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Il Bel Paese vestito di tanto onore e poco rispetto

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C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui una donna colta in flagranza di tradimento poteva essere uccisa senza troppi indugi e con pene che, a stento, superavano i sette anni di reclusione. È stato un tempo in cui l’onore leso di un uomo valeva più di un’altra vita umana.

C’è stato un tempo, caso ha voluto che si trattasse di un tempo contemporaneo ai fatti sopracitati, in cui una donna, vittima di violenze carnali, e dunque non più illibata, fosse motivo di vergogna e disonore per la sua famiglia, che, pur di liberarsi da tale imbarazzo pregava il carnefice affinché, magnanimo, la prendesse in moglie e ne ripristinasse l’onore.

È stato un tempo in cui una donna poteva essere acquistata come un oggetto d’arredamento. Un tempo che ha visto la sua fine il 5 settembre 1981, quando due articoli del Codice penale, il 544 e il 587, vennero abrogati.

Essi recitavano testualmente:

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530 (i delitti contro la sfera sessuale), il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Art. 544 c.p.

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

Art. 587 c.p.

Il matrimonio riparatore, così era conosciuta la prima legge, e il delitto d’onore, la seconda, rendevano assurdamente legali due pratiche che, nell’era moderna, non fatichiamo a definire barbare, che sentiamo lontane dalla nostra quotidianità e che ci fanno inorridire quando ne leggiamo sui libri di storia.

Lasciti del Codice Rocco di epoca fascista – che rappresenta, ancora in larga parte, il fondamento su cui si basa il nostro Codice penale –, queste due leggi sono state, per anni, lo specchio di una società maschilista e retrograda, dove la donna era un mero oggetto esposto costantemente alla mercé di chiunque ne volesse fare uso, nei modi e nei tempi a essi più congeniali.  

Tuttavia, pur sentendoci, apparentemente, distanti da questa società che aberriamo e critichiamo, questo tetro capitolo della storia italiana ha portato con sé delle convinzioni che, ancora oggi, sono dure da estirpare. Le leggi attuali lasciano troppa discrezionalità, vengono cercate attenuanti dai tratti grotteschi per i carnefici, esattamente come accadeva all’epoca e, con un perverso meccanismo, seguendo la strada tracciata dall’articolo 544, la colpa viene attribuita alla donna che, anche nel XXI secolo perde il suo onore. Nessun attributo dispregiativo viene, invece, cercato per il violentatore o l’assassino, anzi, quasi rispetto e comprensione, tutto ciò che dovrebbe essere riservato unicamente alla vittima di tali crudeltà.

In un’Italia che si è fondata per anni su un ordinamento giuridico in cui la violenza di genere è stata permeata per decenni e regolamentata da leggi come lo ius corrigendi, “il potere correttivo del pater familias che comprendeva anche la forza, e, ancor di più, in un mondo in cui è stato necessario introdurre negli anni ’90 la parola femminicidio per identificare uno specifico reato ai danni delle donne, essere memori del passato, e di ciò che è stato, dunque, risulta fondamentale.

Ricordare il diniego di Franca Viola – la prima donna che, in Sicilia,  ha avuto il coraggio di rifiutare un matrimonio riparatore, denunciando il suo rapitore e stupratore, Filippo Melodia – onorare tutte le vittime mietute duranti i decenni e lottare per Paesi come l’Iran, il Pakistan, la Palestina o il Bangladesh, in cui il delitto d’onore è una pratica ancora utilizzata, è dovere di ciascun essere umano, e ignorare quanto è accaduto, e accade, ci rende complici silenziosi.

Cristina Conversano

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