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Identità interrotte. La fiera di Codogno e i suoi 230 anni

2 ' di lettura

Era sopravvissuta anche alle due guerre mondiali, la Fiera autunnale. A Codogno, la pandemia ha annullato il tradizionale appuntamento annuale che si tiene dal 1790, sarebbe stata la 230esima edizione. La cittadina di Codogno è stata, fin dai tempi, considerata il centro lombardo della tradizione agricola. Un importante svincolo al centro della Bassa lodigiana, per questo era stato scelto come luogo di scambio e d’incontro. La fiera era un momento in cui si confrontavano le “cose” di casa nostra con quelle di casa altrui per migliorare e migliorarsi.

Per spiegare quanto questo evento sia sentito dalla comunità, occorre parlarne con chi l’ha vissuta e vista evolversi a cavallo di due secoli. Così ho comunicato l’annullamento a mia nonna paterna, classe 1927, nata e cresciuta con 7 fratelli a Caselle Landi, a ridosso del fiume Po. La sua era una famiglia povera, che conosceva la fatica del lavoro agreste e l’astenia per la schiena piegata a mondare il riso. La scuola si raggiungeva a piedi, nel paese vicino, così come i principali servizi e botteghe a Codogno, macinandosi spesso i chilometri che distano dalla cittadina.

“Ah. I fan mìa la fèra di sbüton? Robb da màtt. M’s ricordi quand sèri fiulina gnìvum tüti insema a pè dal Caséli a Cudògn, cun la nёu, nebia e calsunin cürti. Ma püdevum mìa andà in si giostri, ghèvum mìga de soldi, èvum apéna fai San Martin.”

fiera codogno
Campanile, buoi e tabarro: l’illustrazione di Giuseppe Novello, pittore codognese che disegnò il Manifesto della Fiera, utilizzato ancora oggi per l’occasione.

L’appellativo dialettale ‘Féra di sbüton’ (‘spintoni’) perché per farsi spazio tra la folla si camminava sgomitando. “San Martin” invece, in senso figurato, è il trasloco che le famiglie facevano per trasferirsi da una cascina all’altra e che solitamente si svolgeva intorno all’11 novembre, giorno del Santo. Entro questa data si concludevano gli accordi lavorativi per l’agricoltura e si facevano i conti: quanti sacchi di granoturco, riso e frumento erano rimasti da parte per l’anno successivo. Se rimaneva un margine discreto di denaro, ci si poteva permettere di spendere, con parsimonia, ai banchetti della fiera del bestiame per comprare cibo, vestiario e corredo per i figli. Attorno a questo movimento anche i bambini avevano uno spazio ricreativo inedito: giostre, torrone, dolci. Poi i baracconi con la “donna canone” o la “donna barbuta”. Tutta la famiglia partecipava a un’intera settimana di festa.

Oggi si spende tutto l’anno, al ritmo scandito da promozioni massificate in spazi sempre più agorafobici. Non è più necessario un appuntamento annuale dedicato alla compravendita di ogni genere. La concorrenza con altre manifestazioni simili ha fatto si che questo evento rimanesse per lo più uno scenario riservato ad allevatori e tecnici, anche se rimane una grossa e vivace realtà popolare e di legami che persistono. Vi sono inoltre coinvolti istituti agrari locali con le loro proposte in ambito zootecnico e botanico. Viene vissuta ancora così intensamente proprio perché percepita come reazione alla frenesia sfuggente del presente, alla quale si risponde con un controcorrente ritorno al passato.

Nonostante la cittadina di Codogno non si trovi più in una posizione rilevante per l’agricoltura e l’allevamento locale, l’evento continua a portare con sé l’entusiasmo e il sentimento di appartenenza a questa realtà rurale. La tradizione incontra il presente e il futuro, si guarda al passato con occhi nuovi. Inaspettatamente chi vi partecipa sono soprattutto giovani: regolarmente, il terzo mercoledì di novembre a Codogno si sta a casa da scuola, e il motivo viene espressamente scritto sul libretto delle giustificazioni, chi può permetterselo si concede una giornata di ferie dal lavoro. Una sorta di autoproclamazione di una giornata contrassegnata in rosso sul calendario, la difesa di un’appartenenza.

È così, da sempre.

Galleria fotografica (1961-2009)

Greta Contardi

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