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Io, virus

2 ' di lettura

Dario Amighetti

“Combattiamo contro un nemico invisibile”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole? Quante voci, autoritarie e non, le hanno ripetute? Medici, politici, figure istituzionali di ogni ordine e grado, si sono affidati alla laconicità di questa frase. Siamo sicuri che sia effettivamente così? Che il nemico sia effettivamente invisibile?

No, il nemico non è invisibile. Si annida in ciascuno di noi, e con fare parassitario assume le nostre fattezze e quelle di chi ci sta accanto. Non lo riconosciamo nello sguardo illanguidito o nel sorriso spento, ma lui è lì, silente e ferale, intento a prendersi gioco di noi, a gabbarci mostrando le nostre espressioni migliori. Siamo vittime di quella tendenza umana e naturale che ci porta, sempre e comunque, a dare una forma concreta alle cose: abbiamo bisogno di tracciare i contorni di una determinata cosa se vogliamo che esista, perché altrimenti, semplicemente, non esiste. A tal proposito Luigi Pirandello in Sei personaggi in cerca d’autore sostiene che «tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma»; non è azzardato sostenere che la vita sia proprio nella fattualità della forma, cioè nella fissità di un corpo. L’invisibilità di questo nemico dunque è soltanto formale, perché sostanzialmente esso ha un volto, anzi centomila diversi: ha il volto di un parente, di un amico, di uno sconosciuto che incrociamo per strada, dell’addetto al supermercato, dell’infermiere, del poliziotto. È tutti loro, ma allo stesso tempo nessuno di loro.

Contro chi combattiamo allora? Secondo Giorgio Agamben (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-chiarimenti) combattiamo «la più assurda delle guerre […] una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi». Combattiamo contro noi stessi, perché il virus ha contagiato tutti, si è insinuato nel nostro cervello e ha messo a nudo le nostre debolezze, le nostre paure e le nostre ansie. È così che siamo diventati allo stesso tempo tutti vittime e carnefici, untori e unti: dal ragazzo che per strada non indossa la mascherina e dunque in nome della sicurezza pubblica è passibile di violenza fisica, all’indigente che non può permettersi più di un panino e una birra, ma in nome della santa sicurezza viene esposto alla gogna mediatica. Il virus ci ha tolto la maschera, ci ha costretto a vederci per quelli che siamo, senza orpelli né artifici e questo non ci piace, anzi ci infastidisce e ci logora. Tutto quello che avevamo nascosto per una vita adesso sta venendo fuori e forse, per una volta, appariamo per quelli che siamo: imbruttiti, repressi, soverchiatori, ignoranti, squallidi, criminali, violenti, ma tutto sommato veri. Ecco, forse l’unico aspetto positivo in questa vicenda è che adesso siamo effettivamente noi, anche se non siamo ancora disposti ad accettarlo e speriamo che tutto finisca al più presto per tornare a indossare le nostre maschere.

Nella foto Giorgio de Chirico, Le maschere.

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