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I miserabili dei giorni nostri: La vita davanti a sé

1 ' di lettura

“Io che sono musulmano neanche lo sapevo, me l’hanno insegnato a scuola quando ci andavo.”- Momò

Gli invisibili di Bari, senza destino ma uniti. La vita davanti a sé traspare attraverso gli occhi di Momò, dodicenne orfano di origine senegalese, interpretato da un giovanissimo Ibrahima Gueye. Grazie a lui vediamo le tante realtà di un luogo che non ha mai dimenticato la guerra. Anche Madame Rosa se ne ricorda bene. Tratto dall’omonimo romanzo del 1975 di Romain Gary, arriva ora la sua seconda trasposizione cinematografica diretta da Edoardo Ponti con la straordinaria interpretazione drammatica di Sophia Loren. Il film sarebbe dovuto uscire nelle sale i primi giorni di novembre 2020 ma a causa dell’emergenza sanitaria è stato distribuito da Netflix.

Abbandonati ma mai soli

Nella soleggiata Bari vive madame Rosa, ex prostituta che per gran parte della sua vita si è presa cura dei figli sventurati di altre donne meretrici. Momò sta per compiere un furto, proprio ai danni di Rosa. Questo sarà il pretesto del dottor Cohen per chiedere un favore a Rosa in cambio della restituzione della refurtiva: ospitare il ladruncolo per due mesi. Nonostante le iniziali resistenze i due iniziano a vivere insieme. Coltiveranno una selvaggia e a tratti irruenta amicizia, del resto, tra simili si ci capisce assai bene. 

Rosa, donna burbera ma di buon cuore, sa cosa significa essere soli al mondo e spaventati, non compresi ed emarginati, senza niente e con niente da perdere. Le vicende si susseguono scoprendo poco per volta i personaggi, che senza troppe parole, lasciano perfettamente intendere il loro dramma interiore e la loro complessità. Nulla viene sminuito o banalizzato per renderlo più tollerabile.

Vecchio ma nuovo

Pellicola dal retrogusto neorealista, La vita davanti a sé affronta questioni che non vengono particolarmente trattate nella filmografia Italiana, come la transessualità di Lola o la fede musulmana di Hamil, che vengono mostrate senza paura né  filtri. Il tono drammatico lascia anche spazio a momenti di gioia infantile che ci ricordano la vera natura di Momò: un bambino che vuole solo essere amato. Molto calzante risulta anche la scelta linguistica, mista tra italiano e dialetto barese.

Così, il realismo del regista aiuta a demistificare verità ancora poco discusse, contribuendo alla demolizione di tabù ancora persistenti nella nostra società. La complessità e le sfaccettature delle sfumature italiane raccontate portano freschezza nel panorama cinematografico contemporaneo, decisamente scarso finora in queste tematiche. Sempre nel 2020, altre due pellicole avevano dato spazio a voci minoritarie: In vacanza su Marte e Lockdown all’italiana.

La speranza che qualcosa di buono possa capitare anche agli sventurati non muore mai.

Giulia Cerami

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