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Crac Parmalat, dopo vent’anni risparmiatori ancora con il latte alla gola

7 ' di lettura

Sono passati quasi vent’anni dal crac Parmalat, ma quel terremoto fa ancora rumore. Un’azienda famosa in tutto il mondo in poco tempo si scioglie come neve al sole. Il tracollo dell’impero di Collecchio è considerato uno degli scandali più imponenti di una società privata in Europa, il crac ha azzerato il patrimonio di tantissimi azionisti e risparmiatori che hanno creduto nel marchio Parmalat. Alcune di queste persone aspettano ancora i risarcimenti.

Calisto Tanzi crea l’impero del latte

Ricostruiamo la vicenda che colpì l’industria italiana e non solo. La Parmalat nasce a Collecchio nel 1961 da Calisto Tanzi. Dopo un viaggio in Svezia, Tanzi capisce come far emergere la sua azienda rispetto alle altre. Dal paese scandinavo importa l’idea del latte UHT, venduto nei contenitori di tetrapak, in grado di conservarsi per molto tempo anche fuori dal frigorifero. È la svolta. L’industria di Tanzi comincia a macinare miliardi (20 miliardi di lire di fatturato nel 1973) e prodotti. Oltre al latte, inizia a produrre le merendine Mister Day (indispettendo la Barilla), i succhi Santal, la panna Chef, i budini Budì, i dessert Malù, gli yogurt KYR e Yogor, i sughi Pomì, i biscotti Grisbi, i frullati Frulat, i gelati Gelì, gli impasti Pronto Forno, le zuppe Pais, i prodotti dietetici Dietalat e il formaggio Cacio Bianco.

Il marchio Parmalat, dal 1975, comincia ad apparire anche negli eventi sportivi. Il nome dell’azienda di Collecchio compare nelle tute dello sciatore Gustav Thoeni, durante le gare della Coppa del Mondo di sci in Val Gardena. Le sponsorizzazioni compaiono anche nelle Ferrari della Formula 1 guidate da Niki Lauda e Clay Regazzoni, e anche nella Brabham guidata da Nelson Piquet. Parmalat diventa il latte dei campioni.

Da imprenditore a editore

Imitando Berlusconi, l’imprenditore emiliano divenne editore di Odeon TV – emittente che non decollerà mai, realizzò la società turistica Parmatour e divenne presidente del Parma Calcio nel 1990. Prima di quest’esperienza, due marchi della Parmalat apparivano nelle maglie della squadra di calcio dell’Avellino: Santal (1984-1986) e Dietalat (1988-1994). Appena arrivato in Serie A, il Parma domina in tutta Europa. Nella sua bacheca arrivano due Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, tre Coppe Italia, una Supercoppa Uefa, una Supercoppa italiana e per soli due punti non vinse lo scudetto nel campionato 1996-1997. La Parmalat è inarrestabile. È diventata una multinazionale con oltre 130 stabilimenti sparsi in cinque continenti e con 36.000 dipendenti.

Calisto Tanzi, intanto, stringe amicizie importanti con banche e politici. Famosa la sua relazione amichevole con il democristiano Ciriaco De Mita. Durante la sua presidenza del consiglio nasce la legge per la vendita del latte a lunga conservazione in tutta Italia. Inoltre, nel 1986 a Nusco, paese natale del volto della DC, viene costruito uno stabilimento per la produzione delle merendine Mister Day. L’imprenditore finanzia anche quotidiani nazionali e locali in modo da essere considerato, dall’opinione pubblica, un uomo tutto d’un pezzo. La società sembra sanissima e rigogliosa, ma quelle radici che parevano in ottime condizioni, in realtà, erano marce.

L’impero comincia a crollare

Siamo nel 1986. La nube tossica fuoriuscita dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl invade l’Europa e parte dell’Italia settentrionale. Il disastro ucraino comportò il divieto della vendita di latte perché c’era il rischio che potesse essere radioattivo. La nuvola malsana arrivò in Veneto, dove Parmalat aveva un fornitore che produceva il latte. La situazione peggiorò quando si scoprì che un lotto era radioattivo. Tanzi dovette ritirare i lotti da tutta Italia.
I consumi del latte crollarono mentre Tanzi rifiutava categoricamente la proposta di acquista dell’intero impero da parte di Kraft. A partire da quel “no”, il destino dell’azienda emiliana parve segnato, ma era ancora presto per il crollo del castello di carte di Tanzi. Verso la fine degli anni ’80, le altre aziende del settore cominciarono a diventare competitive, Parmalat sentiva il loro fiato sul collo ed ebbero inizio i debiti.

Il tentativo in Borsa

Tanzi e il suo braccio destro Fausto Toma, nel 1990, decisero di quotare in Borsa la società, ma a causa del periodo non roseo della Parmalat, la quotazione fu molto ostica. I due chiesero aiuto al banchiere Gianmario Roverato, che consigliò loro di accedere a Piazza Affari in maniera indiretta, attraverso l’acquisizione di una società già presente in Borsa, la Centronord. Ma i soldi non bastarono e allora Tanzi si liberò di Odeon TV, indebitata di ben 160 miliardi. Altri prestiti importanti pari a 120 miliardi vennero chiesti allora alla Centrofinanziaria, nel cui CDA Tanzi aveva degli amici. Acquisì la FNC e ponendo le quote Parmalat su di essa la trasformò nella Parmalat Finanziaria, poi rimborsò il prestito adoperato per questa complicata operazione. La Consob non si accorse dei traffici finanziari e diede il via all’avvento della Parmalat nella Borsa Italiana; gli investitori cominciarono a comprare i titoli e le azioni.

Gli anni ’90

Iniziavano così a diffondersi dubbi sulla legittimità delle operazioni sui conti Parmalat, l’azienda infatti si indebitava per favorire altri soggetti o aziende. Per assecondare le mire espansionistiche di Tanzi, i bilanci venivano manomessi; nascevano delle società alle Isole Cayman, come la Bonlat, il cui unico scopo era di far scomparire l’origine di tutti quei soldi e di occultare gli illeciti. In Parmalat, per nascondere i debiti, si cominciarono a falsificare gli atti contabili dell’azienda e a fare delle acquisizioni, i cui costi venivano occultati grazie a delle fatture false, in maniera da aumentare l’attivo patrimoniale e nascondere il passivo causato dai numerosi debiti. Una di queste acquisizioni fu l’acquisto, nel 1996, per ben 30 miliardi di lire, de I Viaggi Del Sestante, appartenente al gruppo Cit Viaggi e controllata dalle FS. I conti della società erano in rosso da tempo, e lo Stato voleva liberarsi il prima possibile di quella zavorra che non macinava utili. A quel tempo, a capo della Cit Viaggi c’era un uomo voluto fortemente da Ciriaco De Mita, amico di Tanzi, colui che approvò la legge per far vendere il latte UHT in tutta Italia.

Aumentano i debiti

Pochi anni dopo, nel 2002, acquistò acque minerali Ciappazzi del gruppo Ciarrapico che in quel periodo, non se la passava bene. Nei processi sul caso Parmalat, emerse tra l’altro che se Tanzi non avesse acquistato quella società, non avrebbe ottenuto credito da Cesare Geronzi, presidente della Banca di Roma-Capitalia. La Parmalat quindi, acquistò una società colabrodo solo per continuare a mantenere buoni rapporti con le banche in modo da ottenere i benefici vitali per l’azienda di Tanzi.

Quel fragile castello di carte costruito da Tanzi e soci iniziò a dare segni di cedimento con l’arrivo del nuovo millennio. La prima vera puzza di bruciato arrivò quando il “Sole 24 Ore” e gli analisti di Merrill Lynch notarono che Parmalat, nonostante una liquidità di tre miliardi, emetteva dei bond, dei titoli di debito. Se un’azienda è rigogliosa, perché si indebita volontariamente? Mistero. Durante le festività natalizie del 2003, dalle Isole Cayman arrivò la sorpresa amara. Nel fondo Epicurum, che dovevano contare più di 500 milioni di euro di liquidità dell’impero di Collecchio, non c’era nemmeno un centesimo. Questo significava solo una cosa: la Parmalat era fallita. Un passivo di ben 14 miliardi di euro rispetto ai 5 presenti nei bilanci ufficiali. Per 20 anni, i bilanci risultarono falsificati, nella speranza di edulcorare quei pesanti segni meno. Tanzi e il “ragioniere” Fausto Tonna finirono nella graticola, accusati di aver ingannato la Borsa Italiana, i revisori dei conti, i creditori e i fondi d’investimento.

Bondi salvavita

Il 19 dicembre dello stesso anno, arrivò un’altra mazzata. La Bank of America fece sapere alla Bankitalia che i 3,9 miliardi della Bonlat non esistevano. Si trattava di un conto ideato dagli amministratori della Parmalat per mantenere i diversi parametri di credito, debito e di operazioni. Il castello di carte false crollò in un soffio, gli amici di un tempo svanirono e cominciarono ad accusare Tanzi. Anche la politica, ora giunta alla seconda Repubblica, non era più d’aiuto come un tempo, dato che buona parte degli ex referenti di Tanzi erano caduti assieme alla Prima. Circa 150 mila risparmiatori scoprirono dai quotidiani e dai telegiornali che i sacrifici di una vita si erano volatilizzati nel nulla. Calisto Tanzi, dopo un viaggio lampo a Quito, in Ecuador, venne arrestato il 27 dicembre del 2003, a Milano. Prima di dare l’addio definitivo alla Parmalat, venne chiamato il manager Enrico Bondi – colui che era riuscito a salvare la Montedison dal crack Ferruzzi -, per cercare di salvare le macerie dell’ex colosso di Tanzi.

Bondi riuscì a non far morire la Parmalat e i suoi prodotti continuarono ad essere presenti negli scaffali dei supermercati. Bondi, inoltre, capì che il problema era solo finanziario, dato che il marchio e le industrie funzionavano perfettamente. Intuì che la colossale truffa non poteva essere frutto solo di Tanzi e Tonna, e cominciò a rintracciare i creditori, facendo partire anche numerose revocatorie contro le banche. Tutto questo lavoro permise di ottenere un miliardo di euro. Una piccola consolazione per i tanti risparmiatori truffati. Per mantenere i costi, il settore forno della Parmalat passò alla Vicenzi, e Pomì passò alla Boschi Luigi & figli Spa.

Un crac che fa ancora rumore

Nel 2006 Granarolo assieme al gruppo Intesa Sanpaolo cercò di acquistare Parmalat. L’impresa non si realizzò perché la cordata di imprenditori non mise i soldi. Nel 2011 l’ex regno di Tanzi scavalcò le Alpi. L’impero francese del latte Lactalis, infatti, arricchì il suo bouquet di marchi italiani con l’azienda parmense, pagandola 4 miliardi di euro. Parmalat faceva compagnia ad altre storiche aziende casearie tricolori come Galbani, Invernizzi, Locatelli e Cademartori. Ma anche Lactalis non navigava nell’oro, e usava il tesoretto dell’azienda italiana, composto dai soldi dei risparmiatori, come riserva per pagare i debiti. Solo nel 2018, dopo aver risolto alcune problematiche, la Lactalis riuscì ad ottenere il 95% delle quote di controllo della Parmalat. Nel 2019, abbandonò la Borsa Italiana dopo il suo ritorno nel 2005.

Durante le indagini, si scoprì che le false fatture e i certificati della Bank of America erano realizzate adoperando una fotocopiatrice e uno scanner. Gli indagati furono 180, ma solo in 110 sono finiti a processo. Calisto Tanzi fu condannato a 17 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e bancarotta e a 8 anni per il reato di aggiotaggio nel 2014. Le banche coinvolte nella vicenda, invece, risultarono estranee ai fatti. Anche se dalle indagini emerse come, negli anni ’90, Parmalat sopravviveva grazie al sostegno delle banche internazionali. Esse assicuravano una liquidità all’impero di Tanzi grazie all’emissione dei bond. Parmalat adoperava i bond sia per rimborsare le banche, sia per attuare le acquisizioni di società consigliate dalle banche stesse, dato che avevano debiti.

Il processo a Fausto Tonna

Tortuosa fu la vicenda processuale del braccio destro di Tanzi, Fausto Tonna. La sentenza definitiva è arrivata nel 2019: la pena iniziale di 14 anni è stata ridotta dalla Cassazione a 6 anni e 9 mesi di reclusione. Ai magistrati Tonna dichiarerà che se Tanzi non avesse creato la Parmatour, l’azienda adibita alla vendita di pacchetti vacanze, Parmalat non sarebbe mai arrivata ad un tracollo di tali dimensioni. Leggendo le sue e-mail, si scoprì la ragnatela criminale dell’alta finanza. Parmalat non aveva soldi per gli stipendi e per i fornitori, e qualsiasi struttura finanziaria che offriva la banca la prendevano, così potevano continuare ad ottenere benefit e avanzamenti di carriere. Gli altri condannati furono Giovanni Tanzi (10 anni e 2 mesi) e Luciano Silingardi (5 anni e 9 mesi).

Il processo principale sul dissesto Parmalat ha generato numerosi processi secondari. Ma gli unici ad uscire con le ossa rotte da questa vicenda sono stati i risparmiatori. Coloro che hanno creduto nel gruppo inizialmente non ottennero nulla, ma poi alcuni obbligazionisti riuscirono a riavere circa il 50% dei loro capitali investiti, grazie alla conversione dei bond della vecchia Parmalat, con azioni (quando era in borsa) della nuova Parmalat.

E i risparmiatori?

Pochi giorni fa c’è stato un ulteriore rinvio della requisitoria del pubblico ministero del processo Parmalat, ora spostata a dicembre. Queste continue posticipazioni potrebbero far avverare l’ipotesi molto rara della prescrizione di un caso di bancarotta fraudolenta, il cui tempo richiesto di risoluzione non deve andare oltre i 18 anni e 9 mesi. Uno dei motivi di questi rinvii è la continua sostituzione dei giudici, dato che alcuni di loro hanno seguito altri processi inerenti all’inchiesta Parmalat. La legge dice che quando un giudice è già occupato con un processo, non può decidere sugli altri che sono nati durante la stessa indagine. In più la pandemia ha causato ulteriori rallentamenti e molti testimoni non hanno potuto dire la loro versione dei fatti. A rimetterci è soprattutto la parte civile che teme di non essere risarcita del tutto.

La storia del crac Parmalat racconta insomma, come le scelte scellerate di pochi abbiano rovinato tante persone. Non solo i risparmiatori, ma una nazione intera, dato che il marchio Parmalat era un vanto italiano nel mondo. Una piccola azienda nata dal nulla che era diventata un impero. Un regno in cui tanti hanno creduto, inconsapevoli del lato oscuro del mondo Parmalat. Molti risparmiatori, infatti, hanno ancora l’acqua alla gola (o sarebbe meglio dire che hanno il latte alla gola) e chissà se riusciranno a vedere riconosciuti i loro sacrifici.

Raffaele Pitzalis

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