quasi esclusivamente al maschile. Sempre meglio che fare la cameriera. Come in più occasioni da lei ribadito, al tempo era frequente che per ottenere tale lavoro, i datori richiedessero favori sessuali alle giovani ragazze come lei.

Una breve ma fortunata opera

Dopo i primi lavori che le assicurano un minimo di sostentamento semiviziato- meglio pagare un appartamento fuori portata che avere paura di essere aggrediti al portone di casa in un quartiere degradato – inizia a lavorare come scrittrice e giornalista. Si cimenta in recensioni culturali, fino all’inizio della collaborazione con Andy Wharol e il suo Interview, magazine pop specializzato appunto in interviste a personalità della cultura e dello spettacolo. Insieme a questo compito da colonnista affianca l’attività su Mademoiselle, rivista femminile. Nel 1978 pubblica il suo primo libro, che forse non poteva che chiamarsi Metropolitan Life, una raccolta dei suoi interventi sulle due riviste. Conquista così la prima fama, quando esce il secondo volume Social Studies, analogo al primo, composto da scritti precedenti, saggi ironici e taglienti. Nel 1994 l’ultima opera, Mr Chas and Lisa Sue Meet the pandas, libro per ragazzi ambientato ancora una volta a NY. Da qui in poi inizia un blocco di scrittura, interrotto soltanto dalle collaborazioni con Vanity Fair, che non determina però il suo oblio. Si dedica ad apparizioni televisive, come le partecipazioni al Late show with David Letterman, o i ruoli da attrice occasionale in Law and Order o The Wolf of Wall street dell’amico Scorsese, ogni volta nei panni di un giudice.

New York: pretend it’s a city


Il suo legame con New York comincia decenni fa, nei primi anni ’70. Sono migliaia gli aspetti della città da raccontare, filtrati dalla sua personale esperienza, così che è facile per Scorsese, amico e autentico newyorkese a sua volta, divedere l’esperienza di Lebowitz in diversi temi. Tra questi sport e salute, di cui non è certo campionessa, soldi, una questione spinosa per chi vive a New York, una città che nessuno può permettersi, trasporti, emblema dell’affollamento della metropoli.


Non è la prima volta che “Marti” la ritrae con un documentario. Già nel 2010 aveva prodotto Public Speaking. Qui invece, seduti ad un tavolo, il regista e la scrittrice danno vita ad un flusso di pensieri, corredati dalla lunghissima serie di apparizioni pubbliche, televisive o da un palco, che Fran ha sempre frequentato, rispondendo al pubblico, all’intervistatore o a sé stessa, senza preoccuparsi di piacere a nessuno. Lebowitz passeggia poi su un plastico gigante della grande mela e affiorano i ricordi di quando le strade le ha percorse veramente. New York: pretend it’s a city, fai finta che sia una città. È il titolo originale della serie e anche la lamentela da “anziana scorbutica” che rivolge ad un passante disattento. Lei che se lo può permettere, da residente disciplinata com’è.
La visione di questa serie è più che consigliata.

Opinioni, opinioni e ancora opinioni

La sua è una saggezza fuori dal comune. Una tale forza nelle opinioni è difficile da trovare, soprattutto se si pensa che sono più di cinquant’anni, da quando si è formata la sua coscienza di adulta nel mondo, che le sostiene invariate. Non perché sia troppo tradizionalista, incapace di adattare le proprie credenze ai tempi che mutano. Lebowitz sente il segno del tempo e lo vede passare, osserva la società che cambia, ma non è questo un pretesto per farsi condizionare. Sempre fedele a sé stessa, viene quasi da invidiarla, anche qualora non si fosse d’accordo, per una tale fermezza di carattere.
Anticonformista. Sì, ma non attivista. Ad esempio la sua omosessualità è dichiarata ma non sottolineata, una caratteristica come le altre nella definizione della sua persona. Conoscitrice del mondo ma forse ristretta al suo di mondo, senza la tecnologia di un cellulare o di un computer nell’era digitale. Non è ristrettezza di pensieri, ma saper trovare la propria dimensione, in una città caotica come New York, di cui è padrona non possessiva.

Chiara Verra

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