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Abbiamo davvero bisogno del carcere?

5 ' di lettura

La domanda non è retorica, né banale. E difronte al (mal)funzionamento del sistema carcerario italiano è doveroso porsela. Trovare una risposta però, ovviamente, è molto difficile, come per tutti i temi complessi. Ma andiamo con ordine.

A cosa serve il carcere

I luoghi di reclusione esistono da millenni, sostanzialmente da quando gli esseri umani hanno iniziato a convivere civilmente in società organizzate. La loro creazione è sempre stata finalizzata al raggiungimento di un triplice scopo: difendere la collettività da individui considerati pericolosi, punire coloro che hanno compiuto atti criminali e disincentivare la popolazione dal commettere reati. Con l’epoca moderna poi, grazie allo sviluppo di una diversa sensibilità e al contributo di pensatori come Von Spee, Locke e Beccaria, il carcere ha assunto anche un’ultima fondamentale funzione: rieducare il condannato affinché possa tornare ad essere parte attiva e integrante della società. Nella società odierna, dunque, sono quattro i motivi che legittimano l’esistenza delle carceri. Il problema però è che, per quanto ragionevoli, tutti e quattro pongono alcuni problemi, soprattutto in termini di efficacia.

Primo problema: punire per educare, è un buon metodo?

Fin dall’antichità siamo convinti che l’educazione passi anche per la punizione, e che quindi il castigo sia uno strumento utile per «imparare la lezione» e comportarsi in modo corretto. È per questo motivo che ci sembra giusto e normale punire chiunque commetta un crimine. Storicamente, questa punizione l’abbiamo sempre realizzata costringendo il reo o al pagamento di una multa o, nel caso di reati gravi, alla limitazione forzata delle sue libertà tramite l’incarcerazione.

Ma perché abbiamo deciso questo? Come per ogni cosa riguardante il nostro vivere sociale, per ragioni storiche e culturali. Determinante in questo senso è stata sicuramente la legge del taglione – il famoso «occhio per occhio, dente per dente», ripreso e tramandato anche da religioni come il Cristianesimo e l’Islam –, basata sull’idea che al male inferto col reato debba corrispondere un male sofferto dal suo autore. C’è però anche un altro motivo, messo brillantemente in luce dall’ex magistrato e giudice italiano Gherardo Colombo. Convinto che il senso di giustizia di una società dipenda soprattutto dalla sua cultura, Colombo ritiene che nella nostra società si sia progressivamente affermato un paradigma culturale incentrato sull’imposizione di regole e la conseguente esclusione di coloro che non le rispettano. Sempre nella sua visione, questo modello culturale ha infine portato a un modello di convivenza basato sull’obbedienza, che per essere garantita richiede di punire coloro che non la praticano.

Gherardo Colombo

Il problema è che lo strumento della punizione, che nei limiti del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona possiamo anche considerare ragionevole, porta sempre con sé una qualche forma (psicologica e/o fisica) di sofferenza e dolore – d’altronde non è un caso se in ambito giudiziario parliamo proprio di pena. E a ben vedere, è proprio su questo aspetto del dolore che fa leva il nostro sistema di convivenza: se alla violazione della legge segue una pena, per evitare la sofferenza che quest’ultima comporterebbe rispettiamo le regole.

Questo sistema può apparirci più o meno corretto a seconda delle nostre convinzioni, ma è oggettivo che abbia un grosso limite in termini di efficacia perché, per raggiungere il suo scopo, ossia ottenere il rispetto della legge, richiede un controllo costante, che di fatto non è praticabile. Il controllo è necessario perchè, come spiega lo stesso Colombo, «l’obbedienza obbliga ma non convince», e questo fa sì che, in assenza di controllo, ovvero di qualcuno che possa scoprire e punire la nostra trasgressione, ognuno segua solamente le regole di cui condivide davvero il contenuto. Un esempio? In condizioni normali, non uccidiamo altre persone perché pensiamo che togliere la vita a un altro essere umano sia sbagliato, e non perché temiamo di essere incarcerati per omicidio; viceversa, in assenza di controlli, non ci facciamo problemi a superare i limiti di velocità mentre siamo alla guida perché non siamo davvero convinti che rispettarli su strade dritte e poco trafficate sia poi così corretto.

Naturalmente questo non significa che lo strumento della punizione, o anche solo la minaccia di ricorrergli, sia inutile, ma bisogna prendere atto della sua fallibilità. Una fallibilità che è dimostrata anche dal numero di reati commessi nel nostro Paese, che sono più di 2 milioni ogni anno. In una situazione di questo tipo, è nostro dovere chiederci se un sistema così punitivo e carcerocentrico come il nostro sia effettivamente il migliore che abbiamo a disposizione.

Secondo problema: l’inefficienza del nostro sistema carcerario

Riflettere sul senso e sul ruolo della punizione diventa ancora più importante se rivolgiamo l’attenzione a quanto accade concretamente nelle carceri del nostro Paese. Questo perché, di tutti gli obiettivi che il sistema carcerario si pone, l’unico che viene davvero raggiunto è quello della punizione del colpevole – e talvolta, purtroppo, anche di innocenti. L’obiettivo di difendere la collettività, infatti, è in buona parte disatteso sia perché – come abbiamo visto – non è possibile controllare tutto e tutti e quindi assicurare l’effettivo rispetto delle leggi, sia perché non c’è garanzia che i responsabili dei reati vengano sempre individuati. Gli stessi motivi impediscono inoltre al carcere di fungere da deterrente nei confronti dei potenziali criminali. Infine, la mancata rieducazione dei condannati è dimostrata dall’inequivocabile tasso di recidiva dei detenuti del nostro Paese, che si attesta intorno al 68% – il che significa che quasi due detenuti su tre tornano a delinquere una volta usciti di prigione.

La punizione di coloro che vengono riconosciuti come colpevoli, invece, è efficacemente realizzata grazie allo stile di vita imposto dalla detenzione. Uno stile di vita che, sostanzialmente, costringe i detenuti a trascorrere circa 20 ore al giorno in celle di pochi metri quadrati, sporche e sovraffollate – gli ultimi dati rivelano che le carceri italiane ospitano 53.637 detenuti a fronte di 47.445 posti disponibili –, con ridotte possibilità di accedere a strumenti e attività per impiegare il tempo – l’accesso a libri, tv, musica o attività lavorative è garantito solo a pochi detenuti –, e avendo diritto a sole sei ore al mese di colloqui con altre persone.

Ovviamente nessuno pretende che il carcere assuma i caratteri di un soggiorno alberghiero o che garantisca le stesse identiche opportunità di chi invece agisce nel rispetto delle leggi. Ma che lo strumento attorno a cui ruota il nostro intero sistema giudiziario sia sostanzialmente capace di produrre solo sofferenza, negando ai detenuti affetti, lavoro, opportunità di crescita, redenzione e perdono – il tutto spendendo circa 3 miliardi di euro ogni anno –, è semplicemente inaccettabile.

Le possibili alternative

Negli ultimi decenni sono state avanzate, sia in Italia che all’estero, numerose proposte per rendere il carcere un posto più umano e capace davvero di favorire la rieducazione dei detenuti. Tra queste, l’ammodernamento delle strutture, l’implemento dei programmi educativi e lavorativi, un maggior coinvolgimento dei servizi sociali e anche, come nel caso di Colombo, proposte più «estreme» come quella di abolire del tutto l’istituto carcerario. Si tratta sicuramente di progetti ambiziosi e impegnativi, ma i giusti investimenti e maggiori aperture da parte della società – a cominciare dai cittadini – potrebbero realizzarli. Sono inoltre proposte che vanno in direzione di una diversa idea di giustizia, detta riparativa, che cerca di ridurre al minimo il momento della punizione per permettere all’autore di un reato di riconoscere il proprio errore, assumersene la responsabilità e porvi rimedio – possibilmente, laddove le circostanze lo permettano, anche con il coinvolgimento della vittima e della società in cui andrà a inserirsi una volta scontata la pena.

Funziona?

Nei pochi contesti in cui questo tipo di riforme sono state adottate i risultati sono stati evidenti: i detenuti hanno conseguito titoli di studio e trovato occupazione in quelle poche aziende che hanno investito nella manodopera carceraria – sobbarcandosi da sole i costi della formazione dei detenuti e del trasferimento dei materiali nelle carceri. Tuttavia, il dato più significativo è quello relativo al tasso di recidiva, che per i detenuti che hanno avuto accesso a questo tipo di misure alternative crolla al 20%. Uno degli esempi più virtuosi in questo senso è rappresentato dal Carcere di Bollate (Milano), dove negli ultimi anni è addirittura nato un ristorante stellato interamente gestito dai carcerati.

Tutto questo mostra che un sistema carcerario diverso, incentrato davvero sul recupero dei detenuti, sul rispetto della loro persona e sulla loro responsabilizzazione, non solo è possibile, ma è anche estremamente efficiente. E allora, anche se non basterà di certo a eliminare il problema della criminalità dal nostro Paese, vale la pena – questa volta sì – metterlo in pratica.

Giulia Battista

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