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Il Poeta Franco Costabile e la sua Calabria infame

3 ' di lettura

Ce ne andiamo via. Ce ne andiamo via perché affamati.  D’altronde “meglio la vita ad allevare porci” . E così gli uomini in fame abbandonano la loro terra, la loro “Calabria rosa nel bicchiere” inseguendo il sogno di una vita migliore. Così Franco Costabile decide di andarsene via, via per sempre, suicidandosi.

Chi è Franco Costabile?

Nato il 27 agosto 1924 a Sambiase, oggi Lamezia Terme, ci lascia in eredità due raccolte poetiche: “Via degli Ulivi” (1950) e“La Rosa nel Bicchiere” (1961). La famiglia, fu un fattore emblematico per lo sviluppo della personalità, si oserebbe dire instabile del poeta. Il padre Michelangelo, infatti abbandonerà madre e figlio trasferendosi in Tunisia. Un vuoto, quello paterno, che resterà incolmato per tutta la vita. Dopo la maturità si trasferirà, abbandonando la sua città natale, per continuare gli studi universitari prima a Messina e poi a Roma, luogo quest’ultimo dove strinse un intenso rapporto con il poeta Giuseppe Ungaretti che gli dedicò dopo la morte questi versi: «con questo cuore troppo cantastorie/dicevi ponendo una rosa nel bicchiere/ e la rosa si è spenta a poco a poco per cantare/ una storia tragica per sempre».

In Costabile, Ungaretti rivede il figlio perduto da poco in Brasile, in Ungaretti il poeta Calabrese trova invece l’assente figura paterna. Un altro abbandono che lo segnerà profondamente sarà quello della moglie e delle sue figlie che da Roma si trasferiranno a Milano. Ed in fine, i mancati riconoscimenti per le sue composizioni poetiche e la morte della madre per un male incurabile, saranno un mix letale che farà piombare il poeta in una solitudine disarmante che si tradurrà alla fine dei conti con il gas inalato a pieni polmoni nella sua abitazione romana.

Decostruendo un poeta.

Una corrispondenza tragica di amorosi sensi quella che unisce la Calabria e Franco Costabile descritta con le sue stesse parole, attraverso l’antica tecnica del centone, che giustappone versi di differenti poesie, ridisegnando l’universo creato dal poeta Calabrese. Dando alla libera immaginazione di ognuno l’ultima parola. Senza mediatori pronti a distruggere l’intima dialettica tra lettore e poesia.

Ecco io e te, meridione, dobbiamo parlarci una volta, ragionare davvero con calma, dà soli, senza raccontarci fantasie sulle nostre contrade./ Noi dobbiamo deciderci con questo cuore troppo cantastorie. /Negli anonimi spazi di città non ho più nulla degli anni perduti. Ed a quest’ora nella vecchia casa un topo di soffitta si nutre del cartone e d’un cavallo a dondolo./ Ma dove tornare se nulla più rimane di noi; dove cercare la sera ed il vento che ti odora di grano nei capelli; dove se non possiamo, se inganno è credere ancora. Ma dove tornare, dove cercare di noi amore mio. Per altri sentieri torneremo alla piana celeste di ulivi. Saremo dove si leva l’infanzia dei profumi; dove l’acqua non si fa nera, ma vacilla di luna; dove i passi avranno memorie di solchi e le dita di melograni; dove ti piace dormire e ti piace amare./ Sono questi gli orti, i confini per ricordarci |della Calabria rosa nel bicchiere. /E pure i cieli azzurri tramontano, tu volevi una casa bambini e fiori, ed anche i fiori morirono, lenti nel sogno. /Il mondo è in quella terra di silenzi addolorati, ed io vivo col sale del tuo pianto.

C’è dunque la Calabria, tra odio e amore, protagonista nella poetica di Costabile. La Calabria dei Vinti, dei morti di fame. C’è Rosaria che lava i panni al fiume, c’è Carmela che nella sua solitudine si bacia il bambino, guarito miracolosamente con acqua e menta. Ci sono le donne scalze senza pane a raccogliere frasche e a vendemmiare. Ci sono le reste d’aglio nelle case e madonne appese. C’è gente che zappa e non parla perché pensa ad un’annata migliore. Ci sono ulivi bruciati nella notte, fucilate a finestre e balconi. Ci sono i paesani per il mondo, tutti padri e fratelli alla ventura, così la bocca non puzza più di cipolla. Ci sono i lupi e i padroni. Ci sono commissioni, progetti di strade e poi piove passano inverni e parole. C’è il freddo la fame e c’è chi per scaldarsi nella lunghissima notte mette al mondo altri figli. Ma c’è anche la voglia di ballare, di ridere e di bere vino.

E in definitiva, questo è quel tutto che un qualsiasi uomo vede. Quando con sguardo fuggente ma con disarmante realismo, coglie la bellezza amara e struggente di una terra antica, che porta sulle spalle il peso: delle schiene spezzate dal lavoro usurante, delle mani delle raccoglitrici di olive – mani che non hanno più la forza di essere semplicemente aperte per recitare un padre nostro – il peso di una donna in lutto vestita di nero, il peso di una famiglia numerosa riunita attorno al braciere e il profumo del loro pane e cipolla, il peso del dialetto, il peso di un bambino attaccato ad un albero per rubargli le pere, il peso della bellezza del mare e della montagna, il peso della genuinità, il peso della sofferenza, delle promesse mai mantenute, il peso della solitudine, il peso della mafia, il peso dell’omertà.

Quella vita autentica, quell’epoca d’oro e nello stesso di piombo sopravvive ancora oggi. Negli occhi di chi quella terra, deve abbandonarla con l’amaro in bocca. Chi, come Costabile, per la propria emancipazione deve fuggirne, sa bene cosa si prova a non poter più vedere, più sentire, più assaporare, più toccare quella Calabria, rosa imprigionata ancora in un bicchiere.


Maria Cristina Mazzei

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