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Bhopal: storia di una tragica notte

4 ' di lettura

Una notte benedetta dagli astri quella del 2 dicembre 1984. Gli indù consultano gli astrologi per valutare il momento più proficuo per celebrare un matrimonio. Decine di matrimoni sarebbero stati celebrati quella notte. Le strade pullulavano di gente in festa.

Nessuno avrebbe mai immaginato che in quella notte, a Bhopal, la grande festa si sarebbe trasformata in una tragedia: era esplosa la cisterna nell’industria di pesticidi della Union Carbide Corporation, una multinazionale statunitense. Un tanfo pungente di cavolo lesso si infiltra nelle narici del popolo in subbuglio. Una nube di fumo si innalzò coprendo il cielo e la serenità di quella notte. Pochi attimi di silenzio. Poi, le grida di terrore. La gente comincia ad accasciarsi per terra: spasmi, vomito e infine cecità. Nessuno conosceva la ragione di quello che stava accadendo. Gli ospedali furono invasi da decine di persone, ognuna con sintomi diversi. Il panico. L’incertezza. L’impotenza. L’immediata chiamata agli Stati Uniti. La risposta: “Respirate il meno possibile”.

Un brivido percorre tutta la schiena di chi ascolta questa storia per la prima volta. Una tragedia che ha dell’orrido, definita da molti la più grande catastrofe industriale della storia, probabilmente in riferimento ai morti e alle conseguenze ambientali a lungo termine provocate. Ma anche per l’incosciente malvagità dell’uomo, per la sua brama di potere e la sua crudeltà che permettono questo scempio. Ripercorriamo gli eventi.

“Sicura come una fabbrica di cioccolata”

Nella lotta alla ricerca di un pesticida che potesse sostituire il DDT, ormai notoriamente nocivo per l’essere umano, la Union Carbide Corporation vinse con la creazione nel 1957 del Sevin, un pesticida che a quel tempo venne ritenuto innocuo per l’uomo. Ciò che non si sapeva era che per produrlo fosse necessario trattare chimicamente gas altamente letali come fosgene, cianuro e soprattutto l’isocianato di metile (MIC), un elemento che reagisce con acqua, impurità e sporcizia. La Carbide aveva risolto il problema impedendo di maneggiarlo e, se fosse stato necessario farlo, di tenerlo a temperature prossime allo zero.

Il primo passo fu sperimentare e svendere il Sevin in Sudamerica, poi attuare quella che viene definita allocazione delle risorse. Scelsero, quindi, un paese povero, l’India, e decisero di produrre il Sevin direttamente lì, a Bhopal, posizionata al centro dell’India e ben collegata dalle linee ferroviarie.

Un periodo proficuo per aprire la fabbrica: negli anni Sessanta e Settanta cominciò la cosiddetta “rivoluzione verde” che portò molti progressi nel campo dell’agricoltura, anche grazie all’introduzione di fertilizzanti e pesticidi, favorendo la produzione di cibo per la popolazione, allontanando il rischio di carestia e riducendo conseguentemente la loro dipendenza da aiuti esteri e da importazioni. Un contributo l’America lo diede, ma fu tutto fuorché positivo. Fu proprio in quel momento che la Carbide iniziò prima a commerciare i propri pesticidi, per poi, nel 1969, costruire uno stabilimento a Bhopal. Inizialmente importavano l’isocianato di metile, il gas tossico necessario per produrli, e poi dal 1980 iniziarono a produrre il gas sul luogo. Se nessuno conosce quanto pericolosa sia la produzione di questo gas, si risparmia su rischi e risorse. Guidati da questa filosofia, infatti, nel progetto esecutivo della fabbrica, parte degli impianti di sicurezza previsti regolarmente negli stabilimenti americani, furono tagliati per motivi di budget. Non fu ritenuto importante, però, avvertire gli interlocutori indiani. Al contrario, dichiarò che sarebbe stata “sicura come una fabbrica di cioccolata”. E così venne avviata la produzione di Sevin nel maggio 1980.

Primi segnali d’allarme


Sin da subito la fabbrica provocò notevoli problemi ambientali: acque contaminate, morte di animali,  occhi e gola sempre irritati. Le proteste, però, non potevano arrivare da una città in cui la fabbrica  donava lavoro a centinaia di impiegati. 

Ci fu la prima vittima. Un operaio capoturno, Mohammed Asharaf, si sporcò la maglietta con una  goccia di gas. Nessuno degli impiegati era cosciente di quali prodotti chimici maneggiassero e nemmeno delle loro conseguenze. Perciò Mohammed decise di lavare la sua maglietta per poi dirigersi verso casa. Ma il gas non agisce subito. Ebbe, perciò,  il tempo di tornare dalla sua famiglia. Fu proprio sulla soglia di casa che cominciò a vomitare senza fermarsi, fino a soffocare nel suo stesso vomito. 

Nel frattempo, il Sevin falliva, nessuno lo acquistava più. Cominciarono così i tagli del personale e poi alla sicurezza, già da tempo una presenza effimera all’interno della fabbrica. Questo ed  altri episodi determinarono la sospensione della produzione. Gli impianti di sicurezza vennero del  tutto spenti, nonostante la fabbrica contenesse ancora tre cisterne sotterranee con 62 tonnellate di  isocianato di metile. Venne staccata anche la loro refrigerazione, garante di una sottile sicurezza.  Poi disattivarono il bruciatore, che avrebbe impedito l’eventuale fuoriuscita dei gas dalle tubature. 

Alla fabbrica fantasma non restava ormai che qualche operaio inesperto che di tanto in tanto andava a controllare valori di cui non conosceva nemmeno il significato, in mezzo a gas nocivi di cui non conosceva nemmeno il nome. 

La fatidica notte

La notte del disastro, il 2 dicembre 1984, due operai furono mandati allo sbaraglio all’interno della fabbrica. Nessuna formazione, competenza o consapevolezza. Solo delle semplici istruzioni: isolare, tirare fuori l’acqua e pulire tutto. Non sapevano quali sarebbero stati i rischi del puntare un getto troppo forte di acqua nelle tubature. L’acqua allora entrò in una delle cisterne al cui interno erano presenti tonnellate di isocianato di metile. Se una goccia di quel gas in reazione con l’acqua ha causato la morte di una persona, cosa succede se lo stesso accade a tonnellate e tonnellate di quello stesso gas? Tre cisterne. In una 42 tonnellate di isocianato. Nella seconda 20. Nella terza una sola. Forse fu la benedizione degli astri a far sì che in una sola cisterna avvenisse l’infiltrazione: la prima. Una nube maleodorante coprì e inghiottì la città. La gente cominciò a cadere. Morti istantanee, gente in preda a spasmi si contorceva dal dolore, chi vomitava sangue, alcuni invece diventavano ciechi all’istante. I matrimoni si trasformarono in un grande funerale.

Poi l’assalto agli ospedali. I medici non sapevano come affrontare la situazione, i sintomi erano molteplici e non se ne conosceva la causa. Il medico di guardia chiamò subito la Carbide per chiedere la composizione del gas e capire quali protocolli medici utilizzare. “Ci dispiace, non possiamo rivelarvi queste informazioni”.

“Qui la gente muore, diteci cosa fare”.

Dite di respirare il meno possibile”.

Il silenzio

Un’iniezione di tiosolfato di sodio avrebbe potuto salvare molte vite quella notte. La Union Carbide decise deliberatamente di salvare sé stessa. In questo modo non subì mai nessun processo. Il silenzio. Il silenzio durante i roghi delle migliaia di cadaveri che furono bruciati per smaltire i corpi di tutti gli indù che quel giorno erano tra le strade della città. Il silenzio delle fosse comuni in cui giacciono i corpi degli islamici. Ma soprattutto il silenzio del mondo, che tace su questo drammatico evento. È ormai una strage dimenticata. Ma come si può dimenticare una delle più grandi catastrofi della storia industriale?

Tutti sanno di cosa si parla quando si cita Chernobyl. Nessuna informazione perviene alla mente di chi sente il nome della città di Bhopal. I media, soprattutto quelli occidentali, hanno dimenticato. Così come dimenticate sono le lande non bonificate dove si ergeva la fabbrica. Dimenticate come tutte le persone che sono morte e chi ancora subisce le conseguenze dell’accaduto.

Nessuno conosce il numero delle persone che quella notte persero la vita. Come si può dare un numero alle vittime di un paese che non ha l’anagrafe? Il silenzio delle polaroid incollate alle pareti, nella speranza che qualcuno desse un nome ai volti delle vittime. Le stime ufficiali indicarono inizialmente 3 mila persone, 5.295 il numero ufficiale. Si parla di 8 mila o 15 mila solo nelle prime settimane. Negli anni a seguire almeno 25 mila le morti legate all’incidente e 560 mila hanno riportato danni gravi o irreversibili. Ancora oggi ci sono bambini che nascono con deformità più o meno gravi.

È la grande mano del capitalismo. È la grande onda di innovazione. È la famigerata evoluzione. Ma dietro queste grandi cose, si nasconde qualcosa di ancora più grande: la stupidità.

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