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Basta tacere sulla violenza ostetrica

2 ' di lettura

Solo in Italia dal 2003 più di un milione di donne ha denunciato violenze subite durante il parto

Abbandonate, sole in sale parto fredde, senza sapere se il loro bambino stesse bene, dissanguandosi, soffrendo ad ogni respiro, lacerate, tagliate e cucite come un vestito di poco valore. Così si sente chi ha subito violenza ostetrica. Per molte donne l’esperienza del parto non incorre in complicazioni o episodi traumatici, ma negli ultimi anni è stato registrato un aumento della violenza ostetrica significativa in tutto il mondo, al punto che tacere non è più una possibilità.

Questo tipo di violenza è la più subdola da individuare, molte donne non sono sufficientemente coscienti dei limiti di alcune pratiche e di quando queste sfocino “nell’abuso di cure”. Questo termine è nato in Sudamerica quando alcune associazioni femministe iniziarono a lottare per i diritti delle donne denunciando appunto l’abuso di cure e le pratiche che rivelavano la falsa neutralità di alcune procedure mediche. 

Un po’ di chiarezza

Una forma di violenza nascosta per molto tempo, perpetrata da alcuni operatori sanitari che dovrebbero occuparsi della donna partoriente e del nascituro. La natura della violenza può essere sia fisica che psicologica, molti sono atteggiamenti che sottolineano la discriminazione e la violenza di genere. Questi comportamenti influiscono sulla salute sessuale, fisica e psicologica della donna.

Nel 2014 l’OMS ha pubblicato un documento intitolato “La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere” in cui viene mostrato quanto alcuni trattamenti siano irrispettosi e abusanti, violando i diritti delle donne quali quello alla salute, alla privacy e al consenso informato. Rifiuto della terapia del dolore e scarsa assistenza durante il parto sono molto frequenti, e sono abusi. 

L’episiotomia (incisione praticata durante il parto tra la vagina e l’ano) è stata dichiarata dannosa dall’OMS eppure viene praticata nel 54% dei parti in Italia, il cesareo non necessario è considerato un abuso, specialmente se non viene esplicitato il consenso informato, l’induzione farmacologica al travaglio e la manovra di Kristeller (consiste nel premere l’addome per favorire la nascita del bambino) che va eseguita solo in caso di emergenza, sono abusi. Lunga è la lista di violenze che causano ferite che non si rimarginano.

Unite contro gli abusi

In Italia dal 1972 alcuni collettivi di Ferrara hanno avviato il movimento “Basta Tacere” a cui partecipano migliaia di donne che offrono la loro testimonianza sugli abusi subiti durante il parto. Nel 2016 l’iniziativa è stata rilanciata e ciò ha permesso di raccogliere diversi dati che mostrano l’aumento di queste violenze in tutto il mondo.

Il primo riconoscimento giuridico della violenza ostetrica risale al 2007 in Venezuela, mentre in Italia si è proposto di introdurla nel 2016 come “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. 

Spesso la salute della madre viene messa in secondo piano, soprattutto se si tratta della somministrazione di farmaci necessari che possono far male al nascituro o al feto. E’ il caso delle gestanti con malattie mentali non adeguatamente curate, poiché questo comprometterebbe la salute del bambino, nonostante l’esistenza di farmaci sicuri in gravidanza e allattamento. Non vengono prese in considerazione molte alternative dagli obiettori.

Pratiche mediche di questo genere, ripetute infinite volte, possono diventare meccaniche e deumanizzate, chi le pratica dimentica che davanti ha delle pazienti con sentimenti ed emozioni che vanno tenuti in considerazione, curati come dei fiori e non calpestati per incuria. A causa di tali esperienze alcune donne scelgono di non ripetere l’esperienza con un secondo figlio.

In effetti, chi di loro se la sente di rischiare di nuovo?

Giulia Cerami

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